La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Sì, è l’articolo 8 della Costituzione Italiana, redatta durante il 1946 dalla cosiddetta Commissione dei Settantacinque, creata ad hoc dall’Assemblea Costituente per stendere il testo della legge fondamentale dello stato italiano e composta da quelli che poi sono stati definiti i Padri Costituenti.
Un articolo che, nella sua brevità, sancisce un obiettivo ineluttabile – anzi, due – per qualsiasi società che voglia mantenersi in costante evoluzione: la promozione del futuro e dei suoi elementi basilari, la cultura e la scienza, e tutelare il passato ovvero ciò che nel presente crea retaggio, memoria, testimonianza – il paesaggio, la storia, l’arte nazionale, non a caso tutti elementi culturali.
Avevano insomma compreso e sancito, i Padri Costituenti, che per vivere e governare al meglio il presente occorre avere piena coscienza e conoscenza del passato e, nel contempo, progettare continuamente il futuro ovvero sviluppare le idee che, concepite oggi, si realizzeranno domani.
Ecco. Ora vi chiedo: pensate che quell’articolo 8 della Costituzione della Repubblica Italiana sia messo in atto?
Beh, io credo di no. In nessuno dei suoi proponimenti.
E credo di conseguenza che questa mancanza imperdonabile – dato che colpisce l’essenza fondamentale di una nazione, quella culturale in senso generale (danneggiando di rimando pure la sostanza di essa, ovvero la quotidianità pratica) – spieghi in modo a dir poco lampante e per molti dei suoi aspetti lo stato in cui versa l’Italia contemporanea.
Ed è una mancanza assolutamente voluta, non mi stancherò mai di ribadirlo.
P.S.: cliccate sull’immagine della copertina originale della Costituzione per leggerne il testo integrale.
Un illuminante articolo (di Gabriele Catania) uscito il 1 dicembre su Gli Stati Generali mette nero su bianco una situazione nazionale in tema di (mancata) integrazione e fobie xenofobe già palese a prima vista, quantunque sovente sminuita quando non negata.
Leggo nell’articolo: “Che l’Italia sia un paese alquanto islamofobo, lo sembrano suggerire anche i dati. Secondo un sondaggio del 2014 del Pew Research Center, il 63% degli italiani ha un’opinione sfavorevole dei musulmani presenti nel nostro paese. Si tratta di un dato persino più negativo di quello greco (53%) e polacco (50%). Considerando che nei tre paesi citati vivono comunità islamiche assai meno cospicue di quelle di Germania, Francia e Regno Unito, dove l’opinione ostile ai musulmani è del 33%, 27% e 26%, forse ad alimentare il crescendo islamofobo contribuisce, in maniera decisiva, l’ignoranza. La non-conoscenza.”
Ignoranza e non-conoscenza come cause della paura nazional-popolare verso lo straniero, soprattutto se proveniente dall’altra sponda del Mediterraneo. Senza dubbio è così: è una questione culturale – per questo ne sto disquisendo, qui – che a mio parere risulta strettamente intrecciata ad altre questioni, o problemi, legati in qualche modo alla cultura diffusa nel paese ovvero alla non diffusione, all’estinzione, alla negazione dell’elemento culturale nella società civile contemporanea, come ho più volte affermato qui sul blog.
Tuttavia, a mio parere, c’è un altro motivo per il quale si determina la situazione di cui sopra, a sua volta assolutamente culturale ma, per così dire, più profondo, forse ancora più grave, che personalmente da tempo ritengo di rilevare e circa il quale ho trovato una inaspettata tanto quanto rimarchevole consonanza in una lettura recente, quella di Bisogno di libertàdi Björn Larsson.
Sto parlando di identità, per capirci. Ovvero di come noi italiani, purtroppo, siamo un popolo dall’identità debole, molto debole. E, quella poca presente (se ammettiamo che ve ne sia), costruita su elementi del tutto avulsi e incongruenti da qualsiasi buon concetto culturale correlabile ad essa.
Così scrive Larsson nel suo libro, a pag.154:
No, non c’è niente di assurdo o contraddittorio nel sostenere prima che si può scegliere di cercare di cambiare d’identità e poi che si dovrebbe, se non cambiarla, almeno prenderne coscienza, per farne una forza che non ha paura dell’incontro degli altri. Perché è qui che ritroviamo il bisogno di libertà. L’identità che ha paura dell’altro, che si costruisce in funzione e contro altre identità, che esclude e costruisce muri di protezione, sarà sempre un’identità debole.
Esattamente così. La paura è sempre segno di debolezza, di insicurezza dettata dalla percezione, pur inconscia, di non avere la forza ideale, spirituale e culturale, appunto, di difendere la propria essenza. Il che, per riflesso automatico e inesorabile, porta a maturare forme di difesa violente e repressive – la stessa cosa che accade con i regimi totalitari, il cui uso della forza, apparentemente segno di potenza, è in realtà sintomo chiaro di estrema debolezza, al punto che senza quella forza crollerebbero rapidamente. Ma, anche al di là di tali devianze politiche (che ci auguriamo non si debba più rilevare, qui), è del tutto evidente come la drammatica mancanza di cultura presente nella società italiana, rilevabile da innumerevoli micro e macro dati – dal calo di lettori di libri a quello di visitatori dei musei, alla qualità dei programmi TV, al “con la cultura non si mangia” perseguito dalla politica all’ignoranza di fondo di troppi italiani circa la conoscenza generale del proprio paese fino alla terribile carenza di memoria storica (ma l’elenco potrebbe continuare molto a lungo) – determini una relativa e inevitabile mancanza di identità, accresciuta peraltro da fattori storici (dopo l’Italia non si sono fatti gli italiani, come invocava invece Massimo D’Azeglio o chi per lui), e dunque una profonda debolezza sociale e antropologica.
E di fronte a tale mancanza di identità, chiaramente persino l’elemento più innocuo eppure appena appena diverso da quella convenzionale “normalità” entro cui la società italiana si rannicchia proprio per sua insicurezza appare come qualcosa di cui aver paura, qualcosa da temere perché potrebbe sopraffare la società stessa. Ma, in verità, non sarebbe il “diverso” a vincere, semmai la società ad essere già perdente in partenza.
Anche per questo insisto tanto, per quel che io, da buon “signor nessuno”, sul difendere a spada tratta la cultura ed anzi sul diffonderla sempre di più e imporla come elemento fondamentale, insostituibile per la nostra società, se non si vuole che la stessa finisca malissimo in tempi brevi. Perché la cultura genera coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza e pure identità, consapevolezza civica, sociale/sociologica di sé e del mondo che si ha intorno e con cui si interagisce. E quando si è sicuri di ciò che si è, sarà ben più difficile avere paura di ciò che è diverso. Di più: vi sarà già di default la condizione migliore per avviare il dialogo, la reciproca conoscenza, lo scambio di sapienza e di cultura, il tutto sullo stesso piano e non da livelli differenti.
Purtroppo, coscienza, cognizione, conoscenza, intelligenza, identità e ogni altra virtù civica scaturente dal possedere cultura sono anche quanto più il potere avversa ai fini della conservazione della propria forza dominatrice. Si sa bene che un popolo ignorante è ben più assoggettabile e comandabile di uno dotato di intelligenza – civica e non solo. Per tale motivo, finché non sapremo uscire da tale circolo vizioso ovvero finché non faremo in modo che il sistema di potere vigente ce lo impedisca, resteremo una società dotata di debolissima identità e per questo in balìa di chissà quante fobie e ulteriori letali storture, fino al punto di non ritorno. E, in tal caso, sarà solo colpa nostra, non di chissà quali immigrati, stranieri, diversi o che altro.
Eccellenza italiana di valore assoluto e primo luogo nazionale inserito nel Registro della Memoria del Mondo UNESCO, la Biblioteca Malatestiana di Cesena è un luogo che qualsiasi appassionato di libri e di lettura dovrebbe visitare almeno una volta. Fondata alla metà del XV secolo, è stata la prima biblioteca civica d’Italia e d’Europa, ed è l’unico esempio di biblioteca monastica umanistica giunta fino a noi perfettamente conservata nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria.
Oggi vi sono conservati quasi 250.000 volumi, di cui 287 incunaboli, circa 4.000 cinquecentine, 1.753 manoscritti che spaziano fra il XVI secolo e il XIX secolo e oltre 17.000 lettere e autografi. Inoltre, nella sezione moderna della biblioteca, sono presenti oltre centomila volumi.
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Biblioteca ma ancor più, ribadisco, visitatela sul serio, non solo in modo virtuale!
Due notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili. O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL…
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.
“Da questo libro il film evento”.
Eh, già. Oggi – terzo Millennio, 21° secolo, anno 2016 – non è più una meravigliosa, immortale opera dell’insuperabile William Shakespeare ad essere considerata un “evento” (imperituro, ovviamente), ma il film che ne viene tratto. Che per carità, è – ovvero mi auguro sia – certamente un gran film: peccato che, temo (assai pessimisticamente, ma tant’è), che molti crederanno il film l’opera fondamentale e non il libro, e quel tal Shakespeare un ennesimo scrittore di robe tipo storiche o fantasy tranquillamente trascurabile…
Tuttavia sposto la questione altrove da considerazioni del genere e riapro fugacemente un dibattito nel quale con amici e “colleghi” sovente finisco, e che al proposito non è affatto secondario così come non è tanto attinente, quanto potrebbe sembrare, agli scopi commerciali perseguiti dagli editori di tali pubblicazioni contemporanee. Ovvero, chiedo: ma operazioni editoriali del genere, la cui matrice commerciale è palese e soverchiante rispetto a quella prettamente culturale e, nel caso, didattica, possono effettivamente servire ad avvicinare alla grande cultura chi altrimenti se ne starebbe lontano, oppure non fanno altro che banalizzarne ulteriormente il senso e il valore contemporanei?
Insomma: chi pensa che Shakespeare sia tutt’al più un calciatore del Chelsea, attraverso una pubblicazione così gadgettizzata ad un film contemporaneo può realmente diventarne un conoscitore e, da qui, trasformarsi in un appassionato lettore di opere letterarie di pregio? Oppure, appunto, come in parecchi pensano – basta leggere certi commenti sui social al proposito – tali operazioni non sono altro che ennesimi esempi di quanto in basso sia caduta la qualità editoriale e, di rimando, culturale nel nostro paese?
E’ una questione aperta, senza dubbio. Per quanto mi riguarda, torno alle frequenti meditazioni sul tema che faccio col mio libraio di fiducia: io, solitamente pessimista su tali questioni (vedi sopra) dico che sì, tra cento che leggono libracci magari qualcuno si appassiona all’esercizio della lettura e, col tempo, impara a riconoscere la qualità di ciò che legge; il mio libraio di fiducia, solitamente ottimista (altrimenti non farebbe il mestiere che fa) ritiene di no.