[Foto di Free-Photos da Pixabay.]Il bello di quando piove, e il cielo è ingombro di nubi grigie e il terreno zuppo e fangoso, è sapere che prima o poi torneranno il Sole e il cielo azzurro.
Il bello di quando c’è il Sole, e magari fa molto caldo, è sapere che prima o poi tornerà la pioggia e la sua frescura la si godrà ancora di più.
Il bello del tempo meteorologico, a prescindere, è che a volte c’è il Sole, a volte piove e, in verità, non è mai “brutto” se non per chi non sa far altro che lamentarsene. Ma lamentarsi e lasciarsi condizionare, della meteo e delle sue vitali mutevolezze, è un po’ come lagnarsi del fatto che, dovendo respirare, a volte si annusano esalazioni poco gradevoli.
Va bene, allora non respirate. Ovvero, non uscite di casa. Ecco.
[Ernest Hemingway sulle Alpi svizzere, 1927. Immagine tratta da qui.]
«Avevamo sciato sul Silvretta per un mese, era bello essere giù in valle, ora. Sciare lassù era stato bellissimo, ma era sci primaverile, la neve era buona solo di mattina oppure di sera. Nel resto della giornata era rovinata dal sole. Eravamo stanchi entrambi del sole. Al sole, sul Silvretta, non si sfuggiva. Le sole ombre erano quelle delle rocce e del rifugio che era stato costruito sotto la protezione di un roccione accanto al ghiacciaio. All’ombra ti si ghiacciava il sudore addosso. Non potevi sederti fuori dal rifugio senza occhiali da sole. Era bello abbronzarsi, ma ora tutto quel sole aveva stufato.» […]
Doveva proprio essere stanco Ernest Hemingway dopo un mese intero di bel tempo in montagna: almeno così sembra da ciò che lui stesso scrisse in uno dei racconti di Men without women, del 1927, successivamente entrato a far parte della raccolta I 49 racconti. In quel breve e asciutto Un idillio alpino ci narra di loro che scendono stanchi e assetati e, passando davanti al cimitero di Galtür salutano il prete con un «Grüss Gott», ricevendo in risposta solo un muto accenno di inchino; poi vedono due uomini che seppelliscono una salma. Il resto si svolge all’osteria del paese, dove tra una birra e l’altra, lo scrittore viene a conoscere tutta la storia, di come una donna morta, appunto prima di essere seppellita, fosse stata dal marito appesa a un gancio fuori della casa per tutto l’inverno. «Immagina d’essere seppellito in un giorno come questo» «Non mi piacerebbe proprio» «Beh, comunque non è il nostro caso», è la conclusione di Hemingway.
(Alessandro Gogna, Un idillio alpino, bellissimo articolo pubblicato su “GognaBlog” l’8 ottobre scorso sulla storia sciistica delle montagne del Silvretta, in Austria, frequentate e poi narrate anche da Ernest Hemingway il quale, oltre a tutto il resto di noto, fu anche un appassionato sciatore. Potete leggere l’intero articolo di Gogna – e ve lo consiglio perché merita parecchio, come meritano sempre di essere seguite le sue varie pagine web e social – anche cliccando sull’immagine lì sopra.)
[Per visitare la fonte dell’immagine – di oggi, intorno alle 12.00 – cliccateci sopra.]
La prima neve che cade sui monti – a quote ordinarie, intendo dire, quella che colora di bianco un’ampia fascia dell’orizzonte e del paesaggio quotidiani, poco sopra casa e anche se solo per poche ore – è una di quelle poche cose che, a me, non solo infonde una deliziosa contentezza ma che, per così dire, mi fa sperare in qualcosa di bello. Fa niente non capire cosa, basta percepire la gradevole sensazione e basta non star lì a indagarla troppo, almeno per quel momento: avvertirla, viverla, goderla e amen.
P.S.: c’è un altro post qui nel blog che ha lo stesso titolo, nel quale ho trattato lo stesso tema in altro modo. Lo leggete qui.
[Foto di Valiphotos da Pixabay.]Puntualmente, ad ogni cambio di stagione e di relativo paesaggio, mi chiedo per l’ennesima volta quale potrei dire che sia, per me, la stagione meteorologica e climatica preferita. Se l’inverno con la sua neve e i cieli limpidissimi, la primavera con la sua esplosione di vita e di colori, l’estate col caldo e la sua luce infinita oppure l’autunno con le sue sfumature e il lento quietarsi della Natura. Così, ogni volta mi do una risposta che, puntualmente (vedi sopra) dopo tre mesi circa mi smentirò, d’altro canto sapendo bene come tali risposte, e la stessa domanda a cui si riferiscono, siano di quelle così astratte da risultare, appunto, affascinanti nella loro indeterminatezza.
Posto ciò, tuttavia, devo dire che l’autunno mi genera sempre un’attrazione particolarmente fascinosa. Le giornate che s’accorciano, la luce che cala inesorabilmente, le ombre che s’allungano, il clima via via più fresco, l’odore dei primi camini accesi e quei fantasmagorici colori e profumi che diffondono i boschi, con la sensazione vivida che, dopo l’irrefrenabile energia estiva, tutto torni ad una dimensione più tranquilla, pacata, più riflessiva, preparandosi così al silenzio e alla stasi invernali. Ecco: l’autunno, se devo riassumere queste percezioni personali in poche parole, mi genera un senso di garbata intimità, verso tutto lo spaziotempo che lo contraddistingue e gli elementi del suo paesaggio il quale, dal mondo esteriore, diviene in modo assai vivido e forse più che in altri momenti dell’anno anche il mio paesaggio interiore. Una consonanza tra “paesaggi” che è per me fondamentale, al fine di recepire al meglio le sensazioni della stagione, dei suoi istanti, di quanto possono offrire di materiale o immateriale e adeguarmi ad essi con la più consona profondità di mente, d’animo e di spirito.
Forse, già: perché magari poi percepirò le stesse sensazioni anche nelle altre stagioni dell’anno e nuovamente, anzi puntualmente, mi rimarcherò simili considerazioni per quei momenti e per le loro differenti peculiarità. In fondo, ribadisco, è proprio questo il bello del rincorrersi delle stagioni e dei loro paesaggi, e del perdere futilmente qualche attimo a rispondersi a “domande” al riguardo che, in fin dei conti, sono per esse stesse anche la miglior risposta possibile.
Paraloup (toponimo che secondo la tradizione popolare significa “difesa dei lupi”) è una piccola borgata di montagna del Comune di Rittana (Cuneo) situata a 1360 m di altitudine sul crinale che divide la Valle Stura dalla Valle Grana. Nelle sue baite per secoli abitarono montanari e pastori, frammenti di quel “mondo dei vinti” (nella celebre definizione di Nuto Revelli) che costituisce oggi un riferimento ineludibile per chi guarda a nuove forme di convivenza con la natura. Tra l’autunno del 1943 ed il 1944 Paraloup divenne anche la roccaforte della prima banda partigiana “Giustizia e Libertà”, nella quale militarono Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Nuto Revelli. Per questo suo valore storico, luogo di memoria e simbolo della cultura montana, la Fondazione Nuto Revelli ha intrapreso il recupero fisico e sociale della borgata, portando a termine nella primavera del 2013 i lavori di ristrutturazione con un progetto architettonico innovativo. L’installazione di fonti energetiche sostenibili, un impianto geotermico per il riscaldamento, l’uso di isolanti ad alta efficienza nelle pareti permettono di garantire un’autosufficienza economica ed un basso impatto ambientale. Oggi la borgata Paraloup è un vivace centro culturale di scambio e di crescita, un sistema integrato di attività turistico-artigianali, agro-pastorali e di proposte culturali-formative con proposte di passeggiate naturalistiche ed attività outdoor in tutte le stagioni: un progetto esemplare che ho già conosciuto e studiato al fine di trarne buoni consigli per alcuni altri interventi di natura similare che sto curando e realizzando dalle mie parti.
Per di più, dallo scorso 5 settembre Paraloup si è arricchita di un luogo culturale parecchio interessante: il Museo dei Racconti, realizzato dalla Fondazione Nuto Revelli per farne lo spazio condiviso, materiale e immateriale, di una doppia memoria: quella della guerra partigiana e quella della vita contadina che si svolgeva qui prima dell’abbandono, avvenuto a partire dagli anni ’60 del Novecento. «Abbiamo ricostruito le case della borgata con un progetto architettonico innovativo, armonicamente inserito nel paesaggio, secondo i principi della Carta internazionale del Restauro», racconta la Fondazione. «Lavoriamo a farne un luogo di memoria viva, un esempio di sviluppo sostenibile. Paraloup è tornata a vivere perché resa nuovamente abitabile e animata da iniziative di incontro. In ogni caso vorremmo che in Paraloup si riconoscessero tutti coloro che abitano la montagna, o semplicemente ne percorrono i sentieri».
Al centro di questo museo diffuso è presente un allestimento espositivo multimediale interattivo prodotto dallo studio NEO Narrative Environment Opera di Milano sotto la guida del Comitato Scientifico della Fondazione che darà voce, attraverso materiali d’archivio, alle diverse generazioni che hanno attraversato Paraloup nella storia. I testimoni portavoce delle varie epoche (le emigrazioni della fine dell’Ottocento, gli anni della Seconda Guerra Mondiale, lo spopolamento degli anni ‘60 e l’età contemporanea) avranno in comune la giovane età e, per questo motivo, la sala si chiamerà “Nati ieri”. Giovani protagonisti della storia che sono e saranno in dialogo con i giovani di oggi e a cui i visitatori potranno porre domande attraverso il leggio interattivo installato nella sala.
Un progetto molto interessante in un luogo altrettanto affascinante ed emblematico: lo visiterò al più presto, sicuro di poterne trarre tanto intriganti sensazioni quanto illuminanti suggestioni da sviluppare (me lo auguro) in chissà quante altre idee – e invito anche voi a visitare Paraloup, se mai passerete da quelle parti. Ovviamente poi ne leggerete qui, quando ciò accadrà.