Franco Arminio

franco_arminioLui è Franco Arminio, paesologo.

«Paes-che?» forse chiederà qualcuno di voi. Ok, un attimo di pazienza e vi dico tutto.
Di frequente, negli ultimi tempi, mi sono occupato di lavori editoriali (articoli su vari media, libri, testi e curatele culturali su carte geografiche…) basati sullo studio, l’esplorazione e la
conoscenza del paesaggio. Più specificatamente, in ciò che faccio cerco di offrire i più numerosi e approfonditi elementi culturali per fare che le persone possano ritrovare e riallacciare il legame antropologico con il territorio che abitano, riconoscendolo (in primis geograficamente ma poi, e in senso generale, culturalmente) ed essendo consapevoli della propria presenza su di esso e delle tracce che vi restano. D’altro canto – non sono io il primo a sostenerlo e, mi auguro, nemmeno l’ultimo – il paesaggio è un elemento culturale, tra i più potenti ed espressivi: a tale evidenza innegabile si collega quanto vado sostenendo, nelle occasioni pubbliche, ogni volta che ve ne è la possibilità: il paesaggio è come un libro aperto sul quale l’uomo scrive la propria storia, e i segni di scrittura nonché l’alfabeto che narra tale storia sono dati dalle case, i borghi, i paesi, le cascine, le stalle, le strade, i sentieri, le fontane, i muri a secco o d’altro genere, i campi arati, i pascoli… Insomma, tutto ciò che, appunto, è segno della presenza (più o meno proficua, chiaramente) dell’uomo sul territorio, tutto ciò che è vita umana e, di rimando, cultura della civiltà dell’uomo.
Posto ciò, sono tanto vicino in spirito e visioni quanto sempre più interessato a quei personaggi che fanno del paesaggio – quello più o meno antropizzato come quello naturale e “vergine” – il tema fondamentale delle proprie riflessioni pubbliche, e Franco Arminio è senza alcun dubbio tra i più prestigiosi e illuminanti di essi.

Ma, dicevamo, la paesologia: cos’è?

Essa consiste essenzialmente in una forma d’attenzione. È uno sguardo lento e dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma”. Le “creature” sono, soprattutto ma non solo, i paesi di quella parte d’Italia dove Arminio è nato e vive e che lui definisce, con immaginifico epiteto, Irpinia d’Oriente.

Così spiega lo stesso Arminio, citato e puntualizzato da Linnio Accorroni nella recensione pubblicata su L’Indice a Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, uno dei testi più importanti della produzione dello scrittore irpino; ma comprenderete bene come quella contestualizzazione mirata alla propria terra la si possa tranquillamente adattare e allargare all’intera Italia, così ricca di “creature” antropiche tanto ricche di cultura e autentica identità antropologica quanto così spesso bistrattate dalla gestione pubblica del territorio se non abbandonate – fisicamente come in spirito – dalla loro stessa gente, non più resa capace di comprendere il loro valore e dunque quel legame di natura antropologica, appunto, col territorio vissuto.

Vediamo ora di approfondire ancora più il concetto di paesologia, sempre con Franco Arminio e con un testo apparso nel suo blog  http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/:

Che cos’è adesso la paesologia

La paesologia unisce l’attenzione al dettaglio con la spinta verso il sacro, mettere al centro la poesia cambia molte cose, significa mettere al centro della vita la morte, la morte non è una faccenda di un giorno solo, è la faccenda di ogni giorno, la morte muove l’anima, la poesia e la morte portano inevitabilmente a dio, non quello che ci hanno raccontato, un dio che non promette paradisi e inferni, un dio che è semplicemente un punto vuoto a cui approdare, il dio della paesologia è il niente.

La paesologia è sgretolata, arrancante, cerca la vita e la morte, che cerca il tutto e il dettaglio. Forse non ci può accadere niente di grande prima della morte, è come se avessimo un tappo che ci impedisce di scendere o di salire: è bello quando le persone hanno questa possibilità di scendere e salire in se stessi, dobbiamo avere un’ampia oscillazione, ma intanto le parole oggi non vengono fuori, l’anima non mi serve a niente stamattina, adesso devo uscire verso il sole, mettermi dentro il giorno e vedere in che punto del corpo il giorno mette l’anima, l’anima è la cosa di cui abbiamo bisogno, l’anima del mondo è il nostro lutto, più che la fine della comunità dovremmo piangere sull’anima perduta. L’anima del mondo è finita perché sommersa delle merci, le merci ci sono sembrate più comode al posto dell’anima, e la vita è diventata una trafila burocratica, una faccenda gestita da una ragione anemica e sfiduciata. Le merci hanno messo fuori gioco ogni leggenda, fuori gioco il sogno e in fondo anche l’amore, alla fine tutto quello che discende dall’anima è come se fosse messo fuori gioco.

La paesologia è oltre la decrescita, è fuori dalla logica di costruire società e benessere, l’uomo non deve costruire niente, siamo qui nel mondo, siamo qui e non si può dire nient’altro, siamo nel tempo che passa, non c’è niente da risolvere, non c’è una meta da raggiungere. Ci vuole una religione che ci dia quiete, che ci faccia accettare quietamente l’assurdo della condizione umana, ma anche la sua miracolosa bellezza. È bello vivere proprio perché siamo avvolti nel mistero e non abbiamo alcun compito e ogni volta che ce ne diamo uno ci stressiamo, ci mettiamo in una morsa. Ogni istante è uno spingersi verso l’istante successivo cercando di approdare a chissà che, come se quello che ci fosse non bastasse mai e fosse solo la premessa, la traccia di un esercizio da svolgere. Qui è la radice dell’inquinamento, nel sentirsi in colpa se il giorno gira a vuoto. Abbiamo un’anima ingorda e non cambia molto se si è ingordi di denaro o di amore o di divertimento. È l’ingordigia che bisogna spezzare, bisogna capire che la modernità e lo sviluppismo non sono tensioni capitalistiche. Sono molte migliaia di anni che abbiamo preso questa piega. E il cristianesimo l’ha rafforzata. Non ho le idee chiare su questo punto, ci sarebbe da distinguere tra San Francesco e Calvino, bisognerebbe indagare sul passaggio dal nomadismo dei pastori all’agricoltura. Dio è morto quando è nato il primo recinto e noi siamo le sue ceneri.

La paesologia è un soffio visivo sopra queste ceneri. È il batticuore delle creature spaventate: dalla nascita alla morte i nostri sono gli spasmi di un topo finito in una gabbia. L’essenziale c’è prima di nascere e dopo la morte, l’essenziale non è per noi. Dobbiamo accontentarci di qualche attimo di bene quando c’è.

Ecco. Qualcuno ha definito la paesologia una “neoscienza”, tuttavia – io credo – se tale la si deve considerare, è forse l’unica scienza esistente della quale possiamo essere tutti quanti rappresentanti: “scienziati” (se vogliamo restare in tale terminologia) di noi stessi e per noi stessi, ovvero di noi stessi e del territorio che abitiamo, cioè di noi e della nostra identità antropologica – la quale, sia chiarissimo da subito, non ha nulla a che vedere con qualsivoglia accezione di natura pseudo nazionalista-localista, anzi: è sinonimo di sicurezza identitaria e dunque di bagaglio culturale idealmente aperto a qualsiasi altro nonché costantemente pronto al dialogo, alla correlazione, all’integrazione. Esattamente come tra due o più conversatori che abbiano qualcosa di proprio da dire e da offrire agli altri, in un reciproco, costante e proficuo dialogo.

Lo scorso febbraio, a Trevico, si è svolta la seconda Festa d’Inverno della Paesologia. Nell’occasione è stato stilato un manifesto che puntualizza e riassume, in buona sostanza, quelli che sono gli scopi della paesologia e delle comunità provvisorie – nome anche dell’associazione appositamente creata per “promuovere e sperimentare pratiche di paesologia. In particolare promuovere nuove e libere forme di vita e aggregazione nei paesi, con più amorosa attenzione verso quelli più piccoli, isolati e poco frequentati” (dallo statuto).
Quello che è stato dunque definito Manifesto di Trevico così recita, al suo inizio e alla fine (lo potete leggere interamente qui):

Viviamo in un’epoca volante, ma è il volo dentro una pozzanghera.
Stiamo morendo e stiamo guarendo, stanno accadendo tutte e due le cose assieme.
Noi proponiamo l’intreccio di poesia e impegno civile. Abbiamo bisogno di poeti e contadini. Amiamo Pasolini e Scotellaro, amiamo chi sa fare il formaggio, chi mette insieme il computer e il pero selvatico.
Crediamo che bisogna unire le varie esperienze che si vanno opponendo alla deriva finanziaria e totalitaria dell’intero pianeta. Non basta, ad esempio, parlare di decrescita. Non basta la premura di avere prodotti alimentari buoni e sani. Non bastano le battaglie per la difesa del paesaggio e dei beni comuni. E non bastano i partiti che ci sono o quelli che si vorrebbero costruire.
Noi crediamo alle Comunità Provvisorie che uniscono queste esperienze diverse e altre ancora, annidate sui margini. Parliamo di Italia Interna, parliamo di paesi e montagne. Il loro svuotamento in atto da qualche decennio ha effetti che generano nello stesso tempo desolazione e beatitudine.
(…)
La vicenda umana ci sembra commovente quando è capace di alzarsi e abbassarsi nello stesso tempo, quando riusciamo a tenere assieme l’infimo e l’immenso, quello che accade nei palazzi della politica e nelle tane delle formiche. Ci interessa la salute delle persone e quella delle api. Ci interessa la democrazia, la gioia e il dolore. Occuparsi della tutela di un paesaggio ha poco senso se poi non ci accorgiamo dei paesaggi dolenti che appaiono sui volti di troppe persone.
La casa della paesologia non è nata per risolvere i nostri problemi e neppure quelli degli altri. Noi stiamo nel tempo che passa e sappiamo che di questo tempo alla fine rimane qualche attimo di bene che siamo riusciti a darci.
Crediamo che l’arcaico non vada cancellato da nuovismi affaristici. Dobbiamo provare a credere di più a queste nostre verità provvisorie e a farle conoscere con le nostre parole, coi nostri abbracci. Sogno e ragione, paesi e città non più come cose separate, ma luoghi diversi dello stesso amore.

Bene, mi auguro di avervi dato sufficienti input per cominciare a comprendere le tematiche di fondo e, ancor più, per approfondire la ricerca e il lavoro di Franco Arminio – nonché per conoscere meglio lo stesso personaggio e i suoi testi editi. Potete fare tutto ciò nei due blog di riferimento di Arminio, il già citato Comunità provvisorie – la “residenza” principale sul web dello scrittore irpino – e su Casa della paesologia, il blog espressamente dedicato alla paesologia e alla sua “casa”; ma c’è anche la pagina facebook della stessa associazione, qui.

Chiudo con le parole del sindaco di un piccolo comune della Sardegna, Bortigiadas, meno di 800 abitanti nella Gallura più storica, che ha avuto la fortuna di ri-conoscere il proprio paese grazie ad una recente visita di Franco Arminio, nella speranza che chiunque, nel proprio piccolo, possa fare la stessa cosa e diventare a suo modo un paesologo del proprio territorio:

La paesologia invita all’attenzione, ai piccoli gesti, ai saluti, alle gentilezze.
È la forma rivoluzionaria del vivere nella carne delle comunità, dentro al cuore.
Non è la rievocazione del piccolo mondo antico, è l’accelerazione del futuro.
Ha un nemico e non è la città. Il nemico è lo scoraggiatore militante, il rubatore di sogni, l’abigeatario di futuro, il parolaio, il lessico seccato dall’abitudine, la parola smunta nel partitificio.
La paesologia vive nei vicoli occupati dall’indifferenza, dallo scoramento, dall’abbandono. La paesologia non ripopola paesi, ripopola la speranza.
E mette insieme politica, militanza, sviluppo locale, sogni, visioni, poesia, musica, giovani, comunità, agricoltori, pastori, artigiani del sorriso e della lacrima.

Educazione è rivoluzione.

5d2b333dc124711e532156e3093ab752Educazione è rivoluzione.
Già.
Più il tempo passa, e più educazione, cortesia, garbo, senso civico, urbanità, coerenza, etica, consapevolezza culturale, onestà intellettuale, senno, divengono peculiarità rare, non ordinarie, anomale, perturbatrici, sovversive. Rivoluzionarie, insomma. Ergo pericolose. E, inutile rimarcarlo, sono (sarebbero) tutte cose assolutamente ovvie e ordinarie in un qualsiasi individuo d’una società realmente moderna e civile.
Invece no, sono cose pericolose. Pericolose in primis per chi vorrebbe, attraverso la loro estinzione, caratterizzare la gente comune in modo opposto così da creare caos sociale, cioè la condizione migliore affinché il potere possa prosperare, dominare e assoggettare tutto e tutti in modo sempre più assoluto.
Ma lo stesso principio vale anche su “piccola scala”. Per dire: essere educati, appunto, è azione rivoluzionaria anche nelle minime cose quotidiane, nei gesti più minuti di tutti i giorni che invece, sempre più spesso, sembrano già essi contraddistinti da maleducazione, egoismo, inciviltà, menefreghismo, ignoranza. Ugualmente rivoluzionari diventano così la cultura, la razionalità, il senso civico, la capacità di discernimento, eccetera.
Per tutto ciò, e ben più di tante altre cose, l’educazione può essere un’arma potente di rivoluzione, di rinnovamento sociale, di costruzione d’una rigenerata base culturale comune oltre che di vibrante protesta verso quel sistema di potere e di dominio che invece fa delle peculiarità opposte la propria cifra e la propria forza – inevitabilmente, dacché un sistema corrotto non può che nutrirsi della corruzione – culturale, sociologia, antropologica e ovviamente politica – della società su cui si poggia.
Bisogna rivoluzionare con l’educazione, dunque bisogna educare alla rivoluzione. Anche perché è forse l’unica, tra le “rivoluzioni”, a non rischiare di sovvertire sé stessa e degradarsi in involuzione, come accaduto a tanti altri moti apparentemente “rivoluzionari”. È pure l’unica che, probabilmente, si può facilmente realizzare: basta volerlo, singolarmente, senza aspettare che altri chiamino all’adunanza e/o all’azione.
Basta volerlo, già. È proprio questo che la rende così preziosa e, parimenti o forse più, così utopica. Purtroppo.

Democrazia

Democracy21(Dopo vi dico, di questo testo. Ora leggete…)

Tutto cominciò qualche tempo fa, dopo una tornata elettorale politica che si svolse nel modo più regolare possibile, con una coalizione composta da alcuni partiti che ottenne una vittoria netta, con percentuale di oltre il 45%, mentre la coalizione “avversa” ottenne poco meno del 35%; la parte di voto rimanente andò a favore di partiti e movimenti minori. Alcuni di questi contribuirono a siglare accordi politici con la coalizione vincente, in modo da stabilire una necessaria maggioranza parlamentare semplice, e quindi si poté formare un governo ed eleggere il primo ministro.
Tutto regolare, appunto, ovvero nulla di politicamente precario. Un esempio luminoso e ammirevole di democrazia – scrivevano i giornali con tutta l’enfasi di cui sapevano incomparabilmente adornarsi. Tuttavia, già da tempo tra la gente serpeggiavano al proposito considerazioni di segno diverso. “Una volta la politica era l’arte del compromesso, oggi invece è l’arte dei compromessi!” ironizzava qualcuno, ma tutto sommato l’importante era che un governo vi fosse, di qualsiasi parte, segno, idea o che altro ma vi fosse. Generava, in fondo, la stessa comoda tranquillità che fornisce la guardia giurata fuori da una banca: si potrebbe obiettare a lungo sulla sua reale efficacia in caso di rapina ma intanto c’è e va bene così, perché grazie ad essa si può credere di essere tranquilli, allo stesso modo per cui si può credere di essere in democrazia, se un governo c’è.
Ma le parole non hanno lo stesso valore per tutti, inutile rimarcarlo. Forse per alcuni un valore non ce l’hanno proprio: in effetti deve essere riconosciuto, il valore, per sussistere. Similmente, forse – e al di là di quanto tra la gente comune si diceva, ovviamente – anche per tale motivo il valore politico e non solo di alcuni esponenti del governo eletto non venne riconosciuto da altri che al programma di esso (ovvero ai relativi incarichi) si ritenevano evidentemente più consoni: nonostante una maggioranza semplice piuttosto ampia, i dissidi nell’esecutivo non tardarono a manifestarsi e a scaturire in una crisi di governo.
Vennero indette nuove elezioni ma prima si provvide, al fine di evitare questioni simili, a modificare la legge elettorale in vigore, in modo da garantire una maggiore e più proficua stabilità di governo – scrissero i giornali con immutabile ed encomiabile positività. Con la nuova legge sarebbero stati candidabili solo persone direttamente indicate dalle relative liste: persone fidate, dunque, leali e fedeli. L’elettore doveva solo votare la lista, senza più il fastidio di dover scegliere pure il candidato: avrebbe pensato a tutto la lista stessa, ovvero il partito politico di riferimento. Un’innovazione senza precedenti e democraticamente modernissima – si affrettarono a rimarcare i giornali con caratteri cubitali in testa a lunghi articoli di approfondimento, che la gente comune era invitata caldamente a leggere per evitare di borbottare come, a quanto sembrava, aveva preso a fare.
Si votò e si elesse il nuovo governo, composto per la maggior parte da amici e collaboratori di lunga data del primo ministro (cosa che qualche rara voce commentò in modo non del tutto positivo) della cui fedeltà e lealtà dubitare sarebbe stato quanto meno offensivo, sia verso il buon nome dello stesso primo ministro che verso il suo governo, il quale finalmente poteva lavorare con l’invocata stabilità politica necessaria.
Malauguratamente, il nuovo esecutivo durò poco più di un mese, travolto da inopinati litigi e imprevedibili voltafaccia. Il Presidente dovette conferire l’incarico ad un nuovo primo ministro il quale subito volle precisare che, pur nel solco dell’ottima legge elettorale poco tempo prima varata, non avrebbe commesso lo stesso errore del suo predecessore, “tanto nocivo per la stabilità politica e per il buon nome delle istituzioni” – così riportarono i media con edizioni straordinarie di grande impatto.
In effetti, il nuovo primo ministro fu di parola. Non vi era alcun “amico” o “collaboratore” in senso propriamente detto nel nuovo governo, il quale infatti era in buona sostanza composto da familiari del primo ministro, e non oltre il terzo grado di parentela. Quale miglior modo per garantire una autentica meritocrazia, quand’essa sia direttamente constatabile grazie ad un univoco e ben conosciuto ambito elettivo? Ma il tono sinceramente convinto con cui i membri del nuovo esecutivo ribadivano appena possibile tale affermazione non bastò a placare un certo malumore che prese a serpeggiare nell’opinione pubblica, convenientemente supportato da quelle parti politiche che si erano ritrovate a far parte dell’opposizione parlamentare – ovvero, che sfortunatamente non annoveravano tra le proprie fila parenti stretti del primo ministro. (Anzi: in tali fila politicamente avverse confluirono pure un paio di suoi ex collaboratori, dei quali si venne a sapere che erano l’uno un cugino di quarto grado, e l’altro solo uno zio della moglie.) Si prese a tacciare il capo del governo di nepotismo familista, ma egli ricacciò le accuse sostenendo che non vi erano nipoti nel suo governo; altri parlarono di consanguineità dittatoriale, e nuovamente egli rispose che non si poteva certo “ridurre una disciplina nobile come la politica a mera disputa sugli esame del sangue personali” – un’affermazione che impegnò intellettualmente una folta schiera di stimati analisti politici in numerosi dibattiti televisivi per diversi giorni, nel mentre che nelle strade molti cittadini, più semplicemente, ne restarono piuttosto perplessi. E a ragione, convennero poi in tanti, quando si constatò che molti dei ministri vennero eletti in base a principi meritocratici a dir poco arcani, se il titolare del dicastero della giustizia – fratello del primo ministro – aveva in corso un procedimento penale per furto aggravato, il ministro della salute gestiva un’attività di vendita di pesticidi chimici mentre il ministro dell’istruzione diramò un comunicato sui progetti del proprio dicastero intitolato “Nuovi obbietivi per una squola miliore” – e quando alcuni gli fecero pubblicamente notare la scorrettezza linguistica di tale titolo, egli rispose che “non sarebbe stata certo una b in più in una parola a rovinare un progetto così di valore!”
Il malumore serpeggiante divenne crescente polemica. Inevitabilmente e inopinatamente, dacché se alcuni quotidiani esaltavano “l’innovazione creativa di una lingua ormai troppo arcaica compiuta dal ministro”, ve ne furono altri che cavalcarono il malumore della piazza denotando l’incongruità tra parole e fatti di alcuni esponenti del governo – almeno finché le vendite dei quotidiani in oggetto, dopo il relativo aumento, non tornarono a calare, momento in cui i suddetti esponenti vennero solo considerati “qualcosa di nuovo rispetto al passato” – sic et simpliciter.
Posti tali presagi, tuttavia, il cammino del nuovo esecutivo si fece subito oltre modo irto, e a fronte delle inestinguibili e variegate proteste il primo ministro fu costretto a rassegnare le dimissioni di lì a breve.
A tal punto, con un paese per buona parte in subbuglio e una situazione politica assai frammentata dagli ultimi insuccessi istituzionali, occorreva senza alcun dubbio un governo di unità nazionale, che potesse ricomporre e riappacificare il paese nonché trovare l’accordo di tutti i partiti politici. Con trovata che i media definirono senza mezzi termini geniale, il Presidente conferì l’incarico di nuovo primo ministro a uno dei più famosi calciatori del paese, un personaggio popolarmente apprezzato che avrebbe messo a disposizione della politica tutta la propria grande esperienza agonistica e sportiva, così da far vincere al paese anche la partita più importante, quella politico-istituzionale. Con buona pace delle solite malelingue, che rimarcavano come un calciatore fosse probabilmente bravissimo a segnale un goal da trenta metri di distanza dalla porta oppure destreggiandosi in mezzo all’intera difesa avversaria, ma su che possedesse pure un’adeguata preparazione politica e diplomatica v’era inevitabilmente da porsi qualche dubbio, il primo ministro incaricato formò la nuova squadra di governo inserendovi undici altri calciatori più una lunga serie di sottosegretari – “Perché oggi la panchina lunga è importante!” disse a supporto di tale sua scelta – e conferendo gli incarichi ministeriali in base ai ruoli ricoperti sul campo di gioco: il Ministero della Difesa a un difensore, ovviamente, il Ministero delle Infrastrutture a un portiere, quello dei Trasporti a un’ala, e così via; qualche discussione si ebbe sull’assegnazione del Ministero della Giustizia a un libero, in ogni caso il nuovo governo venne finalmente varato.
Durò due giorni, ovvero fino a qualche attimo dopo la cerimonia di insediamento, quando in base al protocollo si invitarono i ministri appena eletti a riunirsi per la prima volta nel gabinetto di governo, e le televisioni di mezzo mondo ripresero l’inopinata e obbiettivamente indecorosa scena di due dozzine di individui in doppiopetto che cercarono di infilarsi tutti insieme, spintonando e imprecando, nei bagni della sala in cui si era svolta la cerimonia. Un luogo, qualcuno commentò subito dopo, peraltro consono agli individui suddetti; di contro, dai media scaturì sull’accaduto un silenzio pressoché totale.
Il paese, a tal punto, viveva una impasse politica e istituzionale a dir poco seria. C’era bisogno di una scossa, un cambiamento radicale con il quale si potesse nuovamente garantire sia l’esercizio democratico del voto da parte dei cittadini, sia la migliore e più proficua governabilità del paese stesso. Il tutto, tennero a precisare con fermezza le più alte cariche dello stato, utilizzando gli strumenti legislativi vigenti, unici a rappresentare pienamente un concetto sano di democrazia e, parimenti, a spegnere sul nascere qualsiasi impulso antidemocratico e sovversivo che le piazze in subbuglio potevano generare. Su diretta indicazione dei partiti politici – a loro volta “rappresentanti compiuti del più alto concetto di democrazia”, come asserirono i loro leader con frequenza che, grazie alla stampa, divenne degna di una eco d’un coro lirico nel Grand Canyon – venne formata una commissione di saggi, ovvero eminenti esperti di diritto costituzionale e parlamentare, la quale dopo svariate consultazioni con i suddetti leader politici e alcuni giorni di solenne dibattimento a porte chiuse, formulò una proposta che subitamente alcuni quotidiani giudicarono geniale ancor prima che fosse resa pubblica, peraltro generando in molti cittadini un déjà vu che non prometteva nulla di buono.
In buona sostanza, la commissione dei saggi propose una radicale modifica alla legge elettorale, che sarebbe variata nel seguente modo: si sarebbe tornati a breve alle urne, garantendo ai cittadini l’esercizio del voto, e i risultati dello stesso sarebbero poi stati vagliati e analizzati da una commissione elettorale che ne avrebbe giudicato la bontà ovvero la problematicità, in tal caso componendo il parlamento e le relative maggioranze di governo indipendentemente dai risultati del voto. In questo modo si sarebbe potuto conseguire un equilibrio politico-parlamentare adeguato alla formazione e al supporto di un governo stabile eliminando il pericolo di un eventuale risultato elettorale poco determinate e dunque destabilizzante; nel contempo i cittadini avrebbero potuto esercitare come sempre l’attività di voto, recandosi alle urne, scegliendo le liste da sostenere e votando, soddisfacendo il diritto democratico (così si affermò) e la tranquillità sociale che ne è sempre derivata.
Fu una soluzione indubbiamente notevole, una vera e propria cerchiatura del quadrato per come sapeva smussare qualsiasi possibile angolo ovvero ostacolo alla gestione politica del paese; inoltre, a ben vedere e posta la realtà dei fatti, sanciva ciò che ormai da parecchio tempo era divenuto il diritto di voto popolare, dacché a molta parte dei cittadini ciò che importava in primis era l’esercizio in sé, il recarsi al seggio, il compiere i tradizionali e suggestivi gesti del voto. Era il partecipare a questo rito collettivo istituzionale così piacevolmente democratico, che permetteva agli elettori di sentirsi parte del paese, della sua vita politica, che donava la sensazione concreta di vivere in democrazia, appunto. Tutto il resto, poi, non contava molto,in fondo i politici fanno sempre quello che voglionochiosavano molti con un misto di rassegnazione e indifferenza. Però votavano sistematicamente, questi, e si sentivano la coscienza a posto. Era un po’ come il recarsi con regolarità alla messa della domenica e, per questo, sentirsi buoni credenti: non faceva nulla se poi, appena usciti dalla chiesa, non si sapesse nemmeno qualche fosse il brano delle sacre scritture letto o cosa il parroco avesse detto nell’omelia. L’importante era aver osservato l’impegno, esserci stato, in chiesa, e magari essersi fatto notare dai presenti in essa – il tutto con l’approvazione del parroco stesso e dell’istituzione rappresentata.
“Ma così votare non serve più a niente!” presero tuttavia a contestare alcuni, ed altri si spinsero addirittura a parlare di “colpo di stato”. Certi intellettuali, addirittura, citarono chissà quale loro obliato predecessore il quale avrebbe affermato che “l’unica differenza tra la dittatura e la democrazia è che nella prima non ti fanno perdere tempo a votare” – ma d’altro canto è noto che agli intellettuali piace molto atteggiarsi a categorici bastian contrari, dacché se tali non apparissero si potrebbe facilmente mettere in dubbio la celebrata vivacità del loro intelletto.

(Ecco: questo che avete appena finito di leggere è un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Beh, in ogni caso, spero vi sia piaciuto.)

Rumore, rumore, rumore. Troppo rumore.

restaurant-noiseRumore. Ribadisco, c’è troppo rumore, nei locali pubblici e in altri similari ambiti, anche in quelli dove una certa quiete sarebbe ordinaria e gradita prerogativa. Certa gente alza sempre più il tono di voce, come se si rendesse conto (inconsapevolmente, spero) che, non dicendo/raccontando nulla di interessante, sia il volume vocale l’unico strumento per farsi notare e attrarre attenzione, ovvero per non palesarsi in tutta la propria effettiva e cronica insignificanza.

L’artista non deve mai diventare un’opera d’arte! (Cattelan/Bonami dixit)

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Il rischio più grosso, per tutti ma in particolare per un artista, è finire col diventare un’opera d’arte, diventare quello che uno fa e non quello che uno vorrebbe essere. Quando le idee diventano più deboli di chi le ha pensate, si accende una luce rossa. Il livello di allerta è massimo. Bisogna evacuare la zona, bisogna abbandonare la nave. Bisogna uscire dalla bottiglia prima che ci rimettano il tappo.

(Maurizio Cattelan (Francesco Bonami), Maurizio Cattelan. Autobiografia non autorizzata (Mondadori, collezione “Strade Blu”, 1° ediz.2011, pag.117.)

In fondo Cattelan – o Bonami che del suo io narrante s’è appropriato, nel testo da cui è tratta la citazione e che ho recensito qui – sostiene esattamente (con riferimento all’ambito artistico) quanto io vado dicendo da tempo riferendomi all’ambito letterario, ad esempio in questo articolo pubblicato qui sul blog un paio d’anni fa. Ovvero, il fatto che ci siano in circolazione molti scrittori “famosi” che hanno scritto libri i cui titoli solo chi ha letto sa citare: ciò che io ritengo una stortura insensata. Fatevi dire da qualcuno qualche nome di scrittore famoso, appunto, e troverete tanti capaci di citarne a bizzeffe; chiedete poi di citarvi qualche titolo di opere da quegli scrittori famosi pubblicate e, ci scommetto, faticherete a trovarne un paio capaci di ciò – escludendo ovviamente i lettori forti, peraltro a loro volta merce rara.
Ciò non ha senso, ne sono convinto. Deve restare il libro e possibilmente la sua bontà letteraria, nella mente della gente, non il nome di chi l’ha scritto – se non per mera conoscenza nozionistica. Altrimenti, la letteratura in quanto disciplina artistica, con evidenti rilevanze sociale e culturali in genere, perde buona parte del suo senso.