Ci può essere qualche legame tra Gabriele D’Annunzio, il Vate inguaribilmente esteta che si vantava di non poter fare a meno del superfluo, e Ernest Hemingway, il quale scrisse molti dei suoi celeberrimi romanzi su una macchina da scrivere particolarmente amata, la Corona #3?
Forse no. O forse sì, grazie ad un nuovo gadget tecnologico che pare fatto apposta per diventare uno status symbol dell’indispensabilmente superfluo: Hemingwrite, una macchina da scrivere con accattivante design retro che unisce la semplicità di un word processor anni ’90 con la tecnologia più moderna. Connessione wifi, batteria che dura 6 settimane (!), schermo E-Ink con retroilluminazione da 6 pollici, memoria ben capiente per immagazzinare milioni e milioni di pagine scritte e, soprattutto, la riproduzione di una tastiera meccanica che offre quella corsa e quel ticchettio che solo le macchine d’una volta sanno dare.
Ora: il riferimento a Hemingway è ovvio, fin dal titolo e nell’evidente intento di recuperare le tante immagini in circolazione del grande scrittore americano al lavoro sulla sua macchina da scrivere. Quello a D’Annunzio mi è balzato in mente quasi subito, nel leggere di questo nuovo gadget da scrittori e nel considerare appena dopo quanto sia sostanzialmente superfluo: ma sì, insomma, a che serve una pseudo-macchina da scrivere d’antan in salsa hi-tech che mai e poi mai, bisogna ammetterlo, offrirà la stessa comodità di scrittura – pratica e “logistica” – offerta da un “normale” pc? Con quello schermetto piccolo piccolo, poi, che obbliga a dover tornare indietro ogni volta che si voglia rileggere quanto scritto solo 6 o 7 righe prima!
Nel principio, ‘sta Hemingwrite mi ricorda un po’ quello spray da spruzzare sugli ereader per fare in modo che odorino di carta e inchiostro come i libri cartacei. Che è un po’ come andare in spiaggia a Rimini e farsi fotografare con alle spalle un fondale che riproduce una baia tropicale, per far credere di essere ai Caraibi!
Eppure, proprio per questo, scommetto che Hemingwrite potrebbe diventare un oggetto vitale per parecchi appassionati di scrittura. “Potrebbe”, sì, visto che al momento è ancora un progetto non ancora giunto allo stato di produzione e, nel caso, non oso immaginare quale prezzo d’acquisto spareranno per esso. D’altro canto, come insegnava il sempre indebitato Vate (e come insegna anche di più il turbo-consumismo delle società in cui ci tocca vivere), il gusto del superfluo non può certo essere legato ad alcun prezzo… E, forse, nemmeno ad alcun buon senso.
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Bisogna stare in guardia dai “molli”, ce lo diceva lo Zio Hank già tempo fa…
Il vecchio Zio Hank è un po’ come certi dischi di gruppi musicali messi sugli scaffali meno illuminati e più polverosi del negozio ai quali, a fermarsi alla foto di copertina, non daresti due lire. Poi invece dai loro una possibilità, ascolti il disco e scopri un talento assoluto, ben più grande di quello offerto dai dischi in vetrina con le copertine patinate e con sopra l’adesivo “Tot milioni di copie vendute!”, e una capacità di sviscerare nel profondo l’arte musicale più unica che rara. Dischi vibranti, i primi; dischi molli, i secondi. Ma per troppa gente basta la foto in copertina e il posto nella vetrina ben illuminata: la valutazione finisce qui, non sa andare oltre, convinta, quella gente, che l’arte al suo massimo livello sia quella, ovvero incapace di capire che invece dell’arte quella roba ne è la negazione.
E ovvio, l’esempio vale anche per qualsiasi altra cosa sostituibile a “dischi” e/o a “gruppi musicali”, nonché – soprattutto – a “arte”: metteteci “verità” al suo posto, ad esempio…

I molli
son sempre lì a proclamare
che adesso si concentreranno
sul lavoro, che di solito è
dipingere o scrivere.
è noto, naturalmente, che hanno
talento, è solo che… bè…
non hanno ancora avuto
un’occasione.
troppi problemi si son messi
in mezzo: affari andati male, occupazioni per
sbarcare il lunario, figli, malattie, ecc.
ma adesso, proclamano,
penseranno solo a quello.
si concentreranno sul
lavoro,
adesso è finalmente venuto
il momento.
il talento ce l’hanno.
adesso il mondo se ne accorgerà.
sissignore, ci siamo.
questi tizi sono dappertutto.
sempre in procinto
di.
quasi mai cominciano.
e quando lo fanno
s’arrendono subito.
è una sorta di
capriccio.
vogliono la fama.
la vogliono in fretta.
ma non hanno mica fretta
di mettersi al lavoro
sono capaci solo di sognare
e proclamare,
proclamare,
proclamare.
(Charles Bukowski, Poesie, Feltrinelli 2002)
“Son sempre lì a proclamare | che adesso si concentreranno | sul lavoro, che di solito è | dipingere o scrivere.”
Scrivere, eh già…
Ce ne fossero ancora in giro di Henry Chinaski, forse questo nostro mondo sarebbe un poco meno incomprensibile di quanto invece è. E meno ipocrita, probabilmente.
P.S.: un grazie indiretto al blog Interno Poesia dal quale ho tratto il testo sopra pubblicato.
Alberto Giacometti: l’artista da 100 e più milioni di dollari per un’opera, e dall’atelier che nessuno considera…
Avrete probabilmente letto/visto sui media la notizia del nuovo record di vendita all’asta per un’opera d’arte: Chariot, scultura bronzea di Alberto Giacometti (nell’immagine qui sotto), è stata battuta a 101 milioni di dollari, valore secondo solo ai 104,3 milioni di dollari – record assoluto, stabilito nel 2010 – di un’altra opera di Giacometti, Homme qui marche.

Ora, al di là di tali vertici di mercato artistico e dello scalpore che hanno generato, quando penso ad Alberto Giacometti – senza dubbio uno dei più grandi artisti del Novecento – e ancor più in considerazione di quanto sopra citato, mi torna in mente quella piccola, caratteristica baita che si trova giusto accanto alla strada che da Chiavenna (e dunque da Milano) porta a Sankt Moritz, lussuosissima località turistica che non abbisogna di presentazioni: baita che è proprio l’atelier della famiglia Giacometti, a Borgonovo di Stampa, piccolo villaggio tra i monti della Svizzera – nel Grigioni di parlata italiana – del quale la famiglia è originaria.
Quella strada, la quale appunto porta dall’Italia a una delle più note località delle Alpi (e che è quella visibile nelle foto a corredo di questo articolo), è trafficatissima in ogni stagione ma soprattutto d’inverno, quando orde di sciatori vi transitano per recarsi sulle piste di
Sankt Moritz ovvero – se detengono un’adeguata fortuna economica – per viverne il lusso, frequentare il jet set internazionale, fregiarsi dell’aver lì casa e dunque fare parte della società che conta, accanto a VIP d’ogni genere e sorta. Ecco, posto quanto scrivevo poc’anzi, mi fa sempre specie constatare come la gran parte di quel traffico passi accanto a quella baita, all’atelier di Alberto Giacometti e prima del padre Giovanni, ignorandone totalmente la presenza. Transitano veloci in tanti, le auto ordinarie oppure fuoriserie con gli sci sul tetto e/o i bagagli nel baule, e non sanno di sfiorare un luogo dal quale è partito un grandissimo personaggio, una vera e propria icona del Novecento e – beh, non si può non rimarcarlo di nuovo – colui che si può definire Mister 205 milioni di dollari (la somma del valore delle due opere sopra citate)… Altro che i miseri 6 milioni del protagonista di quella nota serie televisiva anni ’80!
Ma, scherzi a parte, e mi ripeto, è quanto meno particolare questo estemporaneo accostamento tra due ambiti così diversi: l’arte di qualità eccelsa (e di valore economico incredibile) di Giacometti, e il consumismo turistico tipico della nostra epoca moderna – nel quale non c’è nulla di male, sia chiaro! Io stesso ci passo di lì tante volte, per andare a salire qualche mirabile vetta engadinese; tuttavia, quell’ignoranza senza colpa alcuna verso la presenza storica (e non solo) di Giacometti su quella trafficata strada è un qualcosa che vorrei vedere attenuarsi. Perché Giacometti è stato grandissimo, lo ribadisco, e, suvvia, perché le sue opere oggi valgono ben di più di quelle Ferrari o delle Porsche che sfiorano l’atelier Giacometti per andare a vanagloriarsi lungo le vie di Sankt Moritz!
Cliccate QUI per visitare il sito web del Centro Giacometti, che gestisce l’atelier di Borgonovo di Stampa e il relativo retaggio della famiglia.
P.S. – una curiosità: se ingrandite l’immagine in cui la costruzione è ripresa sul lato, potrete leggere l’intitolazione della stessa ai Giacometti, incisa sulle travi di legno. Una sorta di firma in veste di dedica sulla baita, come su un’opera d’arte.
Questa sera, ore 21, live su RCI Radio in FM e streaming: torna RADIO THULE!

Un’ospite d’eccezione per la prossima puntata di RADIO THULE, che andrà in onda questa sera 3 novembre alle ore 21.00, live su RCI Radio: ALBERTO BENINI (nella foto con Mauro Lanfranchi, il celebre “fotografo delle Grigne” e non solo!), uno dei maggiori esperti di storia dell’alpinismo lecchese e autore di mirabili libri sul tema (forse ricorderete quello su Casimiro Ferrari, o quelli sulla
storia dei Ragni e dei Gamma…). Con lui si parlerà di “Lecco capitale mondiale dell’alpinismo”: perché la città lariana è diventata così fondamentale per l’arrampicata ed ha sviluppato una “scuola alpinistica” tanto famosa in tutto il mondo? Solo per la presenza delle Grigne e del Resegone appena fuori città, o c’è dell’altro? Ci sono stati personaggi particolari (anche oltre quelli già celebri e celebrati) e determinati eventi che hanno permesso ai suoi esponenti di realizzare grandissime imprese in tutto il pianeta, pur partendo dalle belle ma relativamente semplici e brevi vie delle montagne lariane?
Se avete domande da fare su tali argomenti ad Alberto Benini potete farle qui, a commento di questo post, oppure a luca@lucarota.it. Grazie fin d’ora per la vostra partecipazione, e appuntamento a questa sera, ore 21.00, RCI Radio!
Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
– www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
– http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!
“Ruchin” su Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano
Sul numero di Novembre 2014 di Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano distribuita a tutti gli oltre 300.000 soci del sodalizio nonché in edicola, è ospitato l’articolo a mia firma “Cento anni con Ruchin. Storia di un piccolo grande alpinista”, ideale corollario della mostra fotografica dedicata a Ercole “Ruchin” Esposito – il fortissimo alpinista bergamasco piccolo di statura ma grandissimo in montagna, salitore di innumerevoli vie ancora oggi considerate estreme – che ho avuto modo di curare in occasione del centenario dalla nascita, e della quale vi ho già riferito QUI. Mostra che, dopo la presentazione ufficiale dello scorso 11 Ottobre, si appresta a girare per diversi luoghi espositivi tra Lecco e Bergamo, e fors’anche oltre.

Montagne360 è in tutte le edicole a € 3,90 oppure, se appunto siete soci CAI, la starete ricevendo in questi giorni. Buona lettura!