Le vere capanne di montagna (Leo Tuor dixit)

Ci sono capanne malconce, abitate ormai solo da pastori d’alpeggio. I pastori cambiano tutti gli anni, e i nuovi ereditano il lerciume dei vecchi, e i contadini ci aggiungono tutta la robaccia che non vogliono più tenersi in casa: moquette pidocchiosa e stoviglie vecchie come il cucù. Spremiagrumi, due tre porta filtri da caffè (ancora quelli di porcellana con scritto sopra Melitta), le prime Duromatic uscite sul mercato e passaverdura con metà dei pezzi riempiono gli scaffali fra pile di piatti e, nel cassetto sopra la credenza che si apre a fatica, una macedonia di posate che basterebbe per un gregge di capre. Le vere capanne d’alpeggio non ce la fanno veramente più. Poi ci sono le baite risistemate solo il tanto che basta, capanne pratiche, di gente che dà l’anima alla montagna e prende alla montagna rocce, radici, camosci. E poi ci sono le casette con la staccionata tutt’intorno e la bandiera al vento, con le gelosie colorate e le tendine a quadretti e alphorn e jodel, chincaglierie kitsch di gente da mezza montagna, specialista in materia. Dico sempre che baite così possono anche andare, nei boschi più a valle, nelle radure, nel privato, in fondo siamo svizzeri liberi e uno nella sua radura può farci quello che vuole, agli altri non resta che sorbirselo con il cuore in pace. Ma in alta quota, sui pubblichi bricchi, in quel mondo radicale, il kitsch non è tollerabile. E invece troviamo baite in stile lassù-sulla-montagna anche oltre il limite dei boschi. Da voltastomaco.

(Leo Tuor, Caccia allo stambecco con Wittgenstein, Edizioni Casagrande, Bellinzona (CH), 2014, traduzione di Roberta Gado, pagg.40-41.)

Un breve ma intenso trattatello di architettura d’alta quota (e non solo) firmato Leo Tuor, uno dei più importanti scrittori elvetici di lingua romancia. A breve ne leggerete di più, qui nel blog, su di lui e sul romanzo dal quale il brano è tratto.

Milano, Via Demetrio Stratos

Un personale e sentito plauso va anche al Comune di Milano, che con una cerimonia svoltasi ieri, nel 38° anniversario della morte, ha intitolato una via cittadina all’immenso Demetrio Stratos, senza alcun dubbio uno dei più grandi musicisti – nell’accezione più alta, artistica e culturale del termine – di sempre. “La” voce in senso assoluto, per quanto mi riguarda, non solo per le fenomenali capacità tecniche ma pure per quanto sia riuscito come nessun altro a fare della voce un elemento profondamente umano, assolutamente dal punto di vista antropologico, filosofico, espressivo nonché – ovviamente – artistico.

Stratos sosteneva che «La voce è oggi (ovvero quasi 40 anni fa: figuriamoci nel presente! – n.d.s.) nella musica un canale di trasmissione che non trasmette più nulla.»: bene, egli dimostrò in modo tutt’ora ineguagliato che la voce può invece trasmettere tutto, ovvero molto di più di quanto si possa credere e ci venga insegnato a fare. Ed è bello che anche Milano, città alla quale Demetrio Stratos era particolarmente legato, da ieri “trasmetta”, per così dire e per quanto possibile, il prezioso retaggio artistico-culturale di un fenomenale artista e della sua incredibile voce – la più grande mai udita, ribadisco.

Misteri (?) di facebook…

Applausi scroscianti per Gian Paolo Serino, che qualche giorno fa sulla propria pagina facebook così ha scritto:

…E io, che su facebook vanto una simile vetustà, se non pure maggiore (al punto da sentire sempre più puzza di stantio e desiderio di fuga), con tale osservazione sono totalmente d’accordo.

D’altro canto a Serino avevo già dedicato questo articolo e quanto sopra, pur nel suo “piccolo”, ne conferma di nuovo il valore.

Sabato 10 giugno 2017: Libreria CULTORA, Milano!

Ho la fortuna di poter vantare una minimissima parte nel progetto di Cultora fin dalla sua nascita, grazie all’amicizia con Francesco Giubilei, deus ex machina del progetto, della casa editrice Historica e di qualche migliaio di altre cose. Dunque l’ho visto crescere, acquisire notorietà e prestigio, continuare lungo la strada della produzione e della comunicazione culturale di qualità intrapresa fin dall’inizio, legata in primis al mondo dei libri ma non solo a quelli. Ho poi visto la prima Libreria Cultora, quella di Roma, e apprezzato subitamente l’obiettivo (totalmente consono al progetto “padre”) di proporre ai propri frequentatori solo editoria indipendente di alto livello senza libroidi “industriali”: un luogo a sua volta ormai di riconosciuta fama e reputazione.

Ora vedo e vivo – vivrò – anche la Libreria Cultora di Milano, che inaugura domani, sabato 10 giugno alle ore 17.00, i propri spazi in Via Alfonso Lamarmora n.24. Il “format” è lo stesso del punto vendita di Roma: solo editoria indipendente di alta qualità, spazio eventi, un’atmosfera che combina la più confortevole tranquillità al fascino dei libri e all’intenso sentore di letteratura: un mix che non può non generare che belle e intriganti letture. Il tutto sotto l’egida di Cultora, il portale italiano di informazione culturale che continua a procedere spedito lungo quella propria strada intrapresa con grande forza, ammirevole costanza e un’idea tanto ineluttabile quanto ben chiara: rimettere la cultura al centro di tutto. Perché è pure questa una strada, anzi: è l’unica strada affinché una società civile possa evolvere e progredire nel modo più virtuoso ed efficace possibile.