[Immagine tratta da www.gazzettamatin.com.]Dunque, non erano tutti “saputelli”, “catastrofisti”, “ecoterroristi”, “tanto cattivi” e quanto di simile i molti (mi ci metto anch’io, nel mio piccolo) che, per più di due anni e in mille modi, sostenevano che le gare della Coppa del Mondo di Sci sul ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, erano una cosa assurda e improponibile, anche al netto dell’impatto ambientale (devastante, ça va sans dire) sul territorio coinvolto. Li avrebbero ascoltati da subito, gli organizzatori delle gare, non avrebbero buttato un sacco di soldi, sprecato lavoro, energie, materiali, deturpato il ghiacciaio già sofferente di suo e, nel complesso, non avrebbero fatto fare una gran figura di palta (e non scrivo altro) alle due località.
D’altro canto: c’era veramente bisogno delle innumerevoli proteste, disapprovazioni, denunce, indignazioni su scala internazionale per comprendere l’assurdità di ciò che si stava facendo? Come si può essere talmente miopi, ottusi, incuranti rispetto alle conseguenze delle proprie azioni pur chiarissimamente palesi, solo per inseguire meri tornaconti politico-commerciali?
Di contro quanto meno dà speranza leggere che siano stati proprio gli atleti e le loro squadre a bocciare le gare sul Teodulo: è la prova che tra di loro più che nelle federazioni nazionali finalmente stia emergendo la consapevolezza di fissare finalmente un limite da non superare riguardo la sottomissione delle montagne alle mire commerciali che alimentano (legittimamente ma non troppo, appunto) la Coppa del Mondo di Sci? Be’, c’è solo da augurarcelo.
[La surreale situazione a Garmisch Partenkirchen sabato 27 gennaio 2024, durante le gare di Coppa del Mondo di Sci.]Lunedì 12 febbraio “Il Post” ha pubblicato un articolo intitolato Lo sci sta diventando impraticabile a livello agonistico? nel cui sottotitolo si denota, significativamente, che «I frequenti infortuni tra gli atleti stanno alimentando ormai da tempo una riflessione sulle ripercussioni del cambiamento climatico sugli sport invernali».
Ecco alcuni passaggi dell’articolo:
La recente caduta della sciatrice italiana Sofia Goggia, che si è fratturata tibia e malleolo tibiale della gamba destra durante un allenamento a Ponte di Legno, in provincia di Brescia, è stata citata da diversi commentatori come un esempio di infortuni sempre più frequenti tra sciatrici e sciatori professionisti. Parte della responsabilità delle cadute è attribuita dagli stessi commentatori a cause eterogenee, ma che nella maggior parte dei casi hanno a che fare con gli effetti diretti e indiretti del cambiamento climatico: effetti che sono già da anni oggetto di un esteso dibattito sul futuro degli sport invernali.
Nelle settimane e nei mesi prima dell’infortunio di Goggia si erano fatti male diversi altri atleti e atlete di alto livello, tra cui lo sciatore norvegese Aleksander Aamodt Kilde. A fine gennaio anche la statunitense Mikaela Shiffrin, la più vincente sciatrice nella storia della Coppa del Mondo di sci alpino e una delle più forti di sempre, era caduta nella discesa libera di Coppa del Mondo a Cortina d’Ampezzo. Shiffrin, peraltro fidanzata di Kilde, era stata nel 2023 – insieme all’italiana Federica Brignone, lo stesso Kilde e altri atleti – tra le principali firmatarie di una lettera indirizzata alla FIS per sollecitare un maggiore impegno della Federazione nel pianificare gli interventi necessari per garantire la sostenibilità ambientale degli sport invernali. La lettera citava come ragioni delle preoccupazioni crescenti da parte degli atleti e delle atlete il frequente annullamento delle gare per mancanza di neve, la riduzione delle possibilità di allenamento prima delle gare, dal momento che «i ghiacciai si stanno ritirando a una velocità spaventosa», e l’impossibilità di produrre neve artificiale a causa dell’aumento delle temperature.
Ciò che l’articolo de “Il Post” descrive è una situazione che già moltissime persone, e in primis gli appassionati di cose di montagna, hanno notato e segnalato, ovvero come anche la Coppa del Mondo di Sci, un tempo lo strumento di promozione della disciplina e ancor più delle località sciistiche che ne ospitavano le gare (ma di rimando di tutto il comparto turistico dello sci alpino) si stia sempre più trasformando nella manifestazione di un vero e proprio accanimento terapeutico, di natura ormai ben più commerciale che agonistica, nei confronti delle montagne (come ho scritto già qui). Sicuramente molti ricorderanno quanto accaduto per due autunni di fila sul Ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, scavato e spianato per consentire le gare di apertura della Coppa del Mondo poi annullate per la mancanza di condizioni meteoclimatiche adatte, le irregolarità rilevate dagli organi istituzionali svizzeri, le proteste di buona parte dell’ambiente – atleti della Coppa del Mondo inclusi – e gli scantonamenti tentati dai referenti della FIS – Federazione Internazionale dello Sci dalle proprie responsabilità. Da lì in poi la stagione in corso (come d’altronde già le precedenti da alcuni anni) si è protratta tra mille problemi legati alla situazione climatica, con molte gare annullate, condizioni difficili quando non pericolose – come rileva “Il Post” – e comunque inaccettabili ai fini della regolarità delle gare, senza contare la tristezza di veder gareggiare ormai di frequente i più forti sciatori del mondo su nastri di neve artificiale stesi tra i prati, malamente nascosti dietro le installazioni pubblicitarie degli sponsor della Coppa del Mondo. Insomma: una pessima promozione – salvo rari casi – per lo sci, le località sciistiche, le montagne e per tutto l’indotto a ciò correlato. Eppure da parte degli organi federali internazionali sembra si faccia ancora orecchie da mercante, comportandosi come se nulla stesse accadendo per tentare di star dietro al proprio business a prescindere da ogni altra cosa: i risultati di tale atteggiamento deprecabile purtroppo si sono visto rapidamente, e spesso a scapito della salute degli atleti, appunto.
Fatto sta che pure la Coppa del Mondo di Sci è ormai diventata una chiara e inequivocabile prova della necessità, per tutto il comparto sciistico, di cambiare i propri paradigmi per adattarsi, dove possibile, alla realtà climatica in divenire o per convertirsi a pratiche più consone e sostenibili sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale, economico e culturale, anche per salvaguardare il più possibile la manodopera che lavora nel comparto e l’indotto ad esso legato. Evenienza che potrà essere criticata quanto si vuole, da chi da dentro il comparto sciistico teme di perdere privilegi acquisti in passato, ma d’altro canto inevitabile (a meno di palesare demenze piuttosto gravi) e infinitamente meno dannosa del perseverare con il sistema sciistico industriale come nulla fosse. Lo fa la FIS con la Coppa del Mondo di Sci e, come visto, i suoi atleti si fanno male; lo farà l’industria dello sci e in questo caso a farsi male saranno tutte le montagne con chi le abita.
P.S.: mi sono occupato altre volte del tema di cui avete appena letto, ad esempio un anno fa in questo post.
[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Aosta Sera” al quale fa riferimento.]«Stupito da tanta cattiveria!» disse quello che si tirò da solo una gran martellata sulla mano cercando di dare la colpa di un gesto così scriteriato a qualcun altro e in particolare a chi gli diceva di stare attento!
Ecco.
(Stupito da tanta insensatezza, nelle ultime settimane – ovvero da quando ancora nessuno ne parlava – ho scritto più volte sulla nocività generale delle gare del Matterhorn-Cervino Speed Opening, l’ultima qui. Ma sinceramente mi auguro di non doverne più parlare e scrivere, ora.)
Sbagliare è umano, perseverare è diabolico, intestardirsi è Matterhorn-Cervino Speed Opening!
Ironie (?) a parte, persino un sito certamente solidale nei confronti dello sci alpino e del suo mondo come “DoveSciare.it” mette in dubbio la ragionevolezza delle gare tra Zermatt e Cervinia (vedi qui sotto), nel mentre che invece le autorità regionali e la FIS, nonostante i soldi buttati al vento (è proprio il caso di dirlo), i danni arrecati al ghiacciaio e la figuraccia internazionale, stanno già pensando al prossimo anno, come vedete qui sotto. Ma, come dice quell’altro noto motteggio popolare, «non c’è due senza tre»: dunque, ci dobbiamo preparare all’ennesima, beffarda e antirealistica messinscena, lassù al Teodulo?
Be’, fosse solo questo ci si potrebbe ridere sopra e amen. Purtroppo, invece, temo che un nuovo tentativo di effettuare le gare sul ghiacciaio, l’anno prossimo, comporterà ulteriori sevizie alla già sofferente massa glaciale, nonostante l’indignazione internazionale manifestatasi nelle scorse settimane. Contro una tale manifestazione di testardaggine analfabetico-funzional-sciistica, e se la fregola degli organizzatori locali e FIS di voler fare gare sul Teodulo a novembre non passerà o verrà bloccata, non resta veramente che confidare nella Natura: nel bene, sperando che l’inverno sia nevoso e l’estate 2024 non troppo torrida, oppure nel male, come accaduto sia l’anno scorso che quest’anno. Confidare in certe menti umane, invece, è piuttosto arduo se non sostanzialmente inutile, ecco.
P.S.: in ogni caso, da appassionato di sci fin dai primi vagiti, torno a chiedere: una Coppa del Mondo di Sci Alpino che si comporta in questo modo imponendo tali pratiche è ancora il miglior mezzo di promozione per le montagne e le località sciistiche coinvolte, oppure si sta inesorabilmente trasformando in una manifestazione di alienazione e di ipocrisia nei confronti di quelle stesse montagne?
P.S.#2: qui trovate tutti gli articoli che negli ultimi tempi ho dedicato alla questione del “Matterhorn-Cervino Speed Opening”.
Dunque il “Matterhorn speed opening” maschile, ovvero le gare di Coppa del Mondo di sci sulla pista creata scavando il ghiacciaio del Teodulo, tra Zermatt e Cervinia, non s’ha da fare, per il secondo anno consecutivo – vedi qui sopra: cliccate sull’immagine per leggere l’articolo di “Neveitalia” al riguardo. Gare cancellate per cause differenti – l’anno scorsa niente neve e caldo, quest’anno troppa neve e vento, in fondo entrambi conseguenze del cambiamento climatico in corso – che tuttavia nascono dalla stessa matrice: la Natura. La quale evidentemente ha voluto vendicare di nuovo quanto subìto dal “suo” ghiacciaio – le ruspe sulla superficie, gli scavi e gli spostamenti di neve per creare il tracciato in parte illegali – al contempo rendendo palese l’atteggiamento spesso troppo arrogante e supponente dell’uomo nei suoi confronti, il quale pensa che non vi possano essere limiti all’ottenimento dei propri fini e invece ci sono eccome. Purtroppo ciò colpisce anche lo sport, che in teoria dovrebbe rappresenta uno degli ambiti virtuosi tra le cose umane e invece a sua volta diventa spesso uno strumento consumistico, finanziario e politico a danno dell’ambiente – ciò che sta accadendo per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 rappresenta un’altra dimostrazione eclatante al riguardo, ma di esempi se ne potrebbero fare tanti.
A mio modo di vedere il problema non è che sul Teodulo nevicasse troppo oppure, lo scorso anno, non avesse nevicato per nulla: è che si possa pensare con estrema superficialità ad effettuare lassù delle gare a novembre nonostante l’estrema imprevedibilità della realtà meteoclimatica attuale e in divenire, ancor più a quelle quote, spendendoci un sacco di soldi serviti pure, ribadisco, per operare in un luogo in grande sofferenza e sempre più fragile come un ghiacciaio, ovvero pensare di assoggettare il luogo a qualsiasi intervento funzionale ai propri interessi, anche il più impattante e sconcertante. Una evidente mancanza di buon senso, di alienazione dalla realtà, di arroganza e di disprezzo dell’ambiente e del luogo in cui si è operato – altro che «valorizzazione» e «promozione turistica»!
Dopo due anni di annullamenti, i responsabili avranno imparato la lezione? A giudicare dalle dichiarazioni francamente poco sensate (e dal vago sapore negazionista) di Franz Julen, presidente del comitato organizzatore delle gare, sembra di no, mentre altri qualche dubbio sulla convenienza di un evento del genere se lo stanno ponendo, chissà con quali risultati concreti. Peccato che una delle vittime principali di tale pervicace alienazione sia proprio lo sci agonistico, quello della Coppa del Mondo, un tempo principale strumento di promozione commerciale e turistica della montagna invernale e oggi sempre più visto, in certi casi come quello dello “speed opening”, come una manifestazione insensata e ipocrita che si fa promotrice delle pratiche più impattanti e meno sostenibili per i territori montani. Peccato, lo ripeto: non se lo merita lo sci (e lo dico da sciatore ex – mediocre – agonista), non se lo merita la montagna e nemmeno se lo merita l’immagine delle stazioni sciistiche coinvolte.