Dislivelli

dislivelli
Dislivelli è una di quelle entità culturali dall’importanza – a mio modo di vedere – fondamentale, oggi, anche oltre la sua mission statutaria peculiare.

L’Associazione Dislivelli – o più semplicemente, appunto, Dislivelli – è nata nella primavera 2009 a Torino dall’incontro di ricercatori universitari e giornalisti specializzati nel campo delle Alpi e della montagna allo scopo di favorire l’incontro e la collaborazione di competenze multidisciplinari diverse nell’attività di studio, documentazione e ricerca, ma anche di formazione e informazione sulle “terre alte”, come viene sovente definita in ambito culturale, e con accezione generale, la montagna.
Dislivelli non si limita allo studio teorico del territorio alpino e dei suoi abitanti, i vecchi e nuovi “montanari”, ma intende impegnarsi direttamente per favorire una visione innovativa della montagna e delle sue risorse, con la costruzione di reti tra ricercatori, amministratori e operatori, la creazione di servizi socio-economici integrati, la proposta di interventi sociali, tecnologici e culturali capaci di futuro.
Nello specifico Dislivelli, grazie alle diverse competenze dei suoi soci, che spaziano dalla ricerca scientifica alla comunicazione, si prefigge di ideare, proporre e sviluppare progetti con un’attenzione particolare alla fase di divulgazione e restituzione sul territorio, attraverso la diffusione e la condivisione dei risultati ottenuti, con incontri pubblici, servizi sul web, strumenti editoriali e multimediali.
I settori principali dell’attività di Dislivelli riguardano economia e società, ambiente, cultura, innovazione, cooperazione. Ulteriori ambiti di attività dell’Associazione contemplano forme di sostegno e di promozione per giovani ricercatori e laureati, nonché raccolta di fondi e attuazione di ogni operazione economica o finanziaria diretta al raggiungimento degli scopi associativi.

Ecco: credo che un’associazione culturale come Dislivelli – e intendete il termine “culturale” nella sua accezione più alta e ampia possibile – sia fondamentale perché oggi, nel nostro mondo ipertecnologico e ultraantropizzato, la montagna (un po’ paradossalmente, in effetti) assurge ancor più a luogo, paesaggio e ambito vitale del tutto emblematico: come ultima zona “vergine” di questa parte di mondo altrimenti sfruttata nell’ogni dove, come margine sacralizzato tanto quanto bistrattato del mondo stesso, come luogo forse unico, ormai, in grado di offrire possibilità e prerogative vitali altrove ormai estinte ma, di contro, come territorio sovente ancora soggetto a spopolamento e degrado, come laboratorio di nuovi progressi sociali ed economici ovvero nuovi (o rinnovati) rapporti sociali e sociologici, come incubatore di un buon senso contemporaneo – teorico e pratico – della disciplina antropologica, come – in quanto paesaggio non deteriorato al pari invece di altri – elemento culturale ed estetico fondamentale e irrinunciabile per la formulazione dello stesso concetto comune e condiviso di “bellezza naturale”.
Per tutto questo Dislivelli sa offrire notizie, informazione, punti di vista, analisi, riflessioni, meditazioni, documentazioni, progetti, critiche, aspirazioni, utopie. Da ciò deriva il suo essere così importante – ma, in fondo, deriva pure da quanto la montagna stessa sia fondamentale, nonostante tutto, per il nostro pianeta, appunto.

68_WEBMAGAZINE_giugno16_COVERDislivelli pubblica anche un illuminante newsmagazine in free publishing, che raccoglie alcuni dei migliori contributi intorno alle tematiche sopra indicate e, in generale, su questioni legate alla montagna e alle popolazioni delle “terre alte”. Ve ne offro un significativo assaggio, con un articolo firmato da Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei migliori intellettuali italiani in tema di culture di montagna nonché vicepresidente e responsabile dell’area comunicazione di Dislivelli. Articolo di contenuto e senso assolutamente contemporanei il quale, io credo, vi farà capire perché ho utilizzato quell’aggettivo per descrivere il newsmagazine, ovvero “illuminante”.

La frontiera innaturale

Il legame italiano è fisicamente incarnato dalla spina dorsale appenninica, uno scheletro geologico capace di tenere insieme la testa e i piedi dello stivale con circa 1300 chilometri di montagne che uniscono il nord, il centro e il sud della penisola.
Per le Alpi, al contrario, l’Unità d’Italia significò frattura e divisione, perché nel 1860 Cavour cedette Nizza e la Savoia ai francesi in cambio di aiuto diplomatico e militare. Tutti abbiamo studiato la formuletta sui libri di scuola, giocando a Risiko con le mappe post risorgimentali: a loro le terre che stavano di là delle Alpi occidentali, a noi quelle che sono di qua. Ci è sembrato “naturale” che lo spartiacque alpino separasse finalmente i due versanti per destinare a ogni stato i ghiacciai, i pascoli, le valli, i fiumi e le città che gli spettavano.
Sbagliavamo: la natura non c’entrava gran che. L’idea dello spartiacque alpino era forse “naturale” per i politici e i militari che l’avevano inventata per delimitare e difendere gli stati-nazione, non per i montanari e i viaggiatori che attraversavano i valichi, e neppure per le città di Torino e Chambéry che da secoli si scambiavano gli onori e gli oneri della capitale del Regno. Le Alpi Graie erano state a lungo il centro di uno stesso regno, quando le alte cime del Monte Bianco, delle Levanne, della Ciamarella e del Rocciamelone non costituivano linea di frontiera. Le creste separavano i due versanti, non le culture e le appartenenze delle persone.
Anche la storia dell’alpinismo si è spesso confusa: per esempio la cima del Monte Bianco, per la quale ancora oggi ci si accapiglia infantilmente tra Francia e Italia, non l’hanno scalata i francesi ma due sudditi del Regno Sardo. Il medico Michel-Gabriel Paccard, che si era laureato all’Università di Torino ed era tornato a Chamonix senza attraversare nessuna dogana, raggiunse la vetta nel 1786 con il cercatore di cristalli Jacques Balmat. Allo stesso modo non espatriavano i viandanti e i pellegrini che scavalcavano il Moncenisio, i commercianti che superavano il Piccolo San Bernardo, i pastori che inseguivano l’erba buona oltre il crinale o il giovane che cercava moglie e fortuna oltre la montagna di casa.
Tutto cambia nel 1861, quando i piemontesi cominciano a pensare che dietro le Alpi abiti lo straniero. Le cime diventano simbolo di patria e Quintino Sella, più volte ministro del Regno d’Italia, si adopera per scalare il Monviso nel 1863 e strappare il Cervino agli inglesi nel 1865, senza successo. Da ruvidi pezzi di roccia, silhouette dorate nella luce del tramonto, le Alpi diventano monolitiche sentinelle della nazione. Per contro la civiltà alpina che aveva saputo evolversi con equilibrio armonizzando le ragioni dell’uomo e della natura, si indebolisce perché le valli subiscono governi sempre più lontani e disinteressati. L’impoverimento e lo spopolamento non sono la “naturale” conseguenza del carattere severo dell’ambiente alpino, con cui i popoli delle Alpi hanno imparato a convivere in epoca medievale e moderna con risultati sorprendenti; sono piuttosto il risultato dell’isolamento politico ed economico causato da un’inedita geografia di separazione. Le frontiere alpine del Settecento contribuiscono a esaltare le negatività ambientali, favorendo la fuga e l’emigrazione.
La situazione si differenzia nelle Alpi orientali, dove il Tirolo è diviso a forza dalle guerre del Novecento ma dove la frontiera alpina, a tutt’oggi, separa regioni culturalmente e linguisticamente omogenee. Il che rende ancora più paradossale l’idea di annullare i benefici di Schengen con recinti e steccati che arginino la libera circolazione delle persone, o per dirla in altri termini, che frenino la salita di chi fugge dai disordini d’oltre mare cercando rifugio nella ricca Europa.
Eppure, dopo Schengen e l’apertura delle frontiere spartiacque, le Alpi avrebbero dovuto proporsi come la spina dorsale europea, una cintura viva e permeabile, naturalmente vocata a sconfiggere i vetusti limiti nazionali. Invece la frontiera sopravvive, e talvolta si rafforza gonfiando i muscoli. Perché l’Europa sarà anche fatta, almeno a carte e denari, ma di certo bisogna ancora fare gli europei.

Enrico Camanni

P.S.: se non l’avete ancora fatto, cliccate sull’immagine del logo di Dislivelli in testa al post per visitare il sito web e conoscere ogni altra informazione utile sull’Associazione e sul suo lavoro.

Franco Arminio

franco_arminioLui è Franco Arminio, paesologo.

«Paes-che?» forse chiederà qualcuno di voi. Ok, un attimo di pazienza e vi dico tutto.
Di frequente, negli ultimi tempi, mi sono occupato di lavori editoriali (articoli su vari media, libri, testi e curatele culturali su carte geografiche…) basati sullo studio, l’esplorazione e la
conoscenza del paesaggio. Più specificatamente, in ciò che faccio cerco di offrire i più numerosi e approfonditi elementi culturali per fare che le persone possano ritrovare e riallacciare il legame antropologico con il territorio che abitano, riconoscendolo (in primis geograficamente ma poi, e in senso generale, culturalmente) ed essendo consapevoli della propria presenza su di esso e delle tracce che vi restano. D’altro canto – non sono io il primo a sostenerlo e, mi auguro, nemmeno l’ultimo – il paesaggio è un elemento culturale, tra i più potenti ed espressivi: a tale evidenza innegabile si collega quanto vado sostenendo, nelle occasioni pubbliche, ogni volta che ve ne è la possibilità: il paesaggio è come un libro aperto sul quale l’uomo scrive la propria storia, e i segni di scrittura nonché l’alfabeto che narra tale storia sono dati dalle case, i borghi, i paesi, le cascine, le stalle, le strade, i sentieri, le fontane, i muri a secco o d’altro genere, i campi arati, i pascoli… Insomma, tutto ciò che, appunto, è segno della presenza (più o meno proficua, chiaramente) dell’uomo sul territorio, tutto ciò che è vita umana e, di rimando, cultura della civiltà dell’uomo.
Posto ciò, sono tanto vicino in spirito e visioni quanto sempre più interessato a quei personaggi che fanno del paesaggio – quello più o meno antropizzato come quello naturale e “vergine” – il tema fondamentale delle proprie riflessioni pubbliche, e Franco Arminio è senza alcun dubbio tra i più prestigiosi e illuminanti di essi.

Ma, dicevamo, la paesologia: cos’è?

Essa consiste essenzialmente in una forma d’attenzione. È uno sguardo lento e dilatato, verso queste creature che per secoli sono rimaste identiche a se stesse e ora sono in fuga dalla loro forma”. Le “creature” sono, soprattutto ma non solo, i paesi di quella parte d’Italia dove Arminio è nato e vive e che lui definisce, con immaginifico epiteto, Irpinia d’Oriente.

Così spiega lo stesso Arminio, citato e puntualizzato da Linnio Accorroni nella recensione pubblicata su L’Indice a Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, uno dei testi più importanti della produzione dello scrittore irpino; ma comprenderete bene come quella contestualizzazione mirata alla propria terra la si possa tranquillamente adattare e allargare all’intera Italia, così ricca di “creature” antropiche tanto ricche di cultura e autentica identità antropologica quanto così spesso bistrattate dalla gestione pubblica del territorio se non abbandonate – fisicamente come in spirito – dalla loro stessa gente, non più resa capace di comprendere il loro valore e dunque quel legame di natura antropologica, appunto, col territorio vissuto.

Vediamo ora di approfondire ancora più il concetto di paesologia, sempre con Franco Arminio e con un testo apparso nel suo blog  http://comunitaprovvisorie.wordpress.com/:

Che cos’è adesso la paesologia

La paesologia unisce l’attenzione al dettaglio con la spinta verso il sacro, mettere al centro la poesia cambia molte cose, significa mettere al centro della vita la morte, la morte non è una faccenda di un giorno solo, è la faccenda di ogni giorno, la morte muove l’anima, la poesia e la morte portano inevitabilmente a dio, non quello che ci hanno raccontato, un dio che non promette paradisi e inferni, un dio che è semplicemente un punto vuoto a cui approdare, il dio della paesologia è il niente.

La paesologia è sgretolata, arrancante, cerca la vita e la morte, che cerca il tutto e il dettaglio. Forse non ci può accadere niente di grande prima della morte, è come se avessimo un tappo che ci impedisce di scendere o di salire: è bello quando le persone hanno questa possibilità di scendere e salire in se stessi, dobbiamo avere un’ampia oscillazione, ma intanto le parole oggi non vengono fuori, l’anima non mi serve a niente stamattina, adesso devo uscire verso il sole, mettermi dentro il giorno e vedere in che punto del corpo il giorno mette l’anima, l’anima è la cosa di cui abbiamo bisogno, l’anima del mondo è il nostro lutto, più che la fine della comunità dovremmo piangere sull’anima perduta. L’anima del mondo è finita perché sommersa delle merci, le merci ci sono sembrate più comode al posto dell’anima, e la vita è diventata una trafila burocratica, una faccenda gestita da una ragione anemica e sfiduciata. Le merci hanno messo fuori gioco ogni leggenda, fuori gioco il sogno e in fondo anche l’amore, alla fine tutto quello che discende dall’anima è come se fosse messo fuori gioco.

La paesologia è oltre la decrescita, è fuori dalla logica di costruire società e benessere, l’uomo non deve costruire niente, siamo qui nel mondo, siamo qui e non si può dire nient’altro, siamo nel tempo che passa, non c’è niente da risolvere, non c’è una meta da raggiungere. Ci vuole una religione che ci dia quiete, che ci faccia accettare quietamente l’assurdo della condizione umana, ma anche la sua miracolosa bellezza. È bello vivere proprio perché siamo avvolti nel mistero e non abbiamo alcun compito e ogni volta che ce ne diamo uno ci stressiamo, ci mettiamo in una morsa. Ogni istante è uno spingersi verso l’istante successivo cercando di approdare a chissà che, come se quello che ci fosse non bastasse mai e fosse solo la premessa, la traccia di un esercizio da svolgere. Qui è la radice dell’inquinamento, nel sentirsi in colpa se il giorno gira a vuoto. Abbiamo un’anima ingorda e non cambia molto se si è ingordi di denaro o di amore o di divertimento. È l’ingordigia che bisogna spezzare, bisogna capire che la modernità e lo sviluppismo non sono tensioni capitalistiche. Sono molte migliaia di anni che abbiamo preso questa piega. E il cristianesimo l’ha rafforzata. Non ho le idee chiare su questo punto, ci sarebbe da distinguere tra San Francesco e Calvino, bisognerebbe indagare sul passaggio dal nomadismo dei pastori all’agricoltura. Dio è morto quando è nato il primo recinto e noi siamo le sue ceneri.

La paesologia è un soffio visivo sopra queste ceneri. È il batticuore delle creature spaventate: dalla nascita alla morte i nostri sono gli spasmi di un topo finito in una gabbia. L’essenziale c’è prima di nascere e dopo la morte, l’essenziale non è per noi. Dobbiamo accontentarci di qualche attimo di bene quando c’è.

Ecco. Qualcuno ha definito la paesologia una “neoscienza”, tuttavia – io credo – se tale la si deve considerare, è forse l’unica scienza esistente della quale possiamo essere tutti quanti rappresentanti: “scienziati” (se vogliamo restare in tale terminologia) di noi stessi e per noi stessi, ovvero di noi stessi e del territorio che abitiamo, cioè di noi e della nostra identità antropologica – la quale, sia chiarissimo da subito, non ha nulla a che vedere con qualsivoglia accezione di natura pseudo nazionalista-localista, anzi: è sinonimo di sicurezza identitaria e dunque di bagaglio culturale idealmente aperto a qualsiasi altro nonché costantemente pronto al dialogo, alla correlazione, all’integrazione. Esattamente come tra due o più conversatori che abbiano qualcosa di proprio da dire e da offrire agli altri, in un reciproco, costante e proficuo dialogo.

Lo scorso febbraio, a Trevico, si è svolta la seconda Festa d’Inverno della Paesologia. Nell’occasione è stato stilato un manifesto che puntualizza e riassume, in buona sostanza, quelli che sono gli scopi della paesologia e delle comunità provvisorie – nome anche dell’associazione appositamente creata per “promuovere e sperimentare pratiche di paesologia. In particolare promuovere nuove e libere forme di vita e aggregazione nei paesi, con più amorosa attenzione verso quelli più piccoli, isolati e poco frequentati” (dallo statuto).
Quello che è stato dunque definito Manifesto di Trevico così recita, al suo inizio e alla fine (lo potete leggere interamente qui):

Viviamo in un’epoca volante, ma è il volo dentro una pozzanghera.
Stiamo morendo e stiamo guarendo, stanno accadendo tutte e due le cose assieme.
Noi proponiamo l’intreccio di poesia e impegno civile. Abbiamo bisogno di poeti e contadini. Amiamo Pasolini e Scotellaro, amiamo chi sa fare il formaggio, chi mette insieme il computer e il pero selvatico.
Crediamo che bisogna unire le varie esperienze che si vanno opponendo alla deriva finanziaria e totalitaria dell’intero pianeta. Non basta, ad esempio, parlare di decrescita. Non basta la premura di avere prodotti alimentari buoni e sani. Non bastano le battaglie per la difesa del paesaggio e dei beni comuni. E non bastano i partiti che ci sono o quelli che si vorrebbero costruire.
Noi crediamo alle Comunità Provvisorie che uniscono queste esperienze diverse e altre ancora, annidate sui margini. Parliamo di Italia Interna, parliamo di paesi e montagne. Il loro svuotamento in atto da qualche decennio ha effetti che generano nello stesso tempo desolazione e beatitudine.
(…)
La vicenda umana ci sembra commovente quando è capace di alzarsi e abbassarsi nello stesso tempo, quando riusciamo a tenere assieme l’infimo e l’immenso, quello che accade nei palazzi della politica e nelle tane delle formiche. Ci interessa la salute delle persone e quella delle api. Ci interessa la democrazia, la gioia e il dolore. Occuparsi della tutela di un paesaggio ha poco senso se poi non ci accorgiamo dei paesaggi dolenti che appaiono sui volti di troppe persone.
La casa della paesologia non è nata per risolvere i nostri problemi e neppure quelli degli altri. Noi stiamo nel tempo che passa e sappiamo che di questo tempo alla fine rimane qualche attimo di bene che siamo riusciti a darci.
Crediamo che l’arcaico non vada cancellato da nuovismi affaristici. Dobbiamo provare a credere di più a queste nostre verità provvisorie e a farle conoscere con le nostre parole, coi nostri abbracci. Sogno e ragione, paesi e città non più come cose separate, ma luoghi diversi dello stesso amore.

Bene, mi auguro di avervi dato sufficienti input per cominciare a comprendere le tematiche di fondo e, ancor più, per approfondire la ricerca e il lavoro di Franco Arminio – nonché per conoscere meglio lo stesso personaggio e i suoi testi editi. Potete fare tutto ciò nei due blog di riferimento di Arminio, il già citato Comunità provvisorie – la “residenza” principale sul web dello scrittore irpino – e su Casa della paesologia, il blog espressamente dedicato alla paesologia e alla sua “casa”; ma c’è anche la pagina facebook della stessa associazione, qui.

Chiudo con le parole del sindaco di un piccolo comune della Sardegna, Bortigiadas, meno di 800 abitanti nella Gallura più storica, che ha avuto la fortuna di ri-conoscere il proprio paese grazie ad una recente visita di Franco Arminio, nella speranza che chiunque, nel proprio piccolo, possa fare la stessa cosa e diventare a suo modo un paesologo del proprio territorio:

La paesologia invita all’attenzione, ai piccoli gesti, ai saluti, alle gentilezze.
È la forma rivoluzionaria del vivere nella carne delle comunità, dentro al cuore.
Non è la rievocazione del piccolo mondo antico, è l’accelerazione del futuro.
Ha un nemico e non è la città. Il nemico è lo scoraggiatore militante, il rubatore di sogni, l’abigeatario di futuro, il parolaio, il lessico seccato dall’abitudine, la parola smunta nel partitificio.
La paesologia vive nei vicoli occupati dall’indifferenza, dallo scoramento, dall’abbandono. La paesologia non ripopola paesi, ripopola la speranza.
E mette insieme politica, militanza, sviluppo locale, sogni, visioni, poesia, musica, giovani, comunità, agricoltori, pastori, artigiani del sorriso e della lacrima.

Se una risata CI seppellirà

happy3Ascoltavo una conversazione tra alcune persone, qualche giorno fa, nella quale un ragazzo residente in Germania raccontava di come lì, in alcuni casi, per contattare e sottoporre richieste agli enti pubblici vige ancora l’usanza di inviare missive postali. Ma non è tanto questa la cosa insolita e sorprendente, semmai è che quegli enti pubblici rispondono allo stesso modo e con inopinata solerzia: dopo qualche giorno si hanno per iscritto tutte le risposte – adeguatamente dettagliate – alle richieste sottoposte, ovvero con una rapidità ed efficienza che altrove nemmeno via email si possono sperare. Anzi – aggiunse un altro dei conversanti: in Italia non solo a volte gli enti pubblici nemmeno ti rispondono, ma se provi ad inviare loro una lettera è già tanto se questa viene regolarmente consegnate dalle Poste! E, tutti insieme, si sono messi a ridere a siffatta affermazione sarcastica.
Affermazione, già, non battuta. Perché è vero, è questo che molto spesso accade in Italia – ne sono io stesso testimone quotidiano, ma ovviamente il principio della cosa è valido per tante altre circostanze – e la cosa realmente sconcertante è che, ormai, siamo ridotti a riderci sopra. Non ci arrabbiamo più, non sappiamo più indignarci per un servizio pubblico (o similmente tale) sempre più scadente, non ci facciamo ormai quasi più caso se qualcosa che dovrebbe funzionare in un certo modo va sempre peggio. Ormai rassegnati a che sia normale che qui l’inefficienza la faccia da padrone, che le cose non vadano quasi mai come dovrebbero andare e che nessuno o quasi di chi preposto al caso faccia qualcosa per risolvere tali situazioni, siamo arrivato al punto che non ci resta che ridere. Che viene più facile che piangere, certo, anche se alla fine il senso è lo stesso.
Anche questo, io credo, denota la mancanza di senso civico che ormai attanaglia il nostro paese. Non ci curiamo che le cose girino al meglio per tutti, al massimo ci importa che a noi non creino troppi problemi e magari ci incazziamo pure se invece ciò accade; per il resto, chissenefrega. Se un malfunzionamento, un’inefficienza, un disservizio va continuamente peggiorando, facciamo spallucce e guardiamo oltre: ci penseremo nel caso dovremo averci a che fare. Peccato che, così agendo, quel malfunzionamento, inefficienza o disservizio diventano cronici, e tale cronicità diviene normale.
Oggi, dunque, per tornare al caso citato in quella conversazione, è normale e risaputo che le Poste Italiane siano tra le meno efficienti d’Europa. E’ così, che ci dobbiamo fare? Amen!
Beh, forse che dovremmo incazzarci e pretendere invece che il servizio funzioni come deve funzionare, nel caso sia io che spedisco qualcosa o che sia chiunque altro? Non sarebbe finalmente il caso? In fondo, se funzionasse bene per altri lo farebbe anche per me e viceversa, no?
E’ proprio quel lassismo/menefreghismo direttamente derivato dalla mancanza di senso civico diffuso, lo ribadisco, che permette il degrado degli elementi funzionali della nostra società – concettuali e pratici: dalla teoria politica all’amministrazione pubblica pratica, per intenderci, e tutto quanto il resto di assimilabile. Ed è quel lassismo anticivico che più di ogni altra cosa è gradito dal sistema di potere a cui siamo sottoposti a permettere allo stesso di trasformarsi sempre più in un macro-soggetto antisociale al servizio di oligarchie e lobby, ovvero a trasformare ogni esigenza e bisogno della società tutta in un’esigenza, pretesa e tornaconto dei pochi che comandano.
Credo sia il caso (urgente!) di ribaltare questo atteggiamento assolutamente pericoloso. Il che poi significa essere cittadini consapevoli, comunità sociale attiva, individui civici nel senso più alto e ampio del termine. E’ questo, in fondo, l’impulso fondamentale grazie al quale una società può realmente progredire, in senso civico, politico, sociale, culturale. Altrimenti, saremo come i passeggeri a bordo di una nave governata da un equipaggio di mentecatti che sta colando a picco ma che, nonostante l’affondamento imminente, se la ridono delle barzellette raccontate dal capitano la sera prima.

8 marzo. Forse.

(L'immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)
(L’immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)

Come ribadisco sempre, in queste occasioni (qui, ad esempio, con attinenza tematica), non credo alle varie e numerose giornate di celebrazione una tantum annuali: le capisco e accetto, ma in certi casi le trovo persino controproducenti per ciò che vorrebbero celebrare e mettere in evidenza: di frequente, infatti, rappresentano ottime occasioni per fare in modo che di certe tematiche si parli solo in quel giorno e non per il resto dell’anno, concentrandone (quando non “caotizzandone”) il dibattito al fine di esaurirlo rapidamente e depauperarne il senso.
Posto ciò, purtroppo ancora oggi (e siamo nell’anno di grazia (?) 2016, ma a volte non sembra proprio così!) il maschiocentrismo imperante – che spesso involve in bieco fallocentrismo – rende troppe volte problematica la vita delle donne, in innumerevoli aspetti della vita quotidiana ma pure – cosa peggiore – nel senso stesso identitario, antropologico e culturale dell’essere donna. Una realtà assurda eppure ben presente nel mondo contemporaneo, spesso mascherata e camuffata in diverse e subdole forme ma in fondo realmente invisibile e incomprensibile solo a chi non la voglia vedere e capire – per propria malevolenza, ovviamente.
Per tale motivo, ad accompagnare queste mie riflessioni e come personale omaggio non tanto alla celebrazione odierna ma alle sue ineludibili protagoniste (al di là di qualsivoglia dibattimento più o meno politico, e poco o tanto pertinente), quest’anno ho scelto una fotografia che ritrae delle donne del futuro, già. Vorrei così auspicare che quand’esse saranno appunto ormai adulte, tra qualche lustro o poco più (o magari – l’utopia non costa nulla – già da domani mattina, eh!), non vi sarà più bisogno di celebrare “politicamente” ovvero con l’accezione odierna alcun “8 marzo” e, dunque, la nostra “civiltà” avrà saputo finalmente eliminare qualsiasi discriminazione nei confronti delle donne e dei loro diritti. Viceversa, se non sarà così, sono certo che l’intera nostra civiltà ne subirà le drammatiche conseguenze, in primis perdendo qualsiasi diritto di potersi definire in quel modo, “civiltà”, tanto boriosamente decantato quanto ripetutamente disatteso.

INTERVALLO – Enna, Biblioteca di Ateneo “Kore”

korebiblioteca0Intitolazione mitologica, novemila metri quadri di superficie, una facciata lunga come un campo di calcio, mille posti a sedere, 180mila volumi potenziali, otto milioni di euro di costo: è la Biblioteca di Ateneo Kore della Libera Università degli Studi di Enna, una delle più grandi d’Italia, inaugurata solo qualche settimana fa. Una struttura avveniristica che tuttavia non ha mancato di suscitare polemiche, sia per il costo finale dell’opera, sia per il fatto che la Fondazione che la regge è stata commissariata – ufficialmente “per problematiche riguardanti la governance” – proprio qualche giorno prima dell’inaugurazione.

Sperando di non essere di fronte a una solita storia all’italiana, che finisca per intaccare e deprimere il valore potenziale di un luogo di cultura del genere e la sua fondamentale importanza per la zona in cui è sorto, cliccate sull’immagine panoramica in testa al post per visitare il sito web della biblioteca oppure qui per conoscere più nel dettaglio le vicende legate alla sua realizzazione.