Pubblicare inediti

Questo è un post sulla letteratura. Più precisamente sulla pornografia in letteratura. Quindi se non vi garba l’argomento non dite che non vi avevo avvertiti.
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Perché si pubblicano degli inediti che era meglio restassero tali? La risposta che mi do me la suggerisce Omero (beato lui che non corre il rischio di inediti-parodia!) e la tradizione greco-latina: in Passato sì che gli uomini erano Eroi; sì che erano grandi Loro, e forti e possenti e gloriosi, Loro. Mica come adesso che tutto è rinsecchito e svilito e diminuito: il sapere, la conoscenza, il valore stanno nel Passato. Basta riscoprirlo, ristudiarlo, ri-editarlo….
Viviamo tempi di decadenza? Probabile. Insieme ai tempi, è decaduta pure la stroncatura e la figura stessa dello stroncatore. La causa è da ricercarsi nel marketing editoriale, la conventicola globale del lupo non mangia il lupo, io lo faccio a te e poi tu lo fai a me (le brutte cose innominabili che si fanno tra loro i “poeti laureati” e pure i narratori, laureati e non). Poi non lamentiamoci se la gente che legge s’avvezza a leggere schifezze e, peggio, ad apprezzarle pure. La cattiva letteratura, e in particolare quella di origine sarda, è molto peggio della pessima moneta. La quale, come sanno anche i pescatori cubani, scaccia la buona.

Dall’articolo Inediti di Giuseppe Ravera, pubblicato sul suo blog “Le Nuove Madeleine”, nel quale ragione su come a volte (per non dire spesso e senza pensare di dire solo “qualche volta”) pubblicate inediti solo perché firmati da grandi autori è cosa che alla letteratura fa bene come indossare scarpe nuove e comodissime per attraversare un campo minato. Soprattutto poi se l’inedito del “tal autore” è il tal autore stesso a pubblicar(se)lo.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza cliccando sull’immagine (anch’essa “rubata” da lì) in testa al post; questo mio repost pur parziale vuole anche essere un rinnovato invito a leggere il blog di Ravera, sempre foriero di spunti interessanti e riflessioni deliziosamente argute.

Un idillio alpino

[Ernest Hemingway sulle Alpi svizzere, 1927. Immagine tratta da qui.]

«Avevamo sciato sul Silvretta per un mese, era bello essere giù in valle, ora. Sciare lassù era stato bellissimo, ma era sci primaverile, la neve era buona solo di mattina oppure di sera. Nel resto della giornata era rovinata dal sole. Eravamo stanchi entrambi del sole. Al sole, sul Silvretta, non si sfuggiva. Le sole ombre erano quelle delle rocce e del rifugio che era stato costruito sotto la protezione di un roccione accanto al ghiacciaio. All’ombra ti si ghiacciava il sudore addosso. Non potevi sederti fuori dal rifugio senza occhiali da sole. Era bello abbronzarsi, ma ora tutto quel sole aveva stufato.» […]

Doveva proprio essere stanco Ernest Hemingway dopo un mese intero di bel tempo in montagna: almeno così sembra da ciò che lui stesso scrisse in uno dei racconti di Men without women, del 1927, successivamente entrato a far parte della raccolta I 49 racconti. In quel breve e asciutto Un idillio alpino ci narra di loro che scendono stanchi e assetati e, passando davanti al cimitero di Galtür salutano il prete con un «Grüss Gott», ricevendo in risposta solo un muto accenno di inchino; poi vedono due uomini che seppelliscono una salma. Il resto si svolge all’osteria del paese, dove tra una birra e l’altra, lo scrittore viene a conoscere tutta la storia, di come una donna morta, appunto prima di essere seppellita, fosse stata dal marito appesa a un gancio fuori della casa per tutto l’inverno. «Immagina d’essere seppellito in un giorno come questo» «Non mi piacerebbe proprio» «Beh, comunque non è il nostro caso», è la conclusione di Hemingway.

(Alessandro Gogna, Un idillio alpino, bellissimo articolo pubblicato su “GognaBlog” l’8 ottobre scorso sulla storia sciistica delle montagne del Silvretta, in Austria, frequentate e poi narrate anche da Ernest Hemingway il quale, oltre a tutto il resto di noto, fu anche un appassionato sciatore. Potete leggere l’intero articolo di Gogna – e ve lo consiglio perché merita parecchio, come meritano sempre di essere seguite le sue varie pagine web e social – anche cliccando sull’immagine lì sopra.)

Scrivere bene

Scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato.

(Francis Scott Fitzgerald, Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, trad. di Leopoldo Carra, Minimum Fax, 2006; orig. On writing, 1986.)

Inge Schönthal Feltrinelli (1930-2018)


Il viaggio da New York a L’Avana era stato scomodo e avventuroso, quindi entusiasmante per una ragazza come Inge Schoenthal, fotoreporter tedesca molto giovane, molto carina, senza un soldo, senza timidezze, senza paure, con poca ambizione professionale ma molta voglia di conoscere il mondo e di incontrare persone intelligenti, colte, importanti.
Andava a conoscere Ernest Hemingway che allora, nel 1953, a cinquantaquattro anni, aveva già scritto tutti i suoi capolavori ed era una delle massime celebrità letterarie mondiali. La ragazza dalla vita sottile e dal sorriso felice arrivava con una raccomandazione importante, quella dell’editore tedesco Rowohlt, che aveva pubblicato i suoi romanzi. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt le aveva dato anche un difficile incarico diplomatico: cercare di convincere Hemingway a cambiare la traduttrice che lavorava con lo scrittore dagli anni trenta e il cui linguaggio era invecchiato con lei. Finora non c’era riuscito nessuno durante i suoi rari viaggi a Berlino prima della Seconda guerra, quando si rifugiava nei caffé letterari mentre Rowohlt faceva il giro dei librai per trovare i soldi che gli doveva.
Chissà se ci sarebbe riuscita questa intraprendente ragazza che non aveva certo un aspetto teutonico: era bruna, sottile e leggiadra, assomigliava un po’ a Leslie Caron e un po’ a Audrey Hepburn e avrebbe potuto essere francese o lappone o anche napoletana. Davanti al suo sorriso deciso, si aprivano, è vero, molte porte. Lei le spalancava su tutto il mondo che voleva conoscere, e gli uomini, ma anche le donne, facevano di tutto per aiutarla. “Erano tempi in cui era possibile essere amici, camerati, star bene insieme, ma senza andare a letto. Non ci veniva neppure in mente: le ragazze non lo facevano e gli uomini avevano paura di chiederlo.” […]

(Natalia Aspesi su Inge Feltrinelli nella presentazioni di Inge fotoreporter, Sipiel/Biblioteca Europea Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2000.)