Il turpiloquio come (insostituibile) programma elettorale (Ennio Flaiano dixit)

Gli uomini politici raccolgono consensi soltanto in virtù del turpiloquio che sanno sfoggiare. Nelle polemiche si tirano in ballo le famiglie e i parenti. Le ingiurie più sanguinose sono entrare nel dizionario giornalistico: servono per indicare gli avversari, chiunque siano. […] Ecco spiegato perché un tale perde aderenti il giorno che comincia ad esprimersi con una certa correttezza: la sua politica, senza turpiloquio, è capace di farla chiunque.

(Ennio Flaiano, Taccuino 1948 in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.133.)

Millenovecentoquarantotto. Sì, sono passati 70 anni da quando Flaiano scrisse queste osservazioni.
È cambiato qualcosa al riguardo da allora, secondo voi? E se sì, in meglio o in peggio?

(Come dite? Che sarebbe una “domanda retorica”, questa? Beh, certo che lo è. Inesorabilmente, lo è.)

Ennio Flaiano, “Diario Notturno”

C’è il forte rischio, sappiatelo fin da subito, che questo mio testo che avete appena cominciato a leggere risulti estremamente breve. Sì, come quando si abbia da disquisire su qualcosa di cui ci sia moltissimo da dire ovvero fin troppo, e dunque non si sappia bene da che parte cominciare o come condensare il tutto, nonché come quando abbia la forte impressione – o timore, dovrei dire – che nulla di ciò che si potrebbe dire/esprimere/scrivere possa risultare all’altezza dell’elemento disquisito.

Perché, insomma, senza perdermi in troppi giri di parole, credo che Ennio Flaiano sia stato un genio, e geniale ciò che ci ha lasciato di scritto e che io non esiterei a far leggere nelle scuole, come testi fondamentali per un’altrettanto fondamentale e formante educazione civica. Credo che Flaiano – se dovessi riassumere il suo valore culturale (e non solo) in una sola e chiara definizione – abbia rappresentato una delle più vivide coscienze critiche del Novecento italiano, un imprescindibile elemento morale, rigoroso tanto quanto mordace, comprensivo eppure feroce, in grado come pochi altri di riconnettere – forse come mai più è accaduto o almeno come oggi non mi pare che accada – la mente col cuore e con l’animo della nazione. Sempre che di nazione si possa parlare, nel caso italiano: ma senza dubbio, se fatta l’Italia temo non si sia riusciti a fare gli italiani, credo che l’acutissima e illuminante intelligenza di Flaiano sia quanto meno riuscita a mettere nero su bianco (dunque a darle almeno una “sostanza” riconoscibile) la cronaca d’una messinscena nazional-popolare la cui teatralità parodistica egli è stato tra i pochi a comprendere nel profondo, a divertirsene così come a inquietarsene: una situazione grave ma non seria, insomma – per citare uno dei suoi più celebri aforismi – la quale continua a essere assolutamente tale.

Dunque, potrei anche finire qui la mia disquisizione conseguente alla lettura del Diario Notturno, (Adelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956.), dacché veramente non ci sarebbe molto altro da dire per mettere in evidenza il valore fondamentale dell’opera di Flaiano []

(Leggete la recensione completa di Diario Notturno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Il voto del progresso (Ennio Flaiano dixit)

Anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Già. A volte l’impressione è proprio questa. Ovvero, che il problema non sia tanto che non ci sia progresso, semmai che non ci sia chi progredisca.

I romanzi d’amore non servono a nulla (Björn Larsson dixit)

Ho sempre anche detto, e ugualmente lo ripeto, che non scriverò mai romanzi d’amore. Mi chiedo seriamente se servano a qualcosa. (…) So perfettamente che la letteratura non ha come unica funzione di insegnarci a vivere concretamente. Resta che non può insegnarci ad amare meglio. (…) L’essenza della letteratura è essere l’espressione della libertà umana. E l’amore, appunto, non è l’espressione della libertà. Ecco la ragione profonda per cui i romanzi raccontano l’amore infelice e tragico. Quel che raccontano non è solo l’amore. E’ anche la lotta tra il bisogno d’amore e il bisogno di libertà. In questa lotta, non c’è mai vincitore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.92)

Scommetto che molti, tra lettrici e lettori, non saranno d’accordo con quanto afferma il grande scrittore svedese, soprattutto quando sostiene che “la letteratura […] non può insegnarci ad amare meglio.” Beh, non entro nel merito di tale questione; tuttavia, riflettendo sulle parole di Larsson, mi viene da pensare quanto sia effettivamente difficile trasporre su carta, attraverso parole mai troppo numerose per la bisogna e mai, temo, sufficientemente esplicative, un sentimento umano talmente grande (sotto ogni punto di vista) quale è il vero amore e, pure, talmente ambiguo, al punto che viverlo intensamente è segno di massima libertà e, al contempo, negazione della libertà stessa. Ma anche su ciò molti potrebbero obiettare… ecco perché, in fondo, ho voluto citare tali parole di Larsson: perché, come lui, resto filosoficamente agnostico, al riguardo.

Veri viaggiatori, e turisti novellini (Amé Gorret dixit)

Il vero viaggiatore si distingue per la sobrietà delle sue parole, dalle ridotte dimensioni dello zaino, dalla regolarità del passo e dal calcolo riflessivo e coraggioso dei rischi di un’escursione o di una scalata. Il turista novellino, invece, si fa notare per il numero e il volume dei suoi bauli, per il clamore dei suoi programmi, e dei preparativi per la partenza, per le osservazioni scientifiche fuori misura, per il panico o la vanitosa imprudenza davanti al pericolo.

(Lauro-Aimé Colliard (a cura di), Abbé Amé Gorret: autobiographie et écrits divers, Valtournenche 1987, pag.145; citato in Enrico Camanni, La nuova vita delle Alpi, Bollati Boringhieri, Torino, 2002, pag.37.)

Per la cronaca, Amé Gorret quelle impressioni sul turismo (alpino, ma nulla cambia se riferite ad altri contesti) le scrisse a fine Ottocento. Più di un secolo fa, proprio così.
O aveva già capito tutto, ai suoi tempi in cui il turismo era ancora qualcosa di assai raro ed elitario, oppure certe insensatezze nazionalpopolari che crediamo frutto della contemporaneità già allora erano ben diffuse e col tempo fino ad oggi sono soltanto peggiorate. Ovvero entrambe le cose, certo.

P.S.: per dire… qui sotto, “turisti novellini” di oggi, perfettamente equipaggiati (!), vagabondano tra i crepacci dei ghiacciai di Punta Helbronner, sul Monte Bianco (cliccate sull’immagine per visitarne la fonte):