Non c’è umorismo in cielo! (Mark Twain dixit)

Tutto ciò che è umano è patetico. La segreta fonte dell’Umorismo stesso non è gioia, ma dolore. Non c’è umorismo in cielo.

(Mark Twain, Following the Equator – A Journey around the world, 1897. Ed. it. Seguendo l’Equatore. In viaggio intorno al mondo, B.C. Dalai Editore, 2010.)

Ecco l’essenza più autentica dell’umorismo rivelata da colui che potrebbe essere considerato uno dei più geniali umoristi di sempre, se non fosse che rimane nella storia della letteratura (e non solo) come il più grande scrittore americano d’ogni tempo. Il quale aveva capito che, come ad esempio il giorno nasce dalla notte, come la musica scaturisce dal silenzio o come l’amore “necessita” dell’odio per essere compreso, per lo stesso principio generale l’umorismo non esisterebbe senza il dolore. Ma, d’altro canto, il dolore trionferebbe definitivamente, se non vi fosse l’umorismo.

Jørn Riel, “Uno strano duello”

Da tempo sono convinto che le più grandi verità siano spesso custodite nelle piccole realtà, e analogamente che si possano trovare molte più cose interessanti dove si ritiene ci sia poco o nulla piuttosto di dove ci sia molto, moltissimo, ma poco o pochissimo di valore. Che ci sia ben più socialità ove ci sia meno “società” (ovvero ciò che oggi viene intesa come tale), che ci sia molta più ricchezza in certa “povertà” – no, non intendo soldi o altro che non sono ricchezza, semmai potere – oppure, per restare in tema, che abbiano molto più “potere” cose che di predominanza sugli altri non ne danno – e così via.
In base allo stesso principio – che è uno e univoco, come credo avrete capito e che gli anglosassoni, maestri delle definizioni, hanno per lo più compendiato nell’espressione less is more – può ben essere che ci sia molta più civiltà, urbanità, umanità, ove le presenze umane nel raggio di centinaia di km si possano contare sulle dita di non più di due mani. In fondo, anche in tale ambito conta la qualità (umana) più che la quantità, no? Be’, credo che una buona risposta in senso affermativo a tale domanda (comunque parecchio retorica, lo ammetto) l’abbia data – e ribadita più volte – Jørn Riel e la sua bislacca banda di cacciatori polari, di nuovo radunati ne Uno strano duello (Iperborea, 2005, traduzione e postfazione di Maria Valeria D’Avino; orig. En underlig duel og andre skrøner, 1976) e nuovamente in azione nell’immenso deserto ghiacciato della Groenlandia nordorientale.
Anche in questo caso come per gli altri libri della serie, dire Jørn Riel significa “dire” skrøner, la particolare forma narrativa scandinava descritta dallo stesso Riel come “una verità che potrebbe essere una menzogna, o una menzogna che potrebbe essere una verità”: una specie di leggenda metropolitana in salsa iperborea, insomma []

(Leggete la recensione completa di Uno strano duello cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

I ministeriali appestano peggio del morbillo! (Jørn Riel dixit)

“Che il diavolo mi scortichi se aprirò mai la porta a quel mucchio d’ossa fradicie”, brontolò Bjørk quando Sylte propose l’ispettore come quarto a whist. “Quell’uomo è pericoloso. Ti rendi conto, Sylte, è quasi ministeriale. E gente simile noi uomini liberi non dobbiamo frequentarla. I ministeriali appestano peggio del morbillo, te lo dico io. Dei veri cannibali. Vivono di leggi e articoli fatti apposta per spolpare la gente libera.”

(Jørn Riel, Uno strano duello, Iperborea, 2005, pag.138.)

Sostituite il “ministeriale” di Riel con un più nostrano burocrate, e constaterete per l’ennesima volta come a ogni latitudine – dall’estremo Nord della Groenlandia dove è ambientato il libro dello scrittore danese fino alle nostre più temperate e altrove – qualsiasi uomo libero non possa che sentirsi sotto minaccia del sistema di potere dei cui gangli quei burocrati/ministeriali sono emissione ed emblema. Non perché non possano servire leggi e articoli, sia chiaro, semmai perché debbano – dovrebbero essere applicate a favore e salvaguardia della libertà delle persone, non contro – come pare sovente avvenga un po’ ovunque sul pianeta, appunto.

Il DDT, o Drogato da Telefonino (Stefano Benni dixit)

Creatura recentemente apparsa ma ormai tristemente nota. Il suo dramma non è il cellulare, ma la dipendenza, cioè il non saper rinunciare al telefonino nei luoghi più improbabili e nelle situazioni più scomode. Per questa ragione è detto DDT, ovvero Drogato Da Telefonino.
Ad esempio il DDT è appena entrato nel bar e il cellulare trilla mentre sta bevendo un cappuccino. Il DDT continua a bere con la destra e risponde con la sinistra, oppure intinge il cellulare nella tazza e si attacca una brioche all’orecchio. Va alla toilette telefonando, e dentro si odono rumori molesti, sciabordio, e schianti dovuti alla difficoltà di compiere certe operazioni con una mano sola. Spesso quando esce ha il cellulare grondante e strane macchie sui pantaloni.

(Stefano Benni, Bar Sport Duemila, Feltrinelli, Milano, 1997, pag.119.)

«Be’, che c’è di strano?» vi chiederete, leggendo questo passo del libro di Benni. Niente, se non fosse che (guardate la data di pubblicazione) è stata scritta 20 anni fa, e non c’erano ancora gli smartphone, i social, whatsapp e tutto il resto ma, con tutta evidenza, già si capiva come sarebbe andata a finire.

L’ormai costante mood personale, quando gironzolo per i social…

Ecco. Proprio così (“ringraziando” Roy Lichtenstein!)
E vale sempre più per molti altri media d’informazione, anche.
Scriveva bene (per l’ennesima volta) Ennio Flaiano, ben prima dell’avvento del web:

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

Il che, peraltro, è assai emblematico di come molta stupidità, paradossalmente, si alimenti di “progresso”, ovvero di quanto certo “progresso” sia sovente funzionale a molta pandemica stupidità.