Le imminenti elezioni comunali nei territori montani

Il prossimo 8 e 9 giugno andranno al voto oltre 3.700 comuni italiani: molti di questi sono di montagna e in alcuni di essi ha amministrato, fino a oggi, una certa politica che ha ampiamente dimostrato di predicare bene e razzolare male, in tema di governo dei territori montani, sostenendo spesso progetti e opere decontestuali, illogiche, impattanti, alienate dalla realtà in divenire, privi di visione e di attenzione verso i luoghi, le loro comunità e i bisogni di cui necessitano realmente così come di autentica progettualità sul medio-lungo termine, quella che realmente servirebbe alla montagna per costruirsi il miglior futuro possibile. Progetti e opere spacciati per “sostegni alle popolazioni e all’economia locale contro lo spopolamento” ma in realtà funzionali solo ad alimentare un sistema – perché di questo palesemente si tratta – di clientelismi meschini e prebende personali con le quali assicurarsi favoritismi e sostegni elettorali che taglia fuori chiunque non faccia parte di questo “circolo di sodali”, in primis le comunità locali. Progetti e opere quasi sempre legate all’infrastrutturazione turistica più impattante e massificante, vista come la miglior giustificazione da un lato per addurre le false motivazioni suddette e dall’altro per attirare e far girare cospicue somme di denaro pubblico. Un “pensiero politico” per il quale il territorio montano, tanto meraviglioso quanto fragile e delicato, viene considerato nè più ne meno come uno spazio (uguale a qualsiasi altro) da sfruttare il più possibile, totalmente incompreso nelle sue peculiarità, buono solo se da esso ci si può ricavare qualcosa. E infatti viene sovente degradato con opere e manufatti che sarebbero sgradevoli anche in una periferia urbana, figuriamoci in un luogo tra le montagne.

È un atteggiamento ignobile questo, inutile dirlo, basato su incompetenza, insensibilità, strumentalizzazione ideologica, menefreghismo, strafottenza, e sull’assenza totale di buon senso e attenzione verso le terre alte, che va fermato in ogni modo per il bene delle montagne e delle loro comunità.

Sia chiaro: non ne faccio un discorso politico di parte, sono la persona più lontana e indipendente da qualsivoglia schieramento. Semmai la mia è una presa di posizione pienamente culturale: perché il problema è di cultura, perché il paesaggio è cultura e lo è la politica in quanto gestione e cura del territorio, quando ben fatta, e parimenti è cultura l’abitare le montagne da residenti stanziali e frequentarle da turisti occasionali, il conoscerle geograficamente e comprenderle ecologicamente e ambientalmente, lo svilupparle economicamente e socialmente. Viceversa, non è cultura ma una sostanziale barbarie gestirle politicamente e amministrativamente nei modi coi quali in molti comuni è stato fatto e si vorrebbe continuare a fare, per insistere con quel sistema deviato che ha già troppo degradato e banalizzato tanti territori montani e inevitabilmente ne decreterà rapidamente il declino, privandoli di qualsiasi identità peculiare nonché di ogni possibilità di evoluzione socio-economica equilibrata rispetto al luogo e al suo ambiente. Altro che spopolamento della montagna: quello che si otterrà sarà il soffocamento definitivo di essa e della sua vitalità, in ogni suo aspetto.

È ora di finirla con questa situazione ormai insostenibile, inaccettabile, inammissibile. È ora di ridare alle montagne, o rivitalizzare in esse, dignità, considerazione, coscienza culturale, speranze che non siano bieche illusioni, prospettive autentiche, visione del futuro, un destino consono ai luoghi nelle mani di comunità finalmente liberate dai lacci di certi modelli speculativi che le hanno condannate per troppo tempo a diventare il fantoccio di loro stesse e, in quanto tali, facilmente assoggettabili e controllabili, o reprimibili nel caso.

Basta con tutto ciò. Chiunque altro, di qualsiasi parte sia, sappia riconferire alle montagne e alle loro genti quanto ho appena rapidamente individuato (una minima parte di ciò che c’è da fare), mi auguro possa e sappia allontanare dai monti tale combriccola di amministratori così scriteriati e deleteri. Per il bene delle nostre montagne e di noi tutti.

[Foto di Tyler Nix su Unsplash.]

Negare l’evidenza dei fatti pur di sprecare soldi pubblici

Se i cambiamenti climatici non verranno rallentati, le temperature continueranno certamente ad aumentare e cambierà anche la distribuzione delle precipitazioni. A causa delle temperature più alte ci sarà meno neve in autunno e in primavera. Sarà così anche in inverno alle quote inferiori a 1800-2000 metri: per effetto del riscaldamento pioverà invece di nevicare. Alle quote più alte, maggiori precipitazioni potrebbero voler dire più neve in pieno inverno, ma la stagione sarà comunque più breve: le temperature più alte faranno sì che la neve cada più tardi in autunno e si sciolga prima e più velocemente in primavera.

(Fonte: Centro di Ricerca Applicata sulla montagna EURAC Research di Bolzano, qui.)

L’Accordo per la Valsassina prevede interventi che hanno l’obiettivo di potenziare la vocazione turistica sia invernale che estiva mediante la riattivazione del comprensorio sciistico della zona dell’Alpe Paglio e Pian delle Betulle attraverso una serie di interventi sinergici in grado di potenziare l’offerta turistica del territorio: nuova seggiovia “Alpe Paglio – Cima laghetto”, impianto usato da riposizionare sullo stesso tracciato della preesistente sciovia, livellamento e pulizia piste interventi di taglio della vegetazione infestante a lato dei tracciati e di parziale livellamento.

(Fonte: “Lecconline”, qui.)

Il comprensorio Alpe di Paglio-Pian delle Betulle si trova a una quota compresa tra i 1450 e i 1800 metri. Per “riattivarlo”, dopo che da quasi vent’anni (2005) è inesorabilmente chiuso, si spenderanno 4.225.000 Euro di soldi per la gran parte pubblici.

Serve aggiungere altro?

[Le piste del Pian delle Betulle nel pieno di uno degli ultimi “inverni”, il 15 gennaio 2022. Foto di ape-alveare.it.]
In verità sì, serve. Perché è ormai palese che queste iniziative siano il prodotto di una fabbrica del consenso politico e elettorale che sarebbe pure legittima, per carità (la politica, di qualsiasi segno, vive anche di questo, nel bene e nel male), se non fosse che utilizza la montagna e il patrimonio naturale in maniera consumistica attraverso progetti e opere prive di qualsiasi logica che non vogliono tenere conto della realtà delle cose e delle sue varie criticità, per le quali vengono spesi milioni e milioni di soldi pubblici così sottratti ad altre iniziative ben più focalizzate. D’altro canto sono progetti facili da proporre e da copiare-incollare ovunque, mentre ben più difficile è elaborare un progetto articolato e di lungo termine, coerente con la realtà dei luoghi, che costruisca veramente il futuro per i territori in questione e apporti vantaggi concreti e duraturi alle comunità che lo vivono. Ci vogliono tempo, volontà, sensibilità, conoscenza del territorio, competenze, capacità progettuali, senso civico, visione strategica, lucidità, inventiva. Tutte cose che la politica di oggi non può e non vuole permettersi.

Aiutare le famiglie con disabili? No, in Lombardia si preferisce costruire seggiovie (dove non nevica più)!

[Una manifestazione dello scorso marzo a Milano contro i tagli ai caregivers lombardi. Immagine tratta da qui.]
La Regione Lombardia taglia i fondi all’assistenza dei disabili gravi e gravissimi – il cosiddetto caregiving: vengono tolti circa 10 milioni, meno di quanto la stessa Regione Lombardia ha stanziato, ad esempio, per uno dei tanti assurdi progetti di nuovi impianti sciistici o di innevamento artificiale in luoghi dove è già oggi problematico sciare e domani sarà impossibile.

Un paio di seggiovie o un tot di cannoni sparaneve al posto dell’aiuto a circa 7.000 famiglie lombarde con persone disabili.

Lombardia: «la Regione del fare» (schifo).

P.S.: qualcuno ritiene che questa mia affermazione sia “populista”? Be’, se lo sia oppure no vada a chiederlo ai familiari delle persone disabili.

Altro denaro pubblico buttato per lo sci, a Piazzatorre (e su “Il Fatto Quotidiano”)

Qualche giorno fa Alberto Marzocchi ha pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” un bell’articolo dedicato a Piazzatorre e al progetto di rinnovo e ripristino del locale comprensorio sciistico, un altro di quei casi di finanziamento pubblico di infrastrutture per lo sci che appare a tutti gli effetti scriteriato perché dedicato a un territorio che non presenta più le condizioni climatico-ambientali adatte allo sci alpino.

Me n’ero occupato anch’io (qui) di questo ennesimo caso di potenziale sperpero di denaro pubblico a favore dello sci in una zona che d’altro canto abbisognerebbe di molti altri servizi primari a favore della comunità locale (e peraltro di recente ho scritto di Piazzatorre anche riguardo la devastante presenza di seconde case, ben duemilacinquecento a fronte di duecento abitazioni per i 380 abitanti “veri”); Marzocchi traccia succintamente ma con grande chiarezza espositiva la storia della località sciistica, che rende ancora più scriteriato l’investimento pubblico lombardo, e lo fa con cognizione di causa tripla: perché da giornalista si occupa principalmente di tematiche ambientali (e qui non c’è solo un problema di spreco di risorse pubbliche ma pure di salvaguardia di un territorio montano da una infrastrutturazione decontestuale e potenzialmente inutile), perché è maestro di sci, dunque coinvolto anche professionalmente in questo tema, e perché è originario proprio di Piazzatorre, quindi sa perfettamente di cosa parla.

Vi invito a leggere il suo articolo cliccando sull’immagine lì sopra, è veramente interessante e alquanto significativo. Riflessione finale: quante Piazzatorre ci sono sulle montagne italiane? Ovvero: quanti soldi pubblici vengono buttati sulle Alpi e sugli Appennini in progetti sciistici totalmente privi di senso e di futuro?

Una cosa drammaticamente anormale, sulle nostre montagne

In un servizio dell’edizione di martedì 13 marzo scorso del telegiornale di “Bergamo TV” (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo, dal minuto 31:10), si è parlato della mancata destinazione dei fondi IMU relativi alle seconde case nelle casse dei piccoli comuni i quali, più di altri, ne avrebbero bisogno. Intervistato al riguardo, il sindaco di Piazzatorre, in alta Val Brembana, si è lamentato che, a fronte della presenza in paese di duecento prime case e di duemilacinquecento seconde case, al comune del milione e trecentomila Euro circa di gettito IMU giungano solo 420mila Euro.

Io, a udire tali parole, confesso di essere rimasto piuttosto basito, ma non per quei soldi mancanti. Voglio dire: la cosa anormale è che a Piazzatorre manchino 800mila e rotti Euro di entrate fiscali, o è che a Piazzatorre vi siano duemilacinquecento seconde case – 2.500! – a fronte di sole duecento prime case?

Cioè che più del 90% degli stabili che formano il comune e che ne occupano il suolo sono “letti freddi”, alloggi turistici abitati solo per pochi giorni all’anno e forse nemmeno per quelli, quando come spesso accade presentano sulla porta il cartello «VENDESI» o «AFFITTASI»?

[Seconde case a Piazzatorre. Foto di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Sinceramente, a me questa pare una follia. Quantunque sappia benissimo che sia una follia estremamente diffusa nelle località turistiche delle montagne italiane. Ma ci rendiamo conto di come per un tempo troppo lungo abbiamo trattato, edificato, cementificato, rovinato i nostri territori montani e i loro paesi?

[Veduta panoramica di una parte del nucleo di Piazzatorre.]
In verità, i numerosi problemi di natura economica, demografica, sociologica che presentano i paesi della montagna italiana nascono in primis proprio da queste evidenze, cioè dalla imperdonabile trascuratezza alla quale i territori montani sono stati sottoposti a lungo da amministratori locali drammaticamente profittatori e alienati. Solo che questa è una cosa che non si può dire, nell’ambito politico-amministrativo, forse anche perché non si ha la competenza e la sensibilità per comprenderla al meglio. Piuttosto di pensare pur legittimamente a come incassare i gettiti fiscali derivanti dalla loro presenza, bisognerebbe capire come innumerevoli quegli edifici, case, casette, villette, condomini, chalet potrebbero essere eliminati dai paesi che ancora li ospitano.

Eliminati, già. Ma temo che sia un’ipotesi del tutto fantascientifica, questa mia, e non solo per mere ragioni tecniche.

P.S.: Piazzatorre è la località che si è vista destinare di recente ben 14 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia per rinnovare e ripristinare il proprio comprensorio sciistico, la cui quota massima sfiora appena i 1800 metri, in una zona peraltro ampiamente carente di servizi di base a sostegno della popolazione residente. Ne ho scritto al riguardo qui.