Tornare a leggere il grandissimo Ennio Flaiano (lo sto facendo con il suo Diario Notturno, come forse avrete notato) in questo particolare periodo per il paese – periodo di campagne elettorali e votazioni imminenti, nel quale l’Italia riesce sempre (e sempre più) a dare il peggio di sé – è veramente significativo. Non solo ci si rende nuovamente e inequivocabilmente conto di come la situazione politica in Italia è sempre più grave ma sempre meno seria (Flaiano scrisse quel suo famoso aforisma nel Taccuino del 1954!), anzi: ci si capacità del fatto che non c’è alcuna via di salvezza, da essa. Almeno per chi o cosa continui a esserne sottoposto, per necessità o (peggio) per scelta. Semmai, come già dissi qui, l’unica possibilità di salvezza è dalla parte opposta. Totalmente opposta.
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L’appello a favore della cultura, e la pioggia nel deserto
L’appello ad una ben maggiore attenzione nei confronti della cultura da parte della politica, rivolto a questa da una nutrita schiera di intellettuali, artisti, studiosi, accademici ed esponenti vari del panorama culturale nazionale nell’imminenza del voto elettorale, mi dà l’impressione di un improvviso acquazzone in mezzo al deserto.
Ovvero, da un lato qualcosa di necessario, indispensabile, essenziale per un territorio tanto arido – culturalmente, e non solo – come purtroppo è quello italiano; dall’altro, un apporto di pioggia assolutamente vitale che tuttavia rischia di essere assorbito totalmente da un terreno, ribadisco, ormai inariditosi al punto da non saper trarre nulla o quasi di realmente rinvigorente, da una tale circostanza.
Sono pessimista, sì, perché ho la netta sensazione che le classi politiche e dirigenti italiane non da oggi ma da tempo abbiano scelto di mettere da parte la cultura, di relegarla in un angolo polveroso e buio quando non di ignorarla del tutto, inseguendo altri “valori” molto più materiali, biechi, assolutamente più degradanti ma in grado di conferire tornaconti particolari (ovvero a vantaggio dei singoli, non certo della collettività) nel breve periodo. Qualcosa, insomma, di totalmente antitetico a ciò che è la cultura, ma pure a ciò che è la civiltà.
Ben venga l’appello suddetto, anzi, sia lodato e glorificato in ogni modo. Ma che non resti un’iniziativa dettata dal momento elettorale, che l’appello diventi un’invocazione, una sollecitazione continua, un’esortazione costantemente reiterata e rivendicata. Come se quell’acquazzone estemporaneo potesse diventare un monsone, inondando quei territori al momento quasi del tutto desertici, rendendoli di nuovo culturalmente fertili, produttivi, vivi: e tutti noi che in qualche modo ci occupiamo di cultura dobbiamo essere “nuvole” cariche di siffatta indispensabile pioggia. È un dovere dalla cui messa in atto nessuno si può sentire sollevato. Perché – lo rimarca bene lo stesso appello – se la cultura è viva, vive anche la società e ugualmente è viva la civiltà. Il che in Italia, peraltro, significa pure fare “vivere” bene il PIL.
Sono considerazioni del tutto elementari, queste, di una logicità assoluta. Meno che per la politica italiana, temo, almeno per come ha agito fino a oggi.
P.S.: in ogni caso, come la penso sul tema lo scrissi pure qui – e ribadisco con crescente decisione quelle mie riflessioni.
(Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere un articolo al riguardo tratto dall’Huffington Post.)
Jim Bridwell (1944-2018)
La foto qui sopra mi ha sempre affascinato tanto quanto divertito. Perché di quei tre ceffi ritratti si potrebbe pensare di tutto meno a ciò che realmente sono. Sembrano tre tipici hippies degli anni ’70, gente piuttosto avvezza a sostanze non troppo lecite, magari di ritorno da qualche concerto/happening di rock psichedelico o da una manifestazione contro la guerra in Vietnam a bordo di furgoni mezzi scassati e, si direbbe, tipi per nulla sportivi, tutt’altro…
In verità sullo sfondo della fotografia (celeberrima, per la cronaca) c’è qualcosa che fin da subito genera incertezza e curiosità sui soggetti ritratti: è una mitica montagna dello Yosemite, El Capitan, e una parete che ancora oggi è tra le più difficili al mondo, nel mezzo della quale sale The Nose, leggendaria via di arrampicata. Ebbene: quei tre, all’apparenza ordinari e svagati “Figli dei fiori”, in realtà sono appena tornati dalla prima ascensione in giornata della via. Era il 1975, e quell’impresa per i tempi fu qualcosa di “supereroico”, una roba che nessuno poteva credere possibile. Ci misero 15 ore, quando gli scalatori “normali” (per quanto lo potessero essere quelli che sapevano affrontare una via così tremenda) impiegavano qualche giorno. Quei tre fenomeni erano Billy Westbay, a sinistra, John Long a destra e, al centro, Jim Bridwell, uno dei più forti scalatori americani di tutti i tempi e, forse, il più leggendario d’oltreoceano in assoluto. Alpinista fortissimo, autore di alcune tra le più temute vie d’arrampicata del mondo, spirito libero, estroverso, carismatico, generoso, grande innovatore delle tecniche alpinistiche e inventore di attrezzature, personaggio assolutamente iconico e simbolo non solo di qualche generazione di arrampicatori e amanti della montagna ma, in generale, di un’epoca di grande e rivoluzionaria creatività, il cui pensiero (nonché il relativo atteggiamento mentale e spirituale) è ancora oggi una delle basi fondamentali per il progresso culturale – e non solo – del nostro tempo presente.
Purtroppo Bridwell è morto lo scorso venerdì doppio una lunga malattia, a meno di un anno di distanza dall’altra grande leggenda dell’alpinismo americano, Royal Robbins. Figure che a loro modo, e anche dai discosti e vertiginosi recessi verticali montani che frequentavano, hanno saputo compiere una piccola/grande rivoluzione. Personaggi ovvero modelli profondamente esemplari anche oggi, insomma – anzi: soprattutto oggi. Anche per chi di roccia e di scalate non ne sa nulla di nulla.
Il paesaggio è cultura (R.I.P. Galasso)
La divisione tra l’ambito dei beni culturali e quello di beni ambientali è, indubbiamente, artificiosa come e più di quella tra paesaggio e urbanistica. Mi sono sempre chiesto, di fronte a quel ‘miracolo’ (come lo definiva D‘Annunzio) del Duomo di Orvieto, assiso come si sa su una rupe di più che dubbia stabilità, che ha destato e deve sempre destare grandi preoccupazioni, come si faccia a distinguere l’ambientale dal culturale, il monumento dal paesaggio, il paesaggio dal terreno. E questo non è affatto da ritenere un caso-limite. Nella famosa, anzi famigerata Valle agrigentina dei Templi la situazione è almeno per alcuni versi la stessa.
(Giuseppe Galasso, La tutela del paesaggio in Italia, Editoriale Scientifica, 2007.)
Un piccolo omaggio allo storico napoletano, scomparso ieri, che nella citazione lì sopra, rimarcando l’illogicità della divisione tra beni culturali e beni ambientali, sancisce un concetto che personalmente trovo fondamentale non solo per qualsiasi attività di studio, esplorazione e gestione del territorio, ma in senso generale per la stessa concezione culturale (anzi, sarebbe più corretto dire socioculturale) del paesaggio. Ovvero, appunto: il paesaggio è cultura. Non considerarlo tale, cioè non considerare il territorio e l’ambiente degli elementi culturali, priva la nostra concezione del paesaggio dell’essenziale valore antropologico, dunque pure della sostanza di elemento identitario culturale che ci definisce nei confronti del territorio stesso in cui viviamo e col quale interagiamo. Da ciò ne deriva che ogni sfregio al paesaggio non è soltanto un’azione contro l’ambiente ma, per certi versi ancor più, un atto di barbarie antisociale. Un principio che – come ben ricordato dal sito Mountcity, dal quale ho tratto anche la citazione – Galasso mise alla base della Legge n.431 del 1985 a tutela dei beni paesaggistici e ambientali, da allora conosciuta come “Legge Galasso” e considerata tra le migliori del panorama normativo nazionale.
Il Giorno del Ricordo
P.S. – Pre Scriptum: oggi, 10 febbraio si celebra il Giorno del Ricordo. Oltre a ribadire quanto ho già scritto in occasione del Giorno della Memoria sul tema della reminiscenza storica e della sua fondamentale importanza culturale e sociale, vorrei pure sottolineare il mio più totale disgusto verso tutti quei discorsi di parte e quelle polemiche ideologiche e partitiche che, in questo miserrimo paese, con spaventosa ignoranza e spregevole volontà continuano a strumentalizzare tali commemorazioni, così trucidando una volta ancora chiunque ne fu vittima innocente e calpestando non solo il loro ricordo ma, appunto, l’intero valore storico che ne consegue. Sovente la storia è una maestra che ha cattivi allievi: qui, peggio, ne ha di irrimediabilmente analfabeti.
La morte in foiba : il racconto di un sopravvissuto
(Tratto dal sito dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Perugia; link all’articolo originario qui.)
Dalle esecuzioni nelle foibe qualcuno uscì miracolosamente vivo. Uno dei pochissimi casi conosciuti è quello del protagonista di questo racconto, che si riferisce a un episodio accaduto nei pressi di Albona nell’autunno del 1943.

Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentì uno dei nostri aguzzini dire agli altri: “Facciamo presto, perché si parte subito”. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico fil di ferro, oltre quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo solo i pantaloni e ai piedi avevamo solo le calze.
Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un fil di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera.
Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il fil di ferro che teneva legata la pietra, cosicché quando mi gettai nella foiba, il sasso era rotolato lontano da me.
La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’acqua che stagnava sul fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole “Un’altra volta li butteremo di qua, è più comodo” pronunciate da uno degli assassini. Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’acqua schiacciandomi con la pressione dell’aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e a guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutivi, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese per timore di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere veramente salvo.
