Qualcuno ha visto l’inverno?

Oggi, qui da me, c’è un inquietante sentore di primavera.

“Inquietante” perché oggi è il 17 gennaio, saremmo nel bel mezzo dell’inverno che invece si è manifestato, nel senso climatico più proprio, solo per qualche giorno all’inizio di dicembre, cioè quando era ancora autunno. Alla primavera mancherebbero ancora più di due mesi – all’inizio astronomico della stagione, a quello meteorologico un mese e mezzo circa – ma, appunto, oggi nell’aria c’è quell’inopinato tepore (anche se la temperatura è comunque bassa), quella corposità immateriale ma percepibile, quella luce che già pare più briosa dell’ordinario, c’è quel nonsoché di vagamente epifanico che ti fa pensare in modi più o meno determinati alla primavera. Come se quel noto motteggio, «non ci sono più le mezze stagioni», fosse ormai da considerare superato per come ora siano proprio le stagioni, apparentemente, a non esserci più, ovvero a essersi scambiate di posto, camuffate in altre, trasferitesi altrove su e giù per il calendario.

Di contro so bene che l’inverno, quello propriamente detto, ritornerà; magari tra qualche giorno commenteremo i metri di neve caduti o le temperature basse da record. Certo è che una gran nevicata in stagione avanzata genera effetti ben diversi, per molti aspetti, di una novembrina o dicembrina, provocando inevitabili adattamenti dei cicli biologici che nel tempo influiranno su ogni altro elemento ambientale, oltre che sulla visione e sulla percezione del paesaggio da parte nostra. È un fenomeno che già la scienza sta registrando: lo racconta bene questo articolo tratto da “3bmeteo.com”, ad esempio, nel quale si evidenzia il fatto che, in forza della circolazione atmosferica modificata anche per cause antropiche, la stagione invernale ha subito uno spostamento temporale in avanti di oltre un mese, certificando il cambiamento in corso del clima non solo in senso termometrico ma pure in quello cronologico, chissà fino a quando e con quali ulteriori conseguenze.

Nel frattempo, tra montagne spoglie di neve fino alle alte quote (nell’immagine è la Grigna Settentrionale o Grignone, alta 2410 m, il cui versante orientale sarebbe una delle zone più nevose – e a maggior rischio di valanghe, guarda caso – della Lombardia), clima più mite a 3000 m che in pianura, stazioni sciistiche che non hanno ancora cominciato la stagione e fioriture primaverili che si manifestano ora (in Puglia sbocciano già le mimose – quelle dell’8 marzo, già) con già cospicua presenza di pollini nell’aria, mi viene da chiedere se, come il Covid per l’organismo umano, anche la situazione climatica attuale non sia da considerare una sorta di pandemia per l’organismo che dà vita a tutti noi, la Terra. Ma con una sostanziale differenza: per il Covid un vaccino più o meno efficace l’abbiamo già trovato così come in passato ne abbiamo trovati per similari pandemie; per il clima al momento abbiamo solo rimedi “simil-omeopatici” per così dire e, di questo passo, forse un vaccino efficace da “inoculare” al pianeta ma necessario a salvare noi che lo abitiamo, e che del virus relativo siamo “portatori” (non sempre sani), non faremo in tempo a trovarlo.

La strada

[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash, rielaborate e unite da Luca. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

Qual è la tua strada amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. È una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi.

[Jack KerouacSulla strada, traduzione di Marisa Caramella, Mondadori, 2010.]

Montespluga, piccolo gioiello alpino

[Foto di Markus Spiske da Unsplash.]

Da tutte le parti rocce brulle e grigie, le cui cime erano coperte di neve, una valle dove per la neve non si vedeva uno stelo, per non parlare di arbusti o di alberi: in breve, un deserto pauroso, desolato, al di sopra del quale folate di venti italiani e tedeschi si scontrano e accumulano di continuo nuvole grigie, un deserto più orribile del Sahara e più prosaico della brughiera di Lünenburg.

Proprio no. A Friedrich Engels, il celebre filosofo tedesco sodale di Karl Marx, non piacque affatto la conca ove è situato Montespluga, poco sotto il passo omonimo tra Lombardia e Grigioni sul versante italiano (in comune di Madesimo, per la precisione), e in quel modo lo descrisse nel suo racconto Escursioni in Lombardia, pubblicato nel 1841 con lo pseudonimo di “Friedrich Oswald”. Probabilmente per un giudizio così inquietante giocò il fatto che Engels transitò da quelle parti in primavera, che lassù significa ancora inverno pieno (anche oggi, nonostante il cambiamento climatico), e probabilmente in una giornata dalla meteo non tanto favorevole.

Di contro è vero che la piana di Montespluga, a quel tempo occupata per buona parte da magri pascoli e torbiere (come si può vedere nel dipinto del 1823 sopra pubblicato) e oggi dal bacino artificiale dell’omonimo lago, così circondata da monti non elevatissimi ma assai aspri, ricchi di gande, totalmente priva di alberi e costantemente spazzata dai venti che dalla valle elvetica del Reno si incanalano e penetrano – non di rado con veemenza – in quella che sul versante italiano scende verso la Valchiavenna e il Lago di Como, conserva un aspetto rude, ostico, quasi nordeuropeo, apparentemente poco ospitale.

[Foto di Martina Mainetti da Unsplash.]
Ma al di là delle arcigne condizioni ambientali che caratterizzano la zona, o forse anche in forza di quelle e dell’innegabile fascino che donano al luogo e allo spirito dei viaggiatori più sensibili (checché ne dicesse Engels), Montespluga rappresenta un piccolo ma sublime gioiello, tra i villaggi montani di questa porzione delle Alpi. Per il paesaggio potentemente alpestre, appunto, per il suo ambiente naturale “primordiale”, per le montagne d’intorno le quali, a fronte della non esagerata altezza, possiedono peculiarità interessanti – ad esempio alcuni ghiacciai sui versanti meridionali, quasi una rarità ormai – per la storia millenaria dei transiti lungo questo corridoio alpino (qui fin dal I secolo a.C. passava la romana Via Speluca, che univa Milano con Lindau) nonché per l’altrettanto notevole fascino della strada che valica lo Spluga, uno dei capolavori ingegneristici di Carlo Donegani (del quale vi ho già detto qui). Per tutto questo, senza dubbio, ma forse anche più perché il suo aspetto da autentico “villaggio di frontiera” – in senso geografico, ambientale, antropologico oltre che amministrativo, visto che sullo Spluga la frontiera in effetti c’è – è rimasto sostanzialmente immutato da più di un secolo a questa parte, come si può ben vedere dalle immagini “comparative” che vi propongo qui sotto.

Ovviamente molti degli edifici sono stati ristrutturati, alcuni nuovi se ne sono aggiunti ma pressoché nulla, miracolosamente (visti altri “casi” alpini sul tema), ha turbato l’armonia antica del luogo così come di conseguenza, la relazione con esso di chiunque lo viva, residente o viandante, preservandone il profondo ed emozionante fascino. Si può anche pensare di intravedere, in uno degli alberghi più antichi di Montespluga, le fattezze della Cà de la Montagna, edificio nel quale almeno dal Seicento, se non prima, trovavano riparo viandanti e animali da soma che affrontavano la traversata dello Spluga, e che ha fornito il toponimo locale del luogo dove è situato il villaggio, Pian della Casa.

Montespluga è bello da visitare in ogni momento dell’anno – salvo quando sia sepolto da metri di neve ma in tal caso il problema è semmai raggiungerlo, posta la chiusura della strada dello Spluga – tuttavia, tra l’avvolgente e silente quiete invernale e la vivacità a volte esagerata dell’estate, quando da e per lo Spluga transita un traffico turistico notevole, vi consiglio di visitarlo nelle “mezze stagioni” (contando che ci siano ancora!): magari a giugno, quando i prati della conca brillano già di un verde intenso che s’intona magnificamente al blu scintillante delle acque del lago mentre i monti sono ancora ammantati di neve, oppure a settembre, quando diventa visibilissima e sorprendente la trasformazione del paesaggio il quale dopo i fulgori estivi si prepara all’inverno prossimo mentre il traffico veicolare ormai diminuito di molto sulla strada del passo agevola la quiete e una condizione di piacevole e intensa meditazione spiritual-paesaggistica.

[Immagine tratta da www.viaggiarenews.com.]
Insomma: proprio no, io con le impressioni di Friedrich Engels su Montespluga non mi trovo affatto d’accordo. Sarà che ho passato molte estati della mia infanzia e fanciullezza lì vicino, a Madesimo, e dunque la zona la conosco e l’apprezzo da sempre, relativamente alla mia esistenza, oppure sarà che effettivamente l’alta Valle Spluga possiede caratteristiche peculiari sotto molti punti di vista e un paesaggio che facilmente emoziona chiunque vi transiti. Tuttavia, sia quel che sia, Montespluga è veramente un piccolo gioiello antropico-alpino da godere, dal quale farsi affascinare e per il quale augurarsi che possa salvaguardarsi nella sua così particolare essenza ancora a lungo, sempre vivo, giammai museificato ma quale manifestazione assai virtuosa e potentemente emblematica della presenza umana nei più elevati e “difficili” territori delle Alpi.

P.S.: le immagini sono tratte da (dall’alto in basso e dove non già indicato in didascalia): commons.wikimedia.org, albergopostaspluga.it, bellitaliainbici.it, commons.wikimedia.org, tripadvisor.it, albergopostaspluga.it, it.wikipedia.org.

 

Scrivere la (propria) storia sulla geografia

[Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash.]
Sul libro “rilegato” che è il territorio vissuto, abitato e modificato dall’uomo nel corso del tempo, sulle sue pagine di terra e roccia a volte ben spiegate, altre volte ripiegate o sovrapposte, ad ogni occasione vedo nitidamente un’estesa scrittura, una calligrafia a volte fitta, minuziosa, altre volte più rada ma pressoché sempre tracciata, stilata, che io intuisco (in una virtuale visione del territorio a volo d’uccello – ma è una percezione che formulo sempre, cioè ogni volta cammino attraverso un territorio e ho l’occasione di osservarlo da una sua pur minima sopraelevazione) proprio come un insieme di segni e grafemi di un testo simil-alfabetico che le genti di questa zona hanno steso, scritto, qualche volta cancellato e poi riscritto lungo i secoli. Mi ricorda certi manoscritti medievali fittamente compilati ma, qui, con un diverso ordine grafico inevitabilmente imposto dalla morfologia della superficie da scrivere così come dalla funzionalità pratica del segno inscritto nonché, io credo, pure da particolari condizioni emotive o predisposizioni d’animo (ordine che a sua volta, lavorando d’immaginazione, mi riporta alla mente certe sperimentazioni artistiche proprie della poesia visiva novecentesca).

Trovo che la cosa diventi del tutto evidente proprio studiando una mappa di qualsiasi territorio (ovvero l’unico strumento che può donare la suddetta visione a volo d’uccello senza necessitare d’un qualsiasi aeromobile) che sia dotato d’una stratificazione – o di una compilazione – antropica assai diffusa e storicamente lunga diversi secoli: la trama delle vie di transito, rurali o meno, dei segni della presenza umana, della coltivazione dei boschi e dei pascoli, dei nuclei abitati e di ogni altra cosa simile è fitta, articolata e strutturata similmente a quella d’un testo alfabetico scritto, solo qui dotato di un particolare codice geo-grafemico, appunto. Sentieri, mulattiere selciate o meno, semplici tracce appena abbozzate o strade asfaltate (che in molti casi risultano sovrascritture di più antiche vie di transito), muri, recinti e palizzate, ometti di pietre, croci e santelle, ponti, passerelle, guadi, opere idriche anche elementari, prati, terreni e boschi coltivati ovvero zone disboscate (dacché sovente anche le selve sono il frutto delle “scritture” dell’uomo, quantunque il loro aspetto non lo farebbe supporre), cave, miniere e scavi, pozzi, edifici d’ogni genere e sorta, dai più minuscoli ai più grandi, stabili rurali e funzionali alle attività umane, nuclei residenziali abitati oppure ormai abbandonati, spazi di varia natura che presentano una frequentazione, tracce di passaggio o una qualche forma di sfruttamento antropici, testimonianze rupestri… tutti questi sono i segni della scrittura dell’uomo sul territorio, sono il testo attraverso il quale genti diverse lungo i secoli hanno narrato la loro presenza storica in quella parte di mondo, il senso e la sostanza della loro vita quotidiana, a volte la percezione pratica oppure emotiva del paesaggio, le proprie necessità e le aspirazioni al riguardo, il gusto estetico, altre volte la lotta con esso per la resilienza e la sopravvivenza più dignitosa contro la durezza del territorio e le forze naturali – una lotta a volte palesemente vinta, altre volte no.

Ovunque io vada, per territori domestici e ben conosciuti così come per zone che attraverso per la prima volta, ricerco e scruto i segni inscritti nel paesaggio, spesso li identifico come il testo primario fondamentale per capire dove sono, cosa è il territorio in cui mi muovo, il presente di quale storia umana sto vivendo e attraversando, quale dialogo tra genti e paesaggio sto cercando di comprendere e quale trama mi viene narrata, qui. Intuisco vividamente il senso della definizione che il celebre storico dell’architettura svizzero André Corboz ha coniato al riguardo: il territorio come palinsesto, come superficie continuamente modificata, scritta, sovrascritta, cancellata e riscritta nuovamente, sia dai fenomeni naturali – su scale temporali ordinariamente non intuibili – e sia, soprattutto, dall’intervento consapevole dell’uomo. Il tutto genera un continuo processo di trasformazione del paesaggio, come fosse un testo in costante evoluzione alla cui scrittura possa contribuire chiunque viva e frequenti quel paesaggio, similmente a quanto accade in letteratura con la scrittura collettiva: in effetti una comunità sociale che interagisce con il proprio territorio può essere considerata un “collettivo antropologico”, unito da un intento di sopravvivenza (dacché concretamente “sopra-vivente”, vivente sopra) il proprio territorio. Corboz non poteva scegliere vocabolo più adatto, a ben vedere: “palinsesto” rimanda direttamente all’atto dello scrivere e del riscrivere (è parola greca, palímpsestos, che significa “grattato di nuovo” o “grattato due volte”), ma pure nell’accezione tecnica contemporanea di “sequenza temporale organizzata dei messaggi offerta da un’emittente a un pubblico ricevente”, il vocabolo si adatta perfettamente al caso nostro, ove l’emittente è il territorio/paesaggio, i messaggi quelli leggibili nei segni antropici su di esso inscritti e il pubblico, ovviamente, chiunque attraversi il territorio in questione e ne indaghi il suo paesaggio.

Un orologio tra le rocce

Dal 24 luglio 2021 il duo di artisti GÆG (Wolfgang Aichner e Thomas Huber) realizzerà una particolarissima installazione all’interno dello spazio alpino dedicata al tema del tempo. I due artisti sistemeranno un grande orologio nell’apertura della roccia alla Fuorcla digl Leget, una porta nella roccia «selvaggiamente romantica» a oltre 2700 m di quota non lontano dal Passo del Giulia e a venti minuti d’auto da Sankt Moritz, in uno dei paesaggi d’alta quota più particolari di questa sezione delle Alpi. L’installazione sarà poi visibile e visitabile dal 31 luglio fino al 17 settembre. «Le persone che vi si avvicinano sperimenteranno qualcosa, che normalmente non si può sperimentare: prima il rallentamento e poi l’arresto del tempo» recita la presentazione del progetto.

A considerarla così, ora, è un’opera che da un lato mi affascina e dall’altro mi perplime. L’installazione in un luogo di un oggetto alieno al contesto è qualcosa di intrigante, spesso, in quanto gioca sull’effetto di sorpresa e spaesamento che, se l’operazione è ben fatta, agevola senza dubbio percezioni e sensazioni non comuni e probabilmente sfuggenti, senza quell’impulso così sconcertante. D’altro canto il paesaggio alpino, e un paesaggio così potente come quella della zona in questione, ribadisco, ha certamente già in sé la concezione di tempo ovvero di un iper-tempo ben più fondamentale di quello funzionale umano, il “tempo della Terra” (cit. Davide Sapienza) che è elemento geologico del luogo-montagna esattamente come ogni altra roccia che ne compone il terreno, e questo proprio dove esso non sia ancora divenuto “territorio”, cioè dove l’uomo non vi abbia lasciato le tracce della sua presenza ivi incluso il proprio tempo, territorializzando il luogo, come si dice. Ma se poi, come rivela la fisica, il tempo non esiste, cosa in verità può rallentare e poi arrestarsi? Lo scorrere delle ore, dei giorni e degli anni, come noi pensiamo di percepire, o in qualche modo il senso profondo (e ultratemporale, in effetti) della nostra vita?

Spero di poter andare lassù a visitare l’installazione di GÆG e, nel caso, vi resoconterò (lo so, è un termine orribile ma rende l’idea, ecco.)