(Forse) l’unico vero “buon senso” del Natale

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.

Sarà forse retorico e banale dire che la fortuna che oggi arride a qualcuno domani può improvvisamente svanire tramutandosi in sventura oppure, in modo ancor più vernacolare, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Ma, posto ciò, e se è vero come è vero che la base etica di ogni società, a prescindere dal grado di coesione tra i suoi membri, è data anche dalla reciprocità solidale e dal mutuo sostegno, il migliore e più fruttuoso modus vivendi di cui ci si può rendere protagonisti, soprattutto quando fortunati nella propria quotidianità, è quello che non dimentica mai di donare a chi così fortunato non è. In primis, perché un dono del genere rappresenta un regalo a se stessi; secondo, perché donare in questo modo migliora la società e una società migliore per quei doni assicura la mutualità. Oggi a te e domani a me, insomma; e se domani a me non serve tanto meglio, in fondo lo scopo primario e morale del donare è nel donare stesso, più che nel dono. È così, ben più che in qualsiasi altro modo, che il “Natale” può tener fede alla sua etimo: una nascita, o ri-nascita, di autentica e civile umanità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, per quel che possa contare che io lo dica.

Il gesto (inconsulto) del cuore


Vi dirò, in tutta sincerità – e chiedo scusa fin da ora per la franchezza: insieme a quelli che con le dita fanno il segno delle virgolette, sto cominciando ad aborrire pure quelli che con le dita fanno il gesto del cuore, o qualcosa di simile alla sua forma. Indicano (credono/pretendono di indicare) amore, passione, affetto – ok, va bene, apprezzabilissimo, per carità. Ma quando una cosa imposta sostanzialmente per moda e marketing diventa reiterata al punto da risultare spesso stucchevole e pure fuori luogo, perdendo il suo significato originario per divenire mera gestualità conformista buona per selfie o altro di così banale, beh… dateci un taglio, ecco. Non alle mani, eh, ma al gesto sì – che peraltro, se usato con parsimonia e coerenza, accresce notevolmente il suo significato. Perché se è vero che “Il corpo è uno dei mezzi con cui noi ci esprimiamo quando esauriamo le parole” (David Batchelor), è pure vero che se il “parlare” utilizzando sempre le stesse parole (vocali o gestuali) è inesorabile segno di scarsa brillantezza mentale.

P.S.: che poi lo stesso gesto, capovolto come nell’immagine lì sopra, in verità ricorda più… beh, meglio non dire cosa.

P.S.#2: sono troppo acido, dite? Evabbé, sarà l’età che avanza…

I romanzi d’amore non servono a nulla (Björn Larsson dixit)

Ho sempre anche detto, e ugualmente lo ripeto, che non scriverò mai romanzi d’amore. Mi chiedo seriamente se servano a qualcosa. (…) So perfettamente che la letteratura non ha come unica funzione di insegnarci a vivere concretamente. Resta che non può insegnarci ad amare meglio. (…) L’essenza della letteratura è essere l’espressione della libertà umana. E l’amore, appunto, non è l’espressione della libertà. Ecco la ragione profonda per cui i romanzi raccontano l’amore infelice e tragico. Quel che raccontano non è solo l’amore. E’ anche la lotta tra il bisogno d’amore e il bisogno di libertà. In questa lotta, non c’è mai vincitore.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, Milano, 2007, pag.92)

Scommetto che molti, tra lettrici e lettori, non saranno d’accordo con quanto afferma il grande scrittore svedese, soprattutto quando sostiene che “la letteratura […] non può insegnarci ad amare meglio.” Beh, non entro nel merito di tale questione; tuttavia, riflettendo sulle parole di Larsson, mi viene da pensare quanto sia effettivamente difficile trasporre su carta, attraverso parole mai troppo numerose per la bisogna e mai, temo, sufficientemente esplicative, un sentimento umano talmente grande (sotto ogni punto di vista) quale è il vero amore e, pure, talmente ambiguo, al punto che viverlo intensamente è segno di massima libertà e, al contempo, negazione della libertà stessa. Ma anche su ciò molti potrebbero obiettare… ecco perché, in fondo, ho voluto citare tali parole di Larsson: perché, come lui, resto filosoficamente agnostico, al riguardo.

Della “poesia” messa nel congelatore e di relativi donchisciotteschi sbotti idealistici

Senza nome-True Color-02Ma tu guarda!
Scartabellando (o forse dovrei dire sfilesbellando) tra memorie digitali varie che ho in giro, per molte delle quali sovente ho dimenticato il contenuto, ho ritrovato una roba bizzarra di parecchio tempo fa…
Era il 2006, quando Einaudi pubblicò Lettere d’amore nel frigo, “raccolta poetica” di Luciano Ligabue – sì, il musicista (che, lo dico subito, mi sta parecchio simpatico finché non fa ciò per cui è famoso, musica in primis). Ebbi modo di leggere quelle poesie griffate, e siccome da fervente appassionato di arte poetica ci restai un po’ cosìun po’ tanto così! – mi venne da scrivere alla casa editrice in questione la seguente suggestiva missiva, che ovviamente non venne considerata nemmeno di striscio, in nessun modo (lasciate stare l’accenno di vanagloria suscitato dalla citazione di quel mio libro di poesie, tuttavia funzionale al fine del testo), ma il cui senso generale sottoscrivo tutt’oggi senza dubbio alcuno – anzi, forse anche più di allora…:

virgoletteIll.ma Redazione Editoriale,
ho avuto modo di leggere alcune poesie che la Vostra Stimatissima Casa Editrice ha pubblicato con il volume Lettere d’Amore nel Frigo di Luciano Ligabue.
Ciò fatto e posto, ritengo assolutamente necessario inviarVi copia dell’ultima silloge poetica del sottoscritto, Versi Irregolari, uscita per la piccola Maremmi Editore di Firenze, al fine di rendere completamente illuminata e illuminante la differenza, nel complesso e nel dettaglio, tra le due opere.
Eppure, Luciano Ligabue pubblica quelle “poesie” con Einaudi, forse senza nemmeno che Voi (o chi più conta, tra di Voi) suscitiate un pur minimo dubbio sulla qualità dell’operazione (ovvio, non in senso commerciale, ma se la letteratura e in particolare anche la poesia, sua forma più pura, deve calare definitivamente le brache al vil soldo, chiudiamo pure tutti baracca e burattini e cambiamo aria, che è meglio…), mentre lo scrivente e tutti quelli come me, chissà quanti certamente più bravi di me, si vedono le Vostre porte (e qui il plurale indica tutti Voi “grandi” editori) chiuse le porte pur se la propria opera, orribile che possa essere, è comunque stratosfericamente migliore, nella qualità poetica, di quella di Luciano Ligabue – anche perché, forse, non è costruita per vendere, ma per esprimere!
Tutto quanto sopra con il più doveroso rispetto per Luciano Ligabue (in fondo, la colpa ultima non è sua, e in questa mia missiva egli è preso ad esempio in modo tutto sommato casuale e “funzionale” per il senso della stessa), e della Vostra insigne Casa Editrice (i cui meriti “storici” fortunatamente coprono abbondantemente ciò di cui qui si scrive); Vi prego, non crediate che queste parole esprimano invidia, vanagloria, arroganza e immotivata millanteria, ma solo passione, grande passione per la poesia in quanto tale – ovvero espressione artistica di valore assoluto la cui speciale essenza letteraria non può essere strattonata ovunque lo si voglia – e totale, forte, vivida presenza nelle proprie parole scritte. Sono ben contento per Luciano Ligabue se il suo volume ha venduto tot migliaia di copie, quantunque di sicuro non abbisogni dei relativi introiti monetari; lo sono molto meno, infinitamente meno, per la poesia. Per cui, certi del successo editoriale e commerciale ottenuto, potete detenere la tranquillità di dare un occhio al mio volume, augurandomi che ne sappiate cogliere tutta la sua essenza.
Ribadisco: non decifriate qui alcuna vuota e irata critica verso chicchessia, non è certo mia intenzione esprimere impressioni di una tale basso retaggio; sappiatemi invece assolutamente onorato nel caso vogliate concedere a Versi Irregolari una lettura ed un giudizio, del quale – e in ogni caso – Vi ringrazio fin d’ora sentitamente.
Con l’occasione, porgo a Voi tutti i miei più cordiali saluti.

(P.S.: quello ritratto nell’immagine in testa al post non sono io, eh!)

“Le” Parole – 6, AMORE

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

AmoreForse è nella sua stessa essenza, ovvero nei molteplici significati anche antitetici che possiede, il senso dell’amore: desiderio assoluto di procurare il bene ad un’altra persona, e manifestazione massima di egocentrismo. Ciò è in fondo analogo al dualismo tra Eros e Thanatos formulato da Freud: pulsione di vita – l’amore per un’altra persona o per qualsiasi altro prossimo – e pulsione di morte – il ritorno ad una esistenza inorganica, dunque priva di qualsiasi sentimento tipico della fase vitale e sociale.
Dunque ha una natura sostanzialmente utopica, l’amore. E forse proprio questo ci consente di crederci innamorati, con tutto il (meravigliosamente) bello e/o il (dolorosamente) brutto che ciò comporta.