INTERVALLO – Winston-Salem (USA), Grandfather Clock Little Free Library

grandfather_lflUn’originalissima casetta per il bookcrossing in un parco pubblico di Winston-Salem, North Carolina (USA), ricavata riadattando una vecchia pendola a colonna – ovvero, come la chiamano laggiù, un Grandfather Clock (“Orologio del nonno”) – e facente parte del circuito Little Free Library.

Il Nobel a Bob Dylan? Perché no?

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P.S. (Pre Scriptum): in queste ore pare che la consegna del Nobel a Bob Dylan da parte dell’Accademia di Svezia stia conoscendo qualche problema… In ogni caso, tenete conto che l’articolo che state per leggere è stato scritto venerdì 14 ottobre, e in fondo i problemi di cui sopra non ne inficiano il senso e la sostanza.

Personalmente, non vedo che cosa ci sia di tanto male nell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura 2016 a Robert Allen Zimmerman, alias Bob Dylan, e dico ciò da grande appassionato di musica e di poesia che non ha mai saputo apprezzare la poetica del cantautore statunitense. Ergo, accetto ma non comprendo tutta ‘sta alzata di scudi da parte degli “scrittori” che, a dirla tutta, mi pare tanto una di quelle difese di parte degli appartenenti ad una casta che vedano minacciato il proprio potere da parte di imprevisti e inopinati “invasori”.
Alessandro Baricco, ad esempio, afferma qui che “Per quanto mi sforzi, non riesco a capire che cosa c’entri con la letteratura”: riflessione comprensibile, di primo acchito, che tuttavia in me viene rapidamente sovrapposta da quella per la quale non capisco cosa c’entrino molti “scrittori” contemporanei, ovvero titolati come tali, con la letteratura. Pensiero che trova una sponda in Alessandro Carrera (apprezzato esegeta dell’opera di Dylan) che su Doppiozero scrive, al proposito: “I vari scrittori, italiani e non, i quali hanno strillato che Dylan non fa parte della letteratura, dovrebbero chiedersi prima di tutto se ne fanno parte loro, perché pubblicare un libro, o anche molti libri, significa essere dei lavoranti della scrittura, il che va bene, ma non significa per forza far parte di ciò che la letteratura decide di essere giorno per giorno.
D’altro canto già Tullio De Mauro pare aver risposto a modo suo a Baricco, nello stesso articolo, sostenendo che “È giusto allargare i confini del Nobel dalla letteratura accademica, patinata, nobile a quella non meno nobile ma di grande circolazione e popolarità in tutti i sensi della parola.” In verità credo che il Nobel abbia già compiuto più volte, in passato, questa operazione di riconoscimento dell’espressività letteraria (o di natura analoga) “meno nobile” e più popolana – nel senso maggiormente positivo del termine: basta scorrere l’elenco dei vincitori del Premio per rendersene conto, e a ben vedere lo stesso conferimento all’appena defunto Dario Fo è una buona prova di ciò. Per inciso, sarà che mi trovo parecchio affine alla cultura peculiare nordeuropea la cui essenza si ritrova anche nel modus cogitandi delle istituzioni scandinave preposte alla scelta dei vincitori ma, più volte negli ultimi anni, mi sono inizialmente trovato ad avere dubbi su alcuni di essi, salvo poi ricredermi nell’andare a fondo delle giustificazioni alla base dei conferimenti, che ovviamente vanno ben al di là delle tre-parole-tre delle motivazioni ufficiali e che vengono regolarmente pubblicate (e discusse) da molti media in giro per il mondo eccetto che qui in Italia – paese sempre così capace in qualsiasi cosa, invece, a ragionar di pancia per far che il cervello non si usuri troppo sì da (posso ipotizzare) conservare il celeberrimo “genio italico”, con la conseguenza che lo stesso venga inesorabilmente sepolto dalla più polverosa ignavia intellettuale, rendendo invisibile il suddetto “genio”!
In ogni caso, polemismi nostrani a parte: quanto asserito da De Mauro pare anche, indirettamente, fare da contraltare a ciò che invece è dichiarato al proposito da Francesco Giubilei, Editore di Cultora e Direttore Editoriale presso Historica Edizioni e Giubilei Regnani Editore: “L’assegnazione del Premio Nobel a Bob Dylan conferma il complesso di inferiorità culturale che vive la letteratura nella nostra epoca, si premia un musicista e non uno scrittore continuando a preferire l’intrattenimento piuttosto che il valore dei libri e della produzione letteraria di un autore. Di questo passo la letteratura è destinata all’estinzione.
Io invece, per quanto tema l’avverarsi della stessa sorte finale per il mondo dei libri paventata da Giubilei, vedo nel Nobel a Dylan qualcosa di sostanzialmente opposto, ovvero la forza della letteratura capace di inglobare in sé, nel suo grande alveo storico, artistico e culturale, anche espressività apparentemente diverse ma capaci ben più di tante opere classicamente letterarie di comunicare, appunto, qualcosa di ben articolato, determinato e originale a chi ne fruisce. Non penso che la letteratura sia destinata all’estinzione in forza del riconoscimento dell’opera di autori ad essa assimilati di riconosciuta capacità narrativa, per di più certamente di matrice artistica, come Dylan o altri del genere – e non credo ce ne siano tanti in circolazione, dicendolo (ribadisco) da uno che Dylan non lo ascolta e non lo legge dacché preferisce altro; semmai la letteratura li sta covando in sé, o appena accanto a sé, pericoli di estinzione ben più seri, ahinoi, e temo che il panorama letterario italiano sia assolutamente e drammaticamente emblematico in ciò. Ugualmente poi, con De Mauro, non trovo così blasfemo che il Nobel per la Letteratura vada alla ricerca di quelle espressività diverse e/o alternative al tradizionale libro scritto tuttavia tanto capaci di parlare, narrare, raccontare, rappresentare una storia. Credo anche che questa debba essere una prerogativa necessaria della letteratura, peraltro una di quelle che la rende arte nobilissima e insieme accessibile forse più d’ogni altra per come possa elevare a vertici artistici assoluti quanto di più primigenio possieda l’uomo, per costruire la propria identità: il racconto – di sé, della vita, della realtà, di fantasia eccetera.
Per certi versi mi sembra un situazione analoga a quella vissuta nell’ambito artistico visuale dalla fotografia, per lungo tempo denigrata dall’establishment artistico dacché considerata figlia di un dio minore – anzi, peggio, roba da derelitti indegni d’essere accettati nel club degli artisti veri e oggi invece non solo totalmente ammessa ed anzi celebrata con tutti gli onori, ma in certi casi divenuta persino disciplina espressiva di riferimento per buona parte del mondo artistico contemporaneo. Ciò non significa che abbia più valore – culturale, intendo dire – uno scatto fotografico da una tela di Lucio Fontana, semmai significa che anche una fotografia può raggiungere facoltà espressive riconosciute come un’opera d’arte visiva classica. Idem per la questione del Nobel dato a uno strimpellatore di seicorde nemmeno troppo intonato come Dylan.
Questo è quanto, per ciò che mi riguarda. Ben venga il Nobel a Bob Dylan, dunque, ma un ultimo appunto: se tale conferimento “alternativo” del Premio porterà a una oggi inconcepibile, inopinata e degradante devianza dello stesso e dei suoi parametri per la quale, tipo tra venti o venticinque anni, daranno il Nobel a Jovanotti oppure a Ligabue, giuro che dichiarerò guerra alla Svezia e ne farò terra bruciata. Ecco.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Mirella Tenderini, “Le nevi dell’Equatore”

cop_nevi_equatoreCredo che se tutt’oggi si raccontasse a molta gente comune (definizione qui con accezione del tutto letterale e neutra, sia chiaro) che nel bel mezzo dell’Africa, lungo la linea dell’Equatore e dunque in una zona del mondo che immediatamente richiama alla mente caldo infernale, zone desertiche e savane, leoni, giraffe, elefanti e quant’altro di affine, vi siano montagne con cime innevate e ampi ghiacciai, in tanti storcerebbero il naso e non ci crederebbero granché.
In fondo, da questo punto di vista, la situazione non è cambiata molto da quasi 170 fa, quando i primi esploratori europei presero a raccontare di altissime montagne scintillanti di ghiacci eterni al centro del “continente nero”, venendo presi per visionari in preda ad allucinazioni da febbre malarica o cose del genere. D’altro canto, un po’ per lo stesso motivo, l’aura leggendaria che allora circondava le tre grandi montagne africane, Kilimanjaro, Kenya e Ruwenzori, resiste ancora adesso, continuando ad affascinare gli alpinisti contemporanei che decidono di calcarne le vette massime e nonostante anche lì sia in atto un regresso delle superfici glaciali che la collocazione geografica non rende meno drammatico di quello in corso sulle Alpi o ai Poli.
E’ un’aura leggendaria che affascina anche a distanza, anche chi legga della sua essenza seduto su una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza dacché scaturente da una storia altrettanto leggendaria, nel bene e nel male, che Mirella Tenderini – una delle migliori scrittrici di alpinismo ed esplorazione in circolazione – narra ne Le nevi dell’Equatore (Alpine Studio, 2012; 1a ediz. CDA&Vivalda Editori, 2000).
In effetti la storia della conquista delle più alte montagne africane è assolutamente emblematica della parallela conquista – dovrei usare il termine “colonizzazione”, ma il primo credo renda meglio l’idea – della parte interna dell’Africa da parte degli europei, ovvero è assai significativa di quello storico travaglio che ha caratterizzato il continente tra Settecento e Novecento (e che continua tutt’ora)… (continua)

mirella-tenderini(Leggete la recensione completa di Le nevi dell’Equatore cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Prossimo appuntamento con RADIO THULE: lunedì 24/10!

radio-thule-17-24Il prossimo appuntamento con RADIO THULE – uno dei più bei programmi della storia della radio, ma credo non serva rimarcarlo, eh! – non sarà il prossimo lunedì 17, come da cadenza ordinaria, ma lunedì 24 ottobre, sempre alle ore 21.00, su RCI Radio. Da lì riprenderà di nuovo la normale cadenza bisettimanale, quindi con i prossimi appuntamenti fissati per il 7 e il 21 novembre, poi per il 5 e il 19 dicembre e così via.
Come sempre, dunque: save the date! Ci si sente lunedì 24/10!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Dario Fo

dario-foQuand’ero piccolino me lo ricordo in TV, Dario Fo, col suo fenomenale grammelot e le sue movenze giullaresche che mi facevano ridere un sacco, anche se ovviamente non capivo pressoché nulla di quanto recitasse. E mi ricordo quanto si divertissero pure i miei nonostante con ferrea precisione, nel clima d’allora di dominanza ideologica democristiana (vuota e ipocrita, ma tant’è), ogni volta che apparisse in televisione non mancavano di ricordare che fosse “un comunista”: termine che ovviamente a me inquietava non poco – o meglio, ero stato educato a inquietarmene, vedi sopra – senza che capissi il perché.
Era come se già a quei tempi percepissi lo sconfinato talento teatrale di Fo, la capacità unica di tenere il palco con grandissima arte – nel senso più pieno e ampio del termine – che rendeva ogni sua cosa gradevole quando non fenomenale, vuoi anche per quel suo garbo signorile, nobile, quasi aristocratico – termini apparentemente lontani e opposti rispetto al suo attivismo politico ma che Fo rese peculiari sul palcoscenico e nella vita pubblica ordinaria. Anche quando, nei suoi spettacoli, sferzava i potenti con inimitabile causticità – senza tuttavia mai discostarsi dell’elemento fondamentale del suo teatro: il riso, la risata che tutti seppellisce e soprattutto chi non sa ridere (o non sa più farlo).
Ecco, appunto: il suo attivismo politico, che lo ha reso personaggio adulato da tanti e odiato da molti altri. Da indipendente a qualsivoglia parte politica quale sono, e da cultore della politica nella sua essenza originaria, non mi viene di etichettare l’attivismo politico (quello vero, appunto) con le solite due parti dell’ideologia relativa dominante, ma in cose civicamente assennate o meno (il che significa pure oneste ovvero ipocrite) e, poi, personalmente condivisibili o no. Delle tante iniziative politiche e politicamente schierate di Dario Fo, ne ho trovate molte condivisibili e molte altre contestabili; tuttavia tale scelta, in senso generale, dipende sempre anche dal fautore di quelle iniziative, dal suo spessore umano, dal prestigio culturale (che, sia chiaro, non dipende dalla vincita di un qualsiasi riconoscimento, Nobel incluso, nel suo caso meritatissimo), dall’intelligenza che si coglie dietro di esse – ribadisco, che siano condivisibili o meno. Bene, credo che, da questo punto di vista, la grandezza di Dario Fo sia stata anche quella di rendere assolutamente legittimo il suo attivismo politico, pure quando verso di esso ci si sentisse del tutto contrari ovvero quando per ciò che sosteneva faceva incazzare. In fondo era proprio quello che voleva ottenere, mi viene da pensare: sferzare la mente e l’animo, costringerli a reagire, imporre loro l’obbligo di pensare ed esprimersi, a favore o contro. Esattamente come ha sempre fatto sul palcoscenico, con opere forse a volte (per qualcuno) discutibili ma sempre forti, intense, caustiche e mai banali. Da buon giullare di corte, insomma, perfettamente capace di assolvere il proprio compito di irridere chiunque e, al contempo, di far passare tra le risate il proprio messaggio forte e chiaro. Una “corte” che nel frattempo è decaduta e s’è disintegrata, svelando il vero volto del potere ovvero il suo sostanziale nulla. Ciò che invece la risata non sarà mai, perché il riso dona a chi lo esercita e a chi ne gode un potere reale e talmente forte che mai nessuno potrà sconfiggere realmente.
Tutto il resto che sto leggendo in queste ore di primo commiato, in tutta sincerità, lo trovo sovente stucchevole e scomposto: di esso, ora, non mi interessa nulla.