Nei progetti di sviluppo a base culturale i protagonisti sono le comunità, NON i progettisti.
Al centro della scena DEVE esserci la comunità, NON i progettisti.
Il progetto è un patrimonio della comunità. Il progettista è al servizio della comunità.
Così scrive sulla propria pagina Facebook il professor Pier Luigi Sacco uno dei massimi esperti italiani nel campo della produzione culturale.
Sono considerazioni che trovo del tutto centrate anche per i progetti pensati per o realizzati nei territori montani, i quali sono ambiti assolutamente culturali – è cultura il paesaggio montano, è cultura l’ambiente, lo è il turismo (anche quello apparentemente più massificato e consumistico), lo è la vita delle comunità di montagna – per molti versi più di quelle metropolitane – e ovviamente lo è la politica.
Bene, proviamo a sostituire nelle parole del professor Sacco “politici” a «progettisti»:
«Nei progetti di sviluppo a base culturale i protagonisti sono le comunità, NON i politici. Al centro della scena DEVE esserci la comunità, NON i politici. Il progetto è un patrimonio della comunità. Il politico è al servizio della comunità.»
Ecco espressa in maniera perfetta la situazione politica dei territori montani italiani, nei quali con troppa frequenza i progetti che vengono proposti e finanziati con somme ingenti di denaro pubblico appaiono non come opere al servizio della comunità ma funzionali al prestigio e alla propaganda del politico/dei politici di turno.
Fine.
N.B.: nell’immagine, tratta da questo post sulla pagina facebook “Voci di Cortina”, una eloquente visione del cantiere della pista di bob di Cortina d’Ampezzo, esempio assoluto di progetto inutile per la comunità che lo sta subendo.
[Foto di Mario da Pixabay.]Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».
Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.
Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.
Faggeta
Lariceto
Betulleto
Abetaia
Castagneto
Pineta silvestre
Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.
Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.
Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.
È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.
P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.
Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?
E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?
Bisogna proprio ammettere che, a occuparsi di montagne italiane, le “sorprese” proliferano e non passa giorno o quasi che non ci si trovi a scoprire qualche nuova amenità. Il coperchio del vaso di Pandora montano italico è sparito da un pezzo, ormai!
[Foto di Sailko, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Il Monte Forato (o Pania Forata, 1230 m) si trova nel comune di Stazzema in Alta Versilia (provincia di Lucca), fa parte delle Alpi Apuane e deve il suo nome a una caratteristica molto particolare: un arco naturale di grandi dimensioni esteso tra le due cime del monte (la meno elevata misura 1204 m) che forma appunto un grosso buco nel corpo sommitale della montagna. L’enorme arco, formatosi per l’erosione degli elementi naturali, con i suoi 32 metri di larghezza e 25 di altezza è uno dei più imponenti d’Italia ed è ben visibile da entrambi i lati delle Apuane, quello di Versilia e l’altro della Garfagnana.
Capirete che ce n’è già abbastanza per fare di questo straordinario monte, il quale pare uscito direttamente dalla geografia immaginaria di un romanzo fantasy, una meraviglia della natura da ammirare e godere a profusione nella sua particolare bellezza geologica, paesaggistica, escursionistica, ambientale, culturale, insieme al territorio circostante che presente numerose altre interessanti peculiarità. Vero?
E invece NO, perché qualcuno ha pensato bene di ricavare da tale bellezza geologica naturale una bruttezza ludica artificiale trasformando il grande arco in una mega altalena, un’ennesima giostra da luna park montano per chi evidentemente non sa percepire e comprendere la pur possente bellezza del luogo ma vi ricerca “adrenalina”, “brividi” ed “effetti wow!” preconfezionati e artefatti, ovviamente poi da immortalare inevitabilmente sui social:
[Immagine tratta da questo video di Youtube.]Ecco, a me la mega altalena del Monte Forato pare una ca… be’, dall’immagine qui sotto capirete chiaramente cosa:
Un’altra, tra le già tante (troppe) sparse sui monti italici.
Questo è il mio pensiero. Altri invece riterranno che sia la cosa più bella, utile, emozionante, spettacolare, “naturalistica” (è definita anche così sul web) che il Monte Forato sappia offrire: libera opinione e loro problema. Perché si può pensare ciò che si vuole al riguardo ma il Forato, così banalizzato (altro che “valorizzato”) e ridotto a mera attrazione ludico-ricreativa, purtroppo perde la gran parte della sua particolare bellezza naturale e del suo fascino montano. Inesorabilmente.
[Val Masino: in primo piano sulla sinistra la Punta Fiorelli, in secondo piano il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo. Foto di Resegun, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
[Mi rallegro] dell’indifferenza dei montanari del versante valtellinese per tutto ciò che oltrepassa il limite dei loro pascoli, cosi che non un nome lombardo sia venuto ad aumentare quel caos.
[Francesco Lurani Cernuschi, Le Montagne di Val Màsino. Appunti topografici ed alpinistici, CAI Sezione di Milano, 1883.]
In questo passaggio il Conte Lurani Cernuschi, fra le figure di maggior rilievo dell’alpinismo italiano di fine Ottocento e grande esploratore nonché salitore delle cime della Val Masino (non solo, ma soprattutto di queste), si riferisce alla confusione toponomastica che ancora a quei tempi contraddistingueva le montagne della zona (per dire: il Pizzo Badile e il Pizzo Cengalo, le due vette più rinomate, su diverse mappe topografiche si scambiarono più volte il nome, che non era nemmeno quello attuale!) e a tal proposito ricorda una realtà che trovo sempre affascinante: ai montanari di una volta non fregava un bel nulla delle loro montagne, ovvero niente da cui non si potesse ricavare qualcosa di utile alla loro (ostica) vita quotidiana. Dunque probabilmente non elaboravano nemmeno considerazioni di natura estetica su quelle vette: la bellezza della montagna non sapevano cosa fosse, bello semmai era ciò che risultava utile, appunto. Il prato era “bello”, ci pascolavano le bestie; l’acqua era “bella”, almeno fino a che non esondasse dai torrenti; il bosco prossimo ai villaggi era bello, dava legna da costruzione e da ardere. Le vette, che erano fatte di rocce verticali, ghiacci crepacciati, gande e ghiaioni instabili, che mai potevano avere di bello? Infatti per i montanari del tempo erano popolate da mostri, demoni e dalle creature più spaventose, le uniche a poter vivere in quel pezzo di mondo così pericoloso e sterile.
Salvo che, da metà Ottocento in poi, quelle terrificanti creature furono “messe in fuga” da altre creature, questa volta umane e nonostante ciò inopinatamente attratte da rocce a strapiombo e ghiacciai labirintici e dalle vette protese verso il nulla del cielo. Vette che per ciò cominciarono a essere denominate, per il prestigio di chi le aveva salite per la prima volta e se ne poteva vantare ma pure di geografi, cartografi, topografi e, ultimi ma non ultimi, di noi che ora frequentiamo le montagne e ci emozioniamo di fronte alla loro bellezza, alla spettacolarità delle morfologie alpestri, al fascino insuperabile dei paesaggi d’alta quota… tutte cose di nostra invenzione recente, come detto, che ci siamo portati appreso quando abbiamo trasformato l’alpinismo in turismo e per molti versi imposto ai montanari che invece non ne avevano cognizione.
[Il Rifugio Luigi Gianetti sovrastato dalla mole del Pizzo Badile. Foto di Ggambaro, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Fu un processo culturale inevitabile, nel bene e nel male. Nel frattempo, però, la geografia così amata dagli alpinisti di una volta oggi è stata pressoché dimenticata, a partire dalla scuola, e di contro milioni di immagini di panorami montani, in forma di selfie oppure no, inondano quotidianamente i social media senza che chi le ha riprese sappia cosa riprendano, se non vagamente. E nemmeno più la bellezza utilitaristica dei vecchi montanari è sopravvissuta, per come sovente quei pascoli oggi vengano occupati e cancellati da infrastrutture turistiche d’ogni sorta e parimenti allo stesso scopo o altri similari vengano abbattuti i boschi.
A modo loro se pur gioco forza erano “ecologisti”, quei montanari, nell’accezione originaria del termine: sapevano bene che senza equilibrio e armonia con le montagne la loro vita sarebbe diventata ben peggiore di quanto già dura non fosse. Noi, invece, che ci vantiamo tanto di essere “ecologici”, temo che ancora l’importanza di quella condizione di equilibrio e armonia con l’ambiente montano non l’abbiamo ancora capita benissimo. Siamo a nostra volta indifferenti alle montagne ma perché ci curiamo troppo poco delle loro innumerevoli valenze per la nostra vita, preferendo considerarle solo se funzionali al nostro diletto oppure se si possono “valorizzare” (valori vs valenze, in pratica) per ricavarci tornaconti molto venali.
È pure questo un processo culturale inevitabile? Io non credo, o almeno credo che non lo dovrebbe essere. In fondo siamo nel 2024, non nel 1883, giusto?