Scala una montagna, purifica il tuo spirito

Rimani vicino al cuore della Natura… e ogni tanto staccati e scala una montagna o trascorri una settimana nei boschi. Purifica il tuo spirito.

[John Muir, dichiarazione citata da Samuel Hall Young in Alaska Days with John Muir, 1915.]

Purificare lo spirito, ritemprare l’anima, rigenerare la mente. Questo può fare la montagna e la Natura in generale ed è una cura sistematicamente necessaria: chi non crede di averne bisogno è il malato, in realtà.

L’overtourism sulle Alpi, un secolo e mezzo fa

[Carrozze lungo la strada dello Stelvio a metà Ottocento. Fonte: Lithogr. Mansfeld & Comp, Vienna, ca.1850.]

Quando per la prima volta venni nelle Dolomiti, erano ben diverse da quelle di oggi. I forestieri non le visitavano ancora e gli unici a frequentare la strada d’Ampezzo erano i famigli con i loro grossi carri. Anche allora c’era gran movimento nella regione, ma riguardava la dura attività dei montanari di quel tempo. Oggi il pesante carro da trasporto ha lasciato il posto al landau e il grembiule blu del conducente all’abito elegante del turista. E molti cacciatori sono diventati guide alpine.

A Dobbiaco siamo giunti chi dal Brennero e chi dalla valle della Drava. Una fitta frotta di turisti si accalca all’uscita del treno sovraffollato, lieta di lasciare il fumante cavallo a vapore e di poter respirare a pieni polmoni la fresca aria di montagna.

Sono passaggi tratti da “Le Alpi in 30 montagne” di Enrico Camanni (libro di cui ho scritto qui) e si direbbero descrizioni della realtà turistica attuale, se non fosse per alcuni riferimenti inequivocabilmente d’antan. In ogni caso raccontano un turismo evidentemente ben sviluppato fatto di «fitte frotte di turisti» benestanti di evidente provenienza cittadina, di sovraffollamenti, di montanari che nel turismo ci lavorano… Sembra la realtà attuale, come detto; invece la prima citazione riporta le impressioni del grande alpinista austriaco Paul Grohmann ed è del 1877, mentre la seconda è dell’alpinista tedesco Theodor Wundt e risale al 1887. Sicuramente i flussi turistici di allora erano meno ingenti di quelli di oggi ma, proporzionalmente al tempo, ai luoghi com’erano in quegli anni e alla dimensione culturale dell’epoca, generavano un impatto non indifferente e in molti aspetti assimilabile – fatte le debite proporzioni, ribadisco – a quello attuale.

Questo per dire che oggi stiamo parlando correntemente di overtourism, di industria del turismo e di problematiche conseguenti ma tale realtà non è nata oggi, nemmeno ieri o vent’anni fa ma allora, a fine Ottocento, quando si intuì che la villeggiatura montana poteva diventare qualcosa di sempre più gradito al pubblico e dunque generare buoni affari. Così si cominciò a sviluppare l’economia del turismo in chiave moderna, elaborando immaginari e modelli ancora oggi in uso, ma in parallelo non si è mai sviluppata un’ecologia del turismo, e una conseguente gestione politica oculata dei territori, delle loro specificità, delle risorse, del portato sulle località coinvolte e sulle loro comunità. È passato un secolo e mezzo nel quale il turismo è stato lasciato andare in maniera incontrollata perché faceva guadagnare molti e ciò ne nascondeva gli impatti negativi. Fino ad arrivare agli estremi, sovente parossistici, dell’overtourism contemporaneo e a tutto il resto.

[Qualche estate fa lungo la strada che sale alle Tre Cime di Lavaredo.]
In fondo tutto ciò non è direttamente colpa del turismo e tanto meno dei turisti, ma dell’uso distorto, esclusivo e viepiù alienato dai contesti montani che se n’è fatto. È un problema di cecità: di non aver visto dove fosse il limite da non superare e dunque averlo oltrepassato, pure di corsa, solo per continuare a inseguire profitti e tornaconti. Almeno a fine Ottocento c’erano i landau per le strade alpine, non i SUV di oggi!

Le vacche? Fanno latte!

Accarezzo tra le corna le vacche di mio padre, irrequiete come me. Rasente alle vacche, in uno stretto passaggio, passano le belle automobili, qualcuno ci fa delle fotografie. Sul treno c’è gente che guarda da dietro i vetri, chiusi; altri si sporgono, battono le mani. Gli automobilisti procedono lentamente, guardano che le vacche non urtino le loro macchine. Una donna, molto bella, coi guanti, sporge la testa bionda da un finestrino e chiede «Fanno niente queste mucche?». Fanno latte, penso, ma la donna è molto bella e sorride gentile, allora l’assicuro che proprio non deve aver paura.

(Giovanni OrelliL’anno della valangaEdizioni Casagrande, 1991-2017, pag.106; 1a ed. Mondadori 1965.)

Già, di quelle persone (e sono tante, per inciso) che si chiedono se facciano qualcosa, le vacche sui pascoli di montagna, io mi chiedo: ma che ci sono venute a fare quelle persone in montagna a guardare (senza osservare) le vacche?

Poi inevitabilmente sì che fanno qualcosa, alcune vacche a certe persone che salgono in montagna. Che vuoi dirgli?

Soldi pubblici, ricavi privati

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Ma poi, parliamoci chiaro: lo stato – ministeri, regioni, province, eccetera – finanzia gli impianti sciistici (o le infrastrutture turistiche in genere – siano logiche o meno, non è questo il punto ora) cioè elargisce denaro pubblico a soggetti privati che fanno lucro e, dunque che da quei soldi pubblici – milioni e milioni di Euro, non bruscolini – ricavano guadagni propri (che significa anche coprire propri debiti, in molti casi). È normale tutto ciò?

In pratica: io, gestore di comprensorio sciistico, costruisco una nuova seggiovia, me la faccio pagare dallo stato, dunque da noi tutti, poi l’impianto (che è mio) lo usano gli sciatori con uno skipass che comprano da me, non dallo stato, e che dunque fa guadagnare me, non lo stato. E se a fine stagione ho generato debiti perché ha nevicato poco o fatto caldo oppure non sono stato così bravo a gestire la mia attività, chi mi paga almeno in parte quei miei debiti? Di nuovo lo stato, ma ovvio!

Alzino la mano gli imprenditori locali che, per acquistare un bene funzionale alla propria attività e dunque ai propri utili, o viceversa per coprire debiti generati, si sono visti elargire dalla politica così, d’emblée, denaro pubblico! [1] Tutt’al più essi possono fruire di crediti fiscali o garanzie sui mutui, non altro.

«Ma c’è l’indotto!» dicono gli enti pubblici. Embé? Perché, tutte le altre attività economiche non fanno indotto? «La lotta allo spopolamento!» rilanciano. Ma dove, che quasi ovunque vi siano comprensori sciistici i paesi perdono abitanti?! «Lo sviluppo dei territori!» Ah, quindi le altre attività in loco non fanno nulla e i loro lavoratori passano il tempo a guardare per aria?

A questo punto si prendano tutti quei soldi (centinaia di milioni di Euro, nel complesso) e, invece che darli a un singolo imprenditore per (spesso) un solo intervento, li si elargiscano in modi proporzionali e ben ponderati – non ad mentula canis come avviene con il turismo di massa – a tutti i soggetti economici e imprenditoriali del territorio che si vuole sviluppare e sostenere, che non si vuole far spopolare, nel quale si vuole generare un reale e diffuso indotto economico.

Questa è una politica logica e coerente per i territori montani e le aree interne, non ciò che avviene ora. E, ribadisco: è normale che avvenga?

[1] Lo so bene che a volte è accaduto, ma per grandi realtà industriali alla cui attività veniva riconosciuto un “interesse nazionale”, ma è una pratica che, lo sapete, è stata variamente criticata e sovente non ha portato a nulla di buono, tanto per quelle realtà industriali quanto per l’interesse nazionale. E comunque non mi pare proprio sia il caso, questo, dei comprensori sciistici/turistici, entità industriali e economiche medio-piccole nella gran parte dei casi.

Le montagne, come il mare

Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l’uomo si sente ispirato, sollevato.

[Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002. L’immagine è stata presa questa mattina alle 8.30 dalla “Panomax” posta sulla sommità dello Zucco Orscellera (1858 metri) sopra i Piani di Bobbio, in Valsassina. Le “isole” sono il Monte Resegone, a sinistra, e il Monte Due Mani a destra; la superficie del mare di nubi è a circa 1620 metri di quota. Provenienza e approdo della barca in navigazione invece mi sono ignoti.]