I poveri che fanno la rivoluzione

In questo paese tutti si richiamano alla tradizione e la loro vera tradizione è di non rispettarne nessuna. Niente di più triste, in verità, di un paese abbandonato dalla Storia e che non si decide ad abbandonarla. Quando cambia di posto i suoi quattro mobili, il Povero è convinto di fare la rivoluzione.


(Ennio Flaiano, Nel Paese dei Poveri in Diario Notturno, Adelphi Edizioni, 1994-2010; 1a ediz. 1956, pagg.19-20. Fate clic sull’immagine, poi.)

Non c’è Vascello che eguagli un Libro

Non c’è Vascello che eguagli un Libro
Per portarci in Terre lontane
Né Corsieri che eguaglino una Pagina
Di scalpitante Poesia –
È un Viaggio che anche il più povero può fare
Senza paura di Pedaggio –
Tanto frugale è il Carro
Che porta l’Anima dell’Uomo.

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 1997-2013. Fate clic sull’immagine, anche.)

La noia come eredità genitoriale

– E i bambini? – dice lui poi, e di nuovo strofina il gessetto blu sulla stecca. È cosi meschino amare i bambini perché non si ha alcuno scopo nella vita, e racconta di padri che seguono i figli e gioiosamente affermano di vivere solo per loro, e ride, quasi incollerito. Ma può dare un senso alla nostra vita semplicemente il nostro passarla ad altri? Forse ci sono uomini che realizzano la propria vita e hanno il diritto di dare il nome a dei bambini; ma per semplice passatempo ci sono le bocce e le carte e mille professioni interessanti, e non c’è nulla di più tremendo di questo crimine diffuso, l’abitudine di spostare semplicemente la propria noia su un successore –

(Max Frisch, Il Silenzio. Un racconto dalla montagna, Del Vecchio Editore, 2013, pagg.34-35.)

La bocciatura della maturità

Fino allo scorso anno all’esame lo studente portava la tesina o il percorso. Era una cosa poco seria anche quella, i collegamenti erano ridicoli, ma qualcuno – pochi – ne approfittava per approfondire un interesse reale, e capitava anche di sentire qualcosa di intelligente. Ora c’è un meccanismo cialtronesco che ha il solo effetto – o dovrei dire: il solo scopo? – di ridicolizzare lo studente. Come in un circo. Su, in piedi sul filo. Su, fammi la piroetta. Collega questo a quello. Vai da qui a lì. Spazia da Leopardi a Durkheim. E la ridicolizzazione è doppia, perché in questa meschina sceneggiata ministeriale ad essere ridicolizzati siamo anche noi docenti. E’ la nostra cultura, la nostra passione. Sono le discipline. Sono gli autori. Tutto, tutti ridotti a figurine da appiccicare con lo sputo per comporre il quadro della miseria istituzionale della scuola italiana.

È la parte finale dell’articolo Esami di Stato, ovvero come ti ridicolizzo lo studente di Antonio Vigilante, pubblicato su “Gli Stati Generali” lo scorso 9 luglio 2019, nel quale l’autore, scrittore, ricercatore e docente, dà una lettura alquanto critica della “nuova” maturità. Lettura alquanto interessante visto che con “maturità” si dovrebbe intendere non solo una maturazione scolastica, didattica e tecnica o umanistica (di qualsiasi indirizzo di studio si tratti) ma pure culturale o, meglio ancora, socioculturale. E se così non dovesse essere, ovvero se l’articolo di Vigilante narrasse l’effettivo stato di fatto della questione, è inutile dire che avremmo non poco da inquietarci, per il bene di quei ragazzi “maturi” e per il futuro del paese.
Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo nella sua interezza.

Quelli che leggono, e quelli no

C’erano quelli che leggevano e poi c’erano gli altri. Ci si accorgeva subito se uno era un lettore oppure no. Tra gli esseri umani non c’è differenza più grande.

(Pascal Mercier, pseudonimo di Peter Bieri, Treno di notte per Lisbona, traduzione di Elena Broseghini, Mondadori, 2006.)