[Apres-ski a Courchevel, sulle Alpi francesi. Immagine tratta da www.skibasics.com.]“Il Post”, che negli ultimi tempi si è fatto particolarmente attento alle variegate fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, incluso quello montano, lo scorso 5 febbraio ha pubblicato un interessante articolo sul “fenomeno” (appunto) dell’apres-ski, l’aperitivo sulla neve organizzato dai locali pubblici di molte stazioni sciistiche con contorno – solitamente – di musica ad alto volume, luci led, performer e cose affini. Qualcosa di abbastanza simile ad una discoteca a cielo aperto, in pratica, che a quanto scrive “Il Post” è diventata in molti casi un’attrazione a sé stante, pensata per «Una clientela per cui, molto più spesso che in passato, saper sciare è secondario: i locali che offrono questi après-ski sono quasi sempre raggiungibili con seggiovie e funivie, utilizzabili poi anche per tornare a valle, oppure direttamente a piedi.»
Addirittura “Il Post” si spinge a ritenere questi apres-ski un’attrazione alternativa alla vera e propria pratica dello sci, sempre più difficoltosa data la crisi climatica in divenire e i costi crescenti, che magari alcuni preferiscono spendere in un passatempo più divertente della salita e discesa delle piste. «L’aperitivo non si nega a nessuno e non possiamo pensare che la neve in alcuni posti sia finalizzata solo al gesto sportivo» afferma al riguardo il gestore di alcuni locali suddetti, rimarcando che i locali come il suo «sono la risposta» ai problemi che arriveranno quando sarà difficile trovare le condizioni per sciare in molte località che oggi basano la propria economia sul turismo, soprattutto invernale. Detto tra noi mi sembra una cosa un po’ campata per aria, almeno al momento, ma tant’è.
Comunque leggete l’articolo de “Il Post” per saperne di più al riguardo e avere la questione più chiara.
[Qui a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]Ora: al netto che queste cose obiettivamente si manifestano come «‘na cafonata» (cit.), non tanto per sé stesse quanto per il contesto nel quale vengono forzatamente inserite – lo stesso gestore suddetto giustifica gli apres-ski così: «Il momento dell’aperitivo è il più interessante perché è legato al tramonto, è un momento un po’ romantico, il più instagrammabile di tutti: stiamo lì con la musica, il sole che scende, e siamo presi bene» – affermazioni per le quali chiunque conosca la montagna vera non saprà se sia più opportuno ridere o indignarsi – dicevo, al netto di ciò che nel concreto sono questi apres-ski e considerando come sostenibile ciò che scrive “Il Post” e affermano gli stessi gestori dei locali in questione, cioè che possano sempre rappresentare nel prossimo futuro un’attrazione alternativa alla sempre più problematica pratica dello sci (un po’ come le discoteche/i disco bar della riviera romagnola, in pratica), mi chiedo: sono peggio questi apres-ski, con il loro contorno di inquinamento sonoro e luminoso, cafonate varie e assortite, disturbi serali alla quiete pubblica e selvatica e di controcultura (se non di barbarie) montana, oppure sono peggio i nuovi o rinnovati impianti di risalita e le piste agibili solo grazie alla neve artificiale che si pretende di far girare anche se le condizioni climatiche e ambientali renderanno ciò sempre più insostenibile?
Detto in altro modo: è più degradata (o “valorizzata”, se si osserva la questione dalla parte opposta) la montagna-discoteca degli apres-ski o la montagna-luna park di certi comprensori sciistici?
Detto in modo ancora differente e super ipotetico: se foste sulla classica torre obbligati a scegliere quale buttare giù delle due suddette “opzioni” (e giusto per non mostrarsi come quelli «che dicono sempre “no” a tutto», accusa sovente mossa a chi rimarca a vario modo critiche e obiezioni al turismo montano contemporaneo) quale buttereste da basso?
[Qui a Madonna di Campiglio. Immagine tratta da facebook.com/lab.apres.ski.]Lo so bene che molti di voi risponderebbero con decisione «né l’una né l’altra!» perché entrambe risultano in vari modi (materiali e immateriali) dannose per molti dei territori montani alle quali vengono imposte, sono d’accordissimo. Ma, volendo stare al gioco e rendere ancora più concreta la questione: voi andreste dai responsabili del turismo di Madonna di Campiglio – una delle località citate nell’articolo de “Il Post” dove ci sono locali che fanno gli apres-ski e si sono già manifestate proteste al riguardo – a dire loro «Ok signori, facciamo che d’ora in poi non sparerete più neve artificiale sulle vostre piste adattandovi alle condizioni ambientali naturali, e in cambio potrete permettere liberamente gli apres-ski nei locali lungo le piste raggiungibili con gli impianti»?
Visto che spesso di dice di dover trovare dei “compromessi” tra le varie dinamiche in decadenza o in crescita del turismo montano, può essere quella appena ipotizzata una modalità “diplomatica” da considerare? Che ne pensate?
[[Veduta panoramica di Lauterbrunnen e della sua vallata. Foto di Robin Ulrich da Unsplash.]
Siamo disperati. La gente che vive qui non ha più posto a Lauterbrunnen.
A Lauterbrunnen si sta sviluppando un turismo di massa che, già oggi, è irragionevole. Con la costruzione della nuova funivia, ogni attrazione di questo bellissimo paese viene portata a un livello sempre più insopportabile.
Quelle che avete letto sono opinioni di abitanti di Lauterbrunnen, località turistica tra le più belle e per ciò rinomate della Svizzera ormai da tempo sottoposta a dinamiche di iperturismo parecchio emblematiche rispetto alla regione alpina, non solo svizzera, e per questo analizzate con particolare attenzione dagli esperti del settore e dalla stampa elvetica. Ne avevo scritto anche io, qui e qui.
Ora però a Lauterbrunnen è stata inaugurata la Schilthornbahn, la funivia più ripida del mondo, parte del rinnovo della linea funiviaria che raggiunge la vetta dello Schilthorn, “la montagna di 007” e inevitabile, irresistibile attrazione per chissà quanti turisti da tutto il mondo – la vedete qui sotto. Sul web non mancano i commenti entusiasti sulla nuova funivia (per la sua formidabile tecnologia, soprattutto), ma sono molti di più quelli diffidenti.
[Immagini tratte da https://schilthornbahn20xx.ch/.]Che succederà dunque a Lauterbrunnen? La località diventerà ancora più famosa di prima grazie alla “funivia dei record”, oppure perché verrà definitivamente invasa dal turismo di massa e resa invivibile ai suoi abitanti?
Lo vedremo nelle prossime puntate di questa interessantesaga iperturistica alpina svizzera!
[Immagine tratta dal video della canzone Are You Lost In The World Like Me? di Moby & The Void Pacific Choir.]
Sarebbe impossibile eliminare per un tempo prolungato tutta la tecnologia, quindi anche abiti, scarpe, viveri conservabili, alcuni semplici utensili e attrezzi, il controllo del fuoco, in quanto la nostra specie, chiamata con presunzione Homo Sapiens, è nata in una condizione in cui queste tecnologie erano già disponibili, ereditate da altre specie di Homo; senza di esse le nostre sole doti naturali non basterebbero alla sopravvivenza. Non è mai esistito un Sapiens in grado di vivere senza utensili, per quanto semplici; ed è un fatto su cui riflettere, perché la crisi che provochiamo al pianeta, oltre che a noi stessi, parte da qui. La sapienza, se ci fosse, comprenderebbe la capacità di limitare lo sviluppo tecnologico entro limiti non autodistruttivi. E se davvero esistessero inventori geniali, nel produrre un’innovazione l’accompagnerebbero con gli antidoti atti a risolvere gli squilibri che essa provocherà. L’uomo non è nato con questa preveggenza.
Veramente c’è da riflettere sul fatto che non è mai esistito un Sapiens in grado di vivere senza utensili come suggerisce Franco Michieli, naturale o meno che sia. Ovvero su come la tecnologia, da elemento in grado di sancire l’effettiva superiorità dell’essere umano su ogni altra specie terrestre, sia per molti versi un fattore che ha generato un inopinato degrado della sua sapienza. Stiamo per sbarcare su Marte ma ci sentiamo persi se restiamo senza smartphone: forse una delle due cose non è così contestuale all’altra e rivela una certa profonda stortura nella nostra evoluzione. Anche per come entrambe le tecnologie, nella loro essenza, spesso e volentieri le utilizziamo per distruggere la Terra più che per renderla un posto migliore da vivere – non solo per noi.
No, decisamente senza sapienza non c’è nemmeno preveggenza.
Contrariamente a quanto si pensi e sembra per la loro altezza, estensione e imponenza, le Alpi sono un territorio fragile, continuamente assediato dalle pianure circostanti per carpirne le ricchezze. Le Alpi hanno da secoli subito la rapina di legname, minerali, acqua, energia, sono state solcate da strade, ferrovie, funivie, gallerie, gasdotti, elettrodotti, sono state invase da stazioni turistiche che riproducono il peggio delle città, e da un turismo fracassone e inquinante.
Ora hanno bisogno di un nuovo turismo, di una nuova agricoltura più umana e aiutata dall’intervento pubblico, di servizi e trasporti pubblici, scuole, uffici postali, biblioteche, centri di ricerca sulla loro cultura, sovvenzioni per costruire nel rispetto della tradizione e anche per abbattere quanto è stato costruito male.
Soprattutto le Alpi hanno bisogno di rispetto.
Ciò che sulle Alpi scrive qui Paleari – che la catena alpina la conosce e l’ha vissuta (e vive) con intensità e sensibilità rare anche tra i più assidui frequentatori – è d’altro canto quello che pure il visitatore meno abituale ormai coglie della realtà delle nostre montagne, alpine ma pure appenniniche: basta che egli mantenga attivo il più semplice, ordinario, umano buon senso. Dal quale guarda caso scaturisce anche una delle forme più alte di rispetto, per chiunque e qualsiasi cosa.
Ci stavo pensando giusto di recente: io studio i paesaggi montani, il frutto dell’interazione tra elementi naturali e presenze antropiche mediato dai bagagli culturali specifici, e in tale categoria fondamentali i paesaggi possono essere definiti diversamente, in base alle peculiarità più identificative che li caratterizzano. Ma c’è una categoria altrettanto fondamentale, solo apparentemente immateriale, con la quale mi viene di definirli nel caso in cui l’interazione suddetta risulti considerabilmente equilibrata: paesaggi di buon senso. La quale categoria definisce in automatico anche l’opposta, i paesaggi senza senso, quelli dove l’uomo rompe ogni equilibrio generando danni d’ogni sorta materiali e immateriali, sovente irreparabili, dimostrando così non solo scarsa o nulla sensatezza ma pure assenza sostanziale di relazione con i territori montani, nei quali a volte abita pure.
Una condizione che è inevitabile generi qualche disastro, prima o poi, il quale ricadrà presto contro chi l’ha cagionato. È ciò che succede quando non si usa il buon senso, d’altronde.
La convinzione di essere al vertice della piramide evoluzionistica, di essere invulnerabili e padroni della Terra per diritto divino, ci ha portati ad alterare l’ecosistema spingendoci sul ciglio del baratro. Di certo la nostra tracotanza sarà capace di rendere la Terra inospitale – lo ha già fatto con molte specie animali e vegetali – a tal punto da esserlo in modo definitivo per noi. Toccherà estinguerci, come in una sorta di lento suicidio collettivo. Ma la Terra troverà nuovi percorsi evoluzionistici, che senz’altro non ci contemplano.
Dice bene Biondillo: se l’autoproclamato “Sapiens” dimostra di non esserlo affatto al punto da arrivare a distruggere il proprio mondo e la sua razza – l’estinzione umana che rappresenterà l’atto finale dell’Antropocene -, in realtà la Terra sopravvivrà alle nostre follie e ai danni perpetrati, cambierà, si adatterà ma certamente ritroverà un proprio equilibrio.
In fondo noi che crediamo di essere i dominatori assoluti e invincibili del mondo non contiamo granché, e ciò proprio perché dimostriamo di non essere affatto in armonia con il pianeta sul quale viviamo. Di questo passo, se non prenderemo coscienza di ciò che comporta la nostra presenza nel mondo e su come poterlo vivere veramente in armonia, spariremo dalla Terra la quale farà spallucce e andrà avanti, pure sollevata per essersi tolta dai piedi un bel problema.