Will Self, “Dr Mukti e altre sventure”

In verità io, di Will Self, ora non volevo leggere un’opera letteraria ovvero di finzione, anche se poi l’autore britannico mi era noto unicamente in questa veste. Poi, leggendo London Orbital di Iain Sinclair ho scoperto la sua notevole produzione psicogeografica, prodotta attraverso collaborazioni come columnist con alcuni dei principali giornali britannici e confluita poi in libri purtroppo non (ancora) editi in italiano. Per tale motivo, avendo nel reparto “libri da leggere” della mia biblioteca domestica Dr Mukti e altre sventure (Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, traduzione di Vincenzo Latronico; orig. Dr Mukti and Other tales of Woe, 2004), e avendo matura la curiosità di leggere qualcosa di Self, mi sono dedicato a tale opera ovvero raccolta di racconti – cinque, tutti piuttosto lunghi e in particolare il primo che dà parzialmente il titolo al libro.

Will Self scrive benissimo, l’accostamento da molti proposto alla produzione e allo stile di Salman Rushdie non è affatto campato per aria, anche se il surrealismo di Self è meno mitologico e più legato alla realtà contemporanea rispetto a quello di Rushdie. La componente psico- è ben presente, la si ritrova alla base di buona parte dei testi ed è forse l’ambito dal quale l’autore sa estrarre la più evidente componente ironica dei testi – anche se dovete prendere l’attributo “ironica” in modo parecchio lascio: non aspettatevi di ridere a crepapelle nel corso della lettura. Per tali motivi i testi si leggono con un certo piacere e tuttavia, per tutti quanti (eccetto l’ultimo, forse), la cosa che viene da pensare una volta conclusa la lettura è: «Ok, e quindi?» []

[Immagine tratta da lf-celine.blogspot.com, fonte qui.]

(Leggete la recensione completa di Dr Mukti e altre sventure cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La mortalità alle costole

«Non credo che valga la pena per lei fare testamento» mi disse l’avvocatessa. «Dovrà pagarmi per stilarlo, e pagare per depositarlo. Sinceramente… la sua roba non vale praticamente niente.» Il sudore le incollava la camicetta al reggiseno bianco.
«Non mi piace l’idea che lo Stato si appropri delle mie cose. Di nessuna di esse.»
Sul tavolo, un ventilatore frusciava avanti e indietro, spaginando i destini di uomini e donne.
«Capisco.»
Il distributore d’acqua fece un suono di bolle, forse stava andando in ebollizione?
«Sarei dannato per l’eternità al pensiero che anche un solo mio vecchio libro o calzino spaiato contribuisca con la propria essenza materiale al potere dello Stato.»
«Capisco» l’avvocatessa mi guardava via via più sospettosa. «E mi dica, c’è qualche ragione in particolare che la spinge a fare testamento proprio ora?»
«No, assolutamente no. La mortalità, però, ce l’abbiamo tutti alle costole, non crede?»

(Will Self, Dr Mukti e altre sventure, Mondadori, Piccola Biblioteca Oscar, 2009, pagg.244-245.)

I nazisti, la Thatcher e i treni

[Foto di Rob Bogaerts Image Manipulation – Phonebox; fonte: commons.wikimedia.org.]

A quanto sembra, la differenza principale tra la visione thatcheriana degli anni ottanta e il nazionalsocialismo tedesco dei trenta è che sotto i governi Thatcher i treni non arrivavano in orario.

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.334.]

Per la serie: avere le idee molto chiare sulla storia recente del proprio paese. Peraltro, si sappia, in London Orbital (cliccate sul link qui sopra per conoscere il libro) Sinclair non le manda a dire nemmeno all’altra parte politica britannica, in particolare per il suo più noto esponente a cavallo del secolo – Tony Blair, ovviamente, considerato l’altra faccia della stessa medaglia del potere british.

Riguardo l’immagine lì sopra, invece, cliccateci sopra!

Fame di luoghi

[Una delle suggestive “corografie” artistiche e psicogeografiche di Londra disegnate da Stephen Walter. Immagine tratta da qui.]

Corografia, non topografia. Paul Devereux, nel libro Re-Visioning the Earth, opera questa distinzione. Gli antichi greci, racconta, «avevano due definizioni di luogo, chora e topos». Devereux cita Eugene Victor Walter e definisce il turismo spirituale «una modalità complessa ma coerente di osservazione attiva». Esattamente la metodologia di Renchi, perfezionata dopo anni di tentativi riusciti e no, di false partenze. Il corografo ha fame di luoghi: «luogo come potenza espressiva, luogo come esperienza, luogo che innesca il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica».

[Iain SinclairLondon Orbital. A piedi intorno alla metropoliIl Saggiatore, 2016, pag.140.]

È molto bello e significativo, questo passaggio del libro di Sinclair: dall’interpretazione della differenza tecnica tra corografia e topografia, che in essa si palesa soprattutto come diversità concettuale, lo scrittore inglese deriva una definizione assai suggestiva di/per chi si possa definire un autentico viaggiatore (il “turista spirituale” di Sinclair, che così lo differenzia dal “turista-di-pancia” contemporaneo): uno che ha fame di luoghi ovvero non solo di morfologie, orizzonti e panorami ma di spazi abitati in cui percepire e comprendere l’interazione ambientale tra ogni elemento che li rende vivi (in primis la presenza umana ma non solo quella) ovvero li identifica come veri “luoghi” e non mere località, dai quali poi ricavare quelle sensibilità che unite al personale bagaglio culturale – «il ricordo, l’immaginazione e la presenza mitica», nelle parole di Sinclair – formano la definizione di “paesaggio, per come è anche oggi acquisita dalla geografia umana e da quanto ad essa correlata.

N.B.: per la cronaca, Paul Devereux è lui, Eugene Victor Walter (1925-2003) è stato un sociologo e scrittore americano i cui testi non mi pare siano mai stati pubblicati in Italia (o in italiano), “Renchi” è Renchi Bicknell, artista britannico amico di Sinclair e suo compagno di esplorazioni psicogeografiche urbane, come quelle descritte in London Orbital. Sulla differenza tra chora e topos provate a leggere qui.

La stupidità alla fine genera la follia

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

[Immagine tratta da greatmystery.org, fonte qui.]
(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)