Prossimo appuntamento con RADIO THULE: lunedì 24/10!

radio-thule-17-24Il prossimo appuntamento con RADIO THULE – uno dei più bei programmi della storia della radio, ma credo non serva rimarcarlo, eh! – non sarà il prossimo lunedì 17, come da cadenza ordinaria, ma lunedì 24 ottobre, sempre alle ore 21.00, su RCI Radio. Da lì riprenderà di nuovo la normale cadenza bisettimanale, quindi con i prossimi appuntamenti fissati per il 7 e il 21 novembre, poi per il 5 e il 19 dicembre e così via.
Come sempre, dunque: save the date! Ci si sente lunedì 24/10!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Pronti… partenza… THULE! Lunedì sera, ore 21, live su RCI Radio, riparte RADIO THULE!

radio-radio-thuleLunedì sera, tre ottobre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, ricomincia RADIO THULE! E’ la prima puntata della nuova stagione 2016/2017, la XIII per il magazine radiofonico da me curato e condotto, e in quanto tale come tutti gli anni è un po’ come il primo giorno di scuola: ci si ritrova – io e voi, ci si conosce se non ci si conosceva già prima, ci si racconta quello che si ha intenzione di fare, le idee, i progetti, le aspirazioni, ovviamente il tutto in un clima da “primo giorno di scuola” appunto, allegro, rilassato, e con il sottofondo (ma poi non troppo fondo e non troppo sotto!) di ottima musica: la tradizionale selezione musicale di alta qualità, appunto, una delle peculiarità fondamentali di RADIO THULE – ecco perché non è e non sarà mai un semplice “sottofondo”! Ma non mancherò già di darvi qualche interessante notizia, qualche spunto di riflessione o buon consiglio – in effetti RADIO THULE nasce per questo: per dare motivo di pensare, di cose leggere e divertenti tanto quanto di temi articolati e profondi – e, naturalmente (spero!), vi darò pure molti ottimi motivi per diventare fedeli ascoltatori della trasmissione, se non lo siete già!
Dunque mi raccomando: appuntamento a lunedì sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, QUI! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
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Briatore cosa sostiene, in realtà? Che i ricchi sono degli emeriti decerebrati!

article-2384651-1b264127000005dc-428_634x421Come cerco di fare usualmente, vado alla ricerca di una chiave di lettura diversa, ma sempre di matrice culturale, alla polemica innescata da Flavio Briatore – persona che, sia chiaro, da parte mia non trovo giammai degna d’alcun apprezzamento – circa la Puglia e, in generale, il valore concreto di cultura e turismo nell’economia di un luogo, sia esso una regione o un intero paese.
Già, perché al di là dei temi sui quali si è concentrata la polemica, sostanzialmente Briatore ha detto una cosa ben chiara: rimarcando che i ricchi voglio lusso e divertimento sfrenato, ha precisato che  «Io so bene come ragiona chi ha molti soldi: non vuole prati né musei». Cosa ne deduco io, dunque? Molto semplicemente, che nell’epoca contemporanea fa più soldi chi è più ignorante. Dacché se è inutile rimarcare che Natura, musei, arte e cultura in generale sono causa/effetto di teste attive e pensanti ovvero di intelligenza, ne consegue che nel mondo di oggi la ricchezza è nelle mani di emeriti idioti. I quali quindi hanno e fanno i soldi non perché dotati di cervello, acume, perspicacia, ingegno e di doti relative e conseguenti, ma per chissà quali maneggi finanziari di (facile intuirlo) assai poco limpida natura. O per mere botte di culo, certo. Comunque, tramite modi che negano qualsiasi buon uso della testa – sappiatelo, voi che vi sbattete tanto per studiare e farvi una cultura/specializzazione e così costruirvi una buona carriera che vi garantisca pure un comodo tenore di vita… È tutta fatica sprecata. Datevi direttamente al malaffare: tanto la società, tenuta in pugno da personaggi del genere, è comunque destinata al più nero degrado!
Sto speculando troppo? In parte sì, perché so bene che in giro per il mondo esistano miliardari che al lusso nel quale vivono affiancano ben volentieri varie forme di filantropia culturale; e so bene che l’idea di “ricco” a cui fa riferimento Briatore è vecchia e inevitabilmente destinata a implodere in sé stessa perché totalmente priva di spessore civico, oltre che umano. Di contro, non sto troppo esagerando perché, purtroppo, è verissimo che certi personaggi di palese cretinaggine muovono un sacco di soldi e, per questo, sono riveriti e venerati dalla classe politica: poi fa nulla se rovinano mercati, equilibri finanziari, la vita di intere fasce di popolazione o quant’altro in forza della loro stupidità accecata dalla foga per il denaro e l’irrefrenabile volontà di ricchezza… Oppure fa nulla che a ciò, tali personaggi spesso uniscano anche un’inopinata, o forse inevitabile, tendenza alla illegalità: è bene ricordare che il “signor” Briatore, “per affari connessi a bische clandestine e gioco d’azzardo viene condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione dal Tribunale di Bergamo e a tre anni dal Tribunale di Milano, evitando il carcere con la fuga a Saint Thomas, nelle Isole Vergini americane, per poi tornare in Italia dopo un’amnistia” (da Wikipedia – ed è solo un caso tra i tanti). Fa nulla, già, visto che nel frattempo tizi del genere si permettono di dire e fare ciò che vogliono, raccogliendo applausi e lodi: e ciò non significa che non possano dire cose anche condivisibili, per certi aspetti – come ad esempio spiega Luigi Caiafa su Cultora – piuttosto significa, e qui sta soprattutto il risvolto culturale della questione, che la nostra civiltà ha un serio problema non solo circa la sperequazione delle ricchezze tra la popolazione ma pure con la gestione di tali ricchezze. A volte tanto ingenti da poter rovinare interi paesi. È una questione culturale, ribadisco, e per diversi aspetti, dacché tocca pure la salvaguardia economica del patrimonio legato alla cultura, così rozzamente tirato in ballo da Briatore: gli tagliamo i fondi, pure più di quanto già non sia stato fatto fino a ora, per costruire enormi e lussuosissimi resort e altre infrastrutture meramente funzionali a tale turismo dei ricchi direttamente sulle spiagge o, come già accaduto, sopra zone archeologiche e altri luoghi di incalcolabile valore culturale? Oppure, magari, facciamo in modo che, come avviene in altri paesi grazie a favorevoli condizioni politiche e fiscali, si solleciti l’ego smisurato dei super-ricchi facendoli diventare i primi difensori e sostenitori del patrimonio culturale pugliese e nazionale? Di sicuro, bisogna contrastare con tutte le forze ciò a cui Briatore inneggia con tanta boria: il più tracotante disprezzo per la cultura e per l’identità di un popolo e di una comunità sociale – regionale, in tal caso, ma non solo. Perché alla fine, da tale punto di vista, di questo si tratta: un ennesimo attacco al nostro patrimonio culturale, come non mancassero quelli già lanciati, direttamente o meno, dalla classe politica nostrana!
Magari, poi, sto sbagliando tutto. Già, forse ha ragione Briatore: meglio tanti mentecatti pieni di quattrini che si danno al divertimento sfrenato dentro resort simili a fortezze ultraprotette da eserciti di body guards mentre fuori musei ricolmi di meraviglie ignorate dai più chiudono per mancanza di fondi. Qualcuno, in tal modo, guadagnerebbe molti soldi, ma credo che parimenti perderebbe tutta la sua identità culturale, oltre che la dignità. D’altro canto si sa: l’idiota mica lo sa di esserlo, anzi: si crede sempre il più furbo di tutti.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Massimo Malpezzi: quando la Pop Art diventa nuovamente “brillante”

Pop. Quante cose sono state definite così, negli ultimi decenni… musica, arte, moda, tutto quello che è riferibile alla cosiddetta cultura di massa, come appunto recita la definizione del termine. Nell’arte, in particolare, il Pop ha rappresentato una sorta di risposta speculare, ovvero uguale/opposta, al concettualismo inaugurato da Marcel Duchamp – al quale peraltro la Pop Art piaceva parecchio. Ove col primo si postulava (riassumendo brutalmente) che “ogni cosa può essere arte” se dotata d’un messaggio di tale natura e dunque si decontestualizzava “filosoficamente” l’opera d’arte dal suo “regno” abituale e riservato a pochi, la Pop Art ha ugualmente decontestualizzato l’arte anche dal punto di vista sociale, abbassandola (di posizione, non di qualità) al livello della gente comune e della sua realtà quotidiana – quella gente comune che fino a qualche lustro prima poco o nulla sapeva del mondo dell’arte e meno ancora lo poteva frequentare.

massimo-malpezzi-brilliantrop-3Posto ciò, si potrebbe pensare che l’arte avesse e abbia raggiunto un limite estremo, non più valicabile – oltre la “massa”, anche in termini sociologici e antropologici, non c’è nulla – e dunque, in questa direzione, non possa che rimbalzare indietro oppure fermarsi lì, languendo inesorabilmente. C’è invece un modo per andare oltre questo apparente vicolo angusto, se non cieco? Considerando che tutti i vicoli angusti tendono a essere grigi e scuri, per Massimo Malpezzi il modo – semplice eppure geniale – si identifica con una parola: colore! Ovvero vivacità cromatica, luminosità, splendore brillantezza… o per dirla all’anglosassone: Brilliant Pop! Non solo il titolo della sua personale ma pure, a questo punto, una buonissima definizione per uno stile personale che passa attraverso tutta l’espressività storica della Pop Art, ne coglie l’essenza e la sostanza ed esce dalla parte opposta, caricato d’una nuova e luminosa vitalità, come detto.

14211960_1508202022538688_4811895067869752594_nAlla domanda: “ma che cosa dipingi?” mi trovo sempre in difficoltà, difficile spiegare i miei dipinti all’interno di una categoria stilistica, un po’ di grafica, astrattismo, materie sovrapposte e molto colore, sicuramente uno stile unico influenzato dalla pop art ma con una personalissima visione. Così lo stesso Malpezzi dice della propria arte, nel sito personale. Non solo luce, dunque, per ravvivare un’espressività artistica che indubbiamente affonda solide radici nella Pop Art ma che dimostra di conoscere bene un po’ tutta la produzione avanguardista novecentesca, ma anche un necessario e rinvigorente ritorno alla personalizzazione dell’arte: qualcosa che all’apparenza sembra collidere con la massa a cui – e dalla quale – la cultura di fondo di quest’arte si riferisce e scaturisce. L’insieme che ritorna singolo, la molteplicità che ridiventa unicità, la massa informe che prende una sola e certa forma, ma tutto quanto senza mai perdere di vista il senso peculiare dell’arte – che è Pop e rivendica il diritto/dovere di esserlo – nonché il verso della direzione intrapresa, giammai rivolta al passato o statica in un presente che sfiorisce rapidamente ma senza dubbio rivolta ad un futuro prossimo creativo e brillante, appunto.

14202653_1505329666159257_5694273338770458059_nOk, giunti fino a qui noterete che non ho detto nulla, nel concreto, delle opere di Massimo Malpezzi che compongono la serie di Brilliant Pop… Farò di meglio: riporterò anche l’ultima parte della citazione sopra riportata e tratta dal sito dell’artista circa i suoi quadri: “La cosa migliore? Guardarli dal vivo.
Ecco, non potevo aggiungere nulla di più efficace! – se non caldeggiare il suo stesso invito, vista l’ottima possibilità al riguardo, da domani a Milano:
Cliccate sulla locandina lì sopra per visualizzarla in un formato più grande, oppure cliccate sulle immagini nell’articolo per visitare il sito web dell’artista. Vi sorprenderà, ne sono certo.

Sulla responsabilità del narrare (special guest: Emanuela E. Abbadessa)

snoopy-scrittoreSovente pubblico qui sul blog dissertazioni – di genere vario ma obiettivo comune – sull’esercizio della scrittura letteraria, lo sa bene chi il blog lo segue con regolarità. Sono profondamente convinto che buona parte dell’attività di scrittura sia fatta dal continuo studio e dalla riflessione del senso, della forma, della sostanza e dell’essenza di essa, e ciò perché scrivere qualcosa che poi venga pubblicato rappresenta una grandissima responsabilità, non solo verso i lettori ma pure verso sé stessi autori. Questo implica che non  ci si possa mai sentire “arrivati”, nello scrivere, mai: è come percorrere una strada che può offrire panorami meravigliosi, a volte tranquilla e ampia, altre volte faticosa, piena di ostacoli e della quale non si conosce la fine, ma la cui percorrenza verso quel suo orizzonte indeterminato è fondamentale per non ritrovarsi fermi in mezzo ad essa, statici, privi di moto – qualcosa, dunque, di totalmente avulso dal senso stesso di una strada, che è appunto il viaggio su di essa. E se è vero che, sovente, la meta è proprio il viaggio, direi che ciò può valere anche nella grande avventura della scrittura letteraria, ancor più se nel corso di esso si possono incontrare altri viaggiatori con cui condividere quella strada, quei panorami, le visioni, le sensazioni, le idee.

Emanuela Ersilia Abbadessa, raffinata e arguta scrittrice (ma non solo – l’ultimo suo libro è questo) è certamente una di essi. A sua volta spesso medita sul senso dell’esercizio della scrittura, riportando poi le riflessioni elaborate in illuminanti articoli, uno dei quali voglio proporvi di seguito. Il tema principale di esso è la responsabilità dell’autore nei confronti della narrazione del “bene” e del “male” e sulla necessaria elaborazione di una consapevolezza circa l’effetto che la forma e la sostanza di questa narrazione può avere sul lettore. Tema assai importante e pesante (di argomenti e di relative possibili elucubrazioni, intendo dire), in senso letterario, ma con il quale prima o poi un autore si potrà ritrovare ad avere a che fare – se scrive autentica letteratura e non storielle da libroidi per ipermercati, certo.
Ringrazio di cuore EE per avermi concesso dal suo convento il consenso alla pubblicazione dell’articolo (che trovate in versione originale qui).
Buona lettura!

virgoletteCara amica,
qualche tempo fa, mi chiedevi se io scriva tutto ciò che mi passa per la testa e mi trovavo insieme a te a interrogarmi sulle responsabilità di chi usa la parola come mezzo di comunicazione. Naturalmente il gradiente di impegno cambia a seconda dell’uditorio che viene raggiunto e, come sai, credo che scrivere sui social o più in generale sul web, ci carichi di grossi oneri proprio per la vastità del pubblico che ipoteticamente può leggerci. Per questo detesto esprimermi su Facebook, ad esempio, su fatti di forte impatto emozionale o che, come recentemente avvenuto, coinvolgono le esistenze di molti.
emanuela-e-abbadessaLa scrittura di un romanzo offre possibilità di riflessione ancora diverse rispetto a questo argomento. Ho provato a riassumerle in un articolo apparso su “La Civetta” (anno XXI, luglio-settembre-agosto 2016) che ti riporto qui.
Devotamente
EE.

Ogni libro è un viaggio. Lo è sia per l’autore che intraprende un cammino scrivendo un incipit, sia per quanti leggeranno. I viaggi ci cambiano e leggere, dunque, è un modo per mettere in mano ad altri la possibilità di cambiarci la vita.
Ogni libro cambia la vita di chi scrive e di chi legge. E facendo scorrere gli occhi tra le righe, anche nell’illusione di tenere tra le mani un qualsiasi mezzo di intrattenimento, una parte di noi è consapevole che le singole parole, il modo di concatenarsi tra loro e i sensi del racconto, alla fine, ci renderanno persone diverse.
Non tutti i libri però danno al lettore la medesima percezione del mutamento. La cosiddetta narrazione di genere, nella rassicurante uniformità di plot che si ripetono sempre simili e nell’osservanza di regole abbastanza precise, appaiono, d’acchito, incapaci di cambiarci davvero. Con i loro buoni e i loro cattivi, sempre caratterizzati da certezze dentro le quali è quasi impossibile fare insediare margini di dubbio, i gialli, ad esempio (così come i romanzi rosa, i noir e tutto ciò che può essere ascritto a una categoria più o meno precisa), rappresentano una realtà talmente fittizia da divenire, per iperbole, rassicurante.
Ma cosa avviene invece quando, fuori dalla narrazione di genere, per dirla manzonianamente, non è possibile dividere il bene e il male con un taglio così netto che una parte dell’uno non resti nell’altro? Accade, che il lettore si trova di fronte a qualcosa in grado di scompaginare le sue convinzioni ma, nello stesso tempo, ha davanti personaggi che somigliano a lui nelle insicurezze, nelle debolezze, nel desiderio di vendetta così come nelle ambizioni, insomma, nel bene e nel male e, a volte, al di là del bene e del male. Cioè, accade che il libro narra effettivamente la vita e non la sua cristallizzazione stereotipata dentro canovacci di genere più o meno aderenti ad essa e che del vero hanno solo la pretesa ma, nei fatti, proprio in forza della divisione netta tra bene e male, consegnano al pubblico un altrove in cui l’ordine interiore rassicura perché diverso dalla vita reale.
Affrontare i grandi temi intorno ai quali l’uomo indaga da sempre – la vita, la morte, l’amore – è compito e responsabilità dello scrittore.
Nel tempo però sono mutati i gradienti di responsabilità e questi temi, non potendo più essere affrontati con i medesimi strumenti, hanno sovraccaricato il narratore di responsabilità, sia al momento dell’indagine, sia in quello della consegna al pubblico.
Se si potesse dare una data ideale al giro di boa che ha costretto chi scrive a portare sulle spalle il peso del dubbio e rappresentare personaggi più reali e al contempo più inquietanti, dovremmo provare a considerare il tempo circolare, liberarci delle gabbie cronologiche e postulare una possibile mescolanza di diacronia e sincronia.
Per il suo potere evocativo e per la larga diffusione della vicenda, poniamo come spartiacque il dubbio amletico. Esso non riguarda solo la possibilità dell’esistenza di una “giusta vendetta”, ma addirittura la totale riscrittura dei rapporti tra vita e morte e tra uomini: così, la bomba deflagra nella narrativa e pone scrittore e lettore di fronte al dubbio grazie all’introspezione o, per dirla più precisamente, alla psicanalisi.
In forza dell’idea di circolarità del tempo delle idee, un archetipo (in questo caso quello del Principe di Danimarca) non deve necessariamente venire cronologicamente dopo un’acquisizione scientifica e, dunque, poco importa l’epoca in cui Shakespeare vi pose mano se Amleto è in effetti roso da inquietudini a cui Freud avrebbe dato, vari secoli dopo, nomi assai precisi.
Ecco il punto: nel momento in cui uno scrittore “giustifica” il male narrando il pregresso di un personaggio gli concede in qualche modo delle circostanze attenuanti e le azioni stesse di un cattivo smettono di essere inchiodate a un pirandelliano teatro di cartapesta, cessano di essere abiti comodi indossati per una commedia dell’arte e diventano il risultato di un portato di traumi. Se sapessimo da Hugo che l’ispettore Javert – ostinato nel suo male e nel cieco desiderio di perseguire Jean Valjean in modo acritico, in forza di un’idea di giustizia che non ammette né espiazione né rieducazione – da bambino era stato vittima di bullismo o di abusi, molto probabilmente saremmo anche pronti a giustificare buona parte delle sue azioni. Stesso discorso può essere valido per qualsiasi personaggio a cui si associa un’idea concreta di male ma, per una curiosa specularità, di rado il pregresso di un personaggio è utilizzato per dare conto delle azioni virtuose di cui si può fregiare.
A questo punto, sia pure con qualche approssimazione, risulta che la narrativa moderna ha dovuto rinunciare alla netta divisione tra buoni e cattivi usando le armi dell’introspezione e della coscienza perché questa è responsabilità precisa dello scrittore: tenere fede al patto col lettore e fornire una narrazione verosimile. Di contro, spogliato di questa stessa responsabilità, l’autore di genere può permettersi di attenersi al realismo descrittivo di fatti e luoghi relegando di contro la vita, la morte e l’amore in uno spazio protetto in cui proprio l’estremo realismo, come in un gioco degli specchi, allontana dal vero per la carenza dello sguardo “dubbioso” sui personaggi.
Forse questo è solo un modo come un altro per esorcizzare la paura della morte e quella dell’amore capace di far compiere azioni estreme. Ma le inquietudini della vita narrate dalla letteratura, sono ben altra cosa.