Dire cose ai microfoni

Sapete quando vi capita sotto mano una cosa che avete scritto qualche anno fa, la rileggete e vi pare che l’abbiate scritta oggi, ovvero sembra adattissima a qualcosa che oggi sta accadendo e si sta palesando? Ecco. Ma sappiate che, salvo rari casi, non siete tanto bravi voi – io no, almeno – quanto è nella realtà che c’è qualcosa che s’è inceppato o che va storto.
Ad esempio, l’articolo qui sotto lo scrissi più di quattro anni fa e, riguardo il tanto (troppo) blaterare che molti praticano da quando è iniziata l’emergenza coronavirus (clic), mi pare del tutto consono. Già.

microphonesNo, be’, vorrei veramente capire.
Un po’ come la questione su che sia nata prima la gallina o l’uovo, sapete…
Ecco, vorrei capire se certi intellettuali (o pseudo-tali), titolati e/o sedicenti esperti, apprezzati opinionisti, personaggi consumati, uomini di mondo – per non parlare dei politici, certo – proferiscono sovente palesi e sconcertanti scempiaggini perché si ritrovano davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano che la richiedono e non sapendo che dire dicono la prima cosa che passa loro per la mente senza prima farla passare da un qualche sistema di controllo cerebrale (anche per non deludere il relativo interlocutore mediatico, che se non gli si dice qualcosa di “forte” potrebbe rimanere scontento, e con lui i suoi editori), oppure se siffatti tizi proferiscono certe scempiaggini perché proprio le pensano, elaborano, meditano e ne sono così convinti e fieri da non perdere occasione di renderle pubbliche ogni qualvolta si ritrovino davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano i quali ne divengono gli amplificatori, certi che i telespettatori, ascoltatori, lettori non ne saranno delusi.
Senza contare la visibilità mediatica che da entrambe le circostanze deriva, solitamente assai ambita dall’ego (quasi mai ipotrofico) delle suddette figure col microfono davanti.

Ecco, visto la notevole frequenza con cui tali casi si manifestano, siano l’uno o l’altra cosa, mi piacerebbe proprio capirlo.

Egovirus

[Henri Poincaré, foto tratta da “Popular Science Monthly”, vol.82. Pubblico dominio, fonte: qui.]
Il professor Mario Capizzi, docente accademico e fisico di chiara fama, ha pubblicato sulla propria pagina facebook – lo scorso 2 giugno – alcune riflessioni che trovo ottime nel descrivere certe situazioni venutesi a creare – anzi, che sono state generate a seguito dell’emergenza per il coronavirus, e che a mia volta, pur da un punto di vista differente e assai meno prestigioso, ho riscontrato. Punto di vista, il mio, che potrei riassumere in modi assai spicci così, prendendo a prestito un noto proverbio: chi non sa tacere, non sa parlare. Ovvero, non sa dire cose importanti, ma dice tanto per dire e mettersi in mostra, quando invece il silenzio, almeno finché non c’è qualcosa di importante da dire, sarebbe molto meglio. E lo dico da scientista, per la cronaca.
Poi, certo, si tratta di un circolo per nulla virtuoso che i media s’impegnano assai a far girare in modo così pericolosamente vorticoso (clic), ma da certe figure di cultura evidente ci si dovrebbe aspettare una maggior attenzione e sagacia, quanto meno. Ecco.

In ogni caso, la parola al professor Capizzi:

In questi tempi in cui epidemiologi e virologi di più o meno chiara fama si affannano a sostenere le tesi più disparate su qualsiasi mezzo di comunicazione che permetta di soddisfare il loro ego e desiderio di visibilità e fama, non posso non ricordare una citazione di Henri Poincarè: “Dubitare di tutto, o credere a tutto, sono due soluzioni altrettanto comode, che ci dispensano entrambe dal riflettere.” Ricordo la fine degli anni 80 del secolo scorso quando la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura critica aveva spinto chimici e fisici ad abbandonare quanto stavano facendo, più o meno bene, per rincorrere il treno in corsa cercando di salirci prima che avesse preso troppa velocità. Ne conseguirono una marea di articoli, una grandissima parte degni di oblio, e una corsa a enunciare la propria Verità su giornali e radio pubbliche e private prima che su riviste e congressi scientifici. Infatti, allora come ora, era molto più facile fare osservazioni e dichiarazioni senza contraddittorio, piuttosto che su riviste scientifiche soggette a “peer review” o a congressi scientifici di fronte a sostenitori di tesi diverse. Ricordo poi un’altra citazione di Henri Poincarè “La scienza è fatta di dati, come una casa di pietre. Ma un ammasso di dati non è scienza più di quanto un mucchio di pietre sia una casa” solo per far notare che attualmente i dati stessi sul Covid sono incerti, presi con metodiche non omogenee, quando non ignote, in disaccordo spesso fra loro. Pertanto fare dichiarazioni pubbliche in questo campo è spesso solo un modo per cercare una facile ma effimera pubblicità, nel migliore dei casi, non certo per contribuire a una divulgazione scientifica basata su una ricerca che si dovrebbe supporre essere almeno seria.

L’hanno detto in TV

Che poi, se posso dire – mi permetto, con il dovuto rispetto del caso -, tutte queste persone che continuo a trovare in giro e dalle quali sento dire «Ah, perché hanno detto ieri sera alla televisione che…» e mi dicono quanto ieri sera la televisione ha detto loro, evidentemente cose dette col dito indice puntato contro e con minacce subliminali varie, visto come ti dicono le cose che la televisione “ha detto loro”, appunto – anzi, al plurale probabilmente maiestatis in terza persona, «hanno detto», penso per dare più “importanza” a quanto detto loro (in questo periodo ma anche prima, sia chiaro), e poi si sa che vox TV, vox dei, no? – be’, io… io… non li capisco e li disistimo sempre più.

Ecco.

Mi sono parecchio trattenuto, già. Si vede?

La banalità di un paese

[Photo credit: socialneuron da Pixabay]
L’Italia è un paese così terribilmente arretrato e provinciale da assumere il concetto di “banalità del male” – ben definito da Hannah Arendt nel suo celebre saggio omonimo sul processo al gerarca nazista Adolf Eichmann – come basilare per il proprio modus vivendi sociale e antropologico contemporaneo. Ciò è chiaramente dimostrato dal caso dell’incidente in Corso Francia a Roma, ennesimo di un elenco lunghissimo, reso funzionale allo scatenare l’ignobile morbosità di un’opinione pubblica a dir poco meschina, d’altro canto per questo assai gradita a chiunque debba e voglia comandarla politicamente in maniera oppressiva senza che ciò sia palese, come nel principio Arendt sostiene nel suo saggio, il cui valore è certamente universale. Un’evoluzione ben più inquietante e becera del panem et circenses romano, insomma, che banalizza sia la genesi del male che la sua manifestazione, annacqua fino a far svanire il senso proprio del fatto reale e sollecita la costruzione di infiniti castelli aerei di scempiaggini atte a generare quel morboso interesse mediatico necessario a ingolfare le menti di tante persone, disattivandone il raziocinio più naturale e ordinario. Ciò si manifesta persino da parte di chi invece dovrebbe rappresentare e diffondere un esempio di sobrietà e rigore, essendo per giunta coinvolto nella vicenda, come il noto e ineffabile avvocato di una delle due parti del caso citato il quale denuncia come una tragedia del genere sia stata trasformata giorno per giorno in una fiction. E da dove lancia tale denuncia? Da un celebre quotidiano nazionale, di qualità un tempo rinomata e oggi ormai smarrita, rispondendo alle domande di un’intervista e offrendo nelle risposte particolari che paiono tratti dal copione di una fiction, contribuendo così ad una ulteriore banalizzazione mediatica della vicenda. Complimenti!

Siamo nel 2020 ma, ineluttabilmente, l’Italia è questa. Un paese sempre più appiccicato alle fesserie da battibecco di piazzetta di provincia e scollato dalla verità dei fatti tanto quanto, e soprattutto, da un futuro di civiltà, che ha deciso da tempo di lobotomizzarsi per evitare qualsiasi obiettiva cognizione di se stesso. Be’, affari suoi, e amen.

 

Nel giusto

(Photo credit: Gerd Altmann da Pixabay)

Quando esprimete un’opinione personale su certe cose della politica e quelli di destra pensano che siete di sinistra mentre quelli di sinistra pensano che siete di destra, la realtà è che molto probabilmente siete nel giusto.
E siete pure molto più avanti rispetto a quelli. Ecco.