Suvvia, siamo sinceri: tutta la discussione – istituzionale e pubblica, favorevole o contraria – intorno all’approvazione o meno della legge per l’ottenimento dello Ius soli è il frutto di una gigantesca ipocrisia. Sì, perché da entrambe le parti lo Ius soli è stato eletto a facile “bersaglio” dell’attenzione generale al fine di non affrontare i reali problemi legati alla questione immigratoria, forse per mera ignoranza d’azione verso di essa, magari anche per una certa dose di nostrana meschinità.
In primis, la legge sullo Ius soli – ma, per la cronaca, si deve parlare di Ius soli temperato, che non è ciò che spesso viene fatto credere dagli organi di (non) informazione – non rappresenta affatto una concessione politica ma il riconoscimento giuridico di un diritto civico e civile, semmai garantito dalla legge, non concesso. A tutti gli effetti, non c’è tanto una legge da approvare o meno quanto un diritto da riconoscere e garantire o da disconoscere e rifiutare, si decida in un senso o nell’altro.
In secondo luogo, viene fatto credere che lo Ius soli sia una “soluzione” oppure un “danno” riguardo la realtà dei flussi migratori, o quanto meno che sia ad essa correlato e invece no, non c’entra un bel niente con essi. Ciò probabilmente perché – punto tre – non c’è appunto alcuna volontà ovvero alcuna capacità di regolare al meglio il controllo di tali flussi, in quanto nel campo politico non c’è alcuna reale e proficua comprensione sociologica e culturale di essi, cosa che rappresenterebbe il primo passo per la loro efficace regolarizzazione anche giuridica. Le uniche cose che scaturiscono da questo paese al riguardo sono bieca xenofobia (altrimenti detta “razzismo”) oppure demagogico compatimento (altrimenti detto “buonismo”), sui quali viene costruito il solito consenso elettorale inevitabilmente populista e totalmente meschino, senza proporre alcuna buona e credibile soluzione – nuovamente né in un senso né nell’altro.
Così, come al solito, l’Italia lascia incancrenire un problema potenziale che, inesorabilmente, diviene cronico e sempre meno risolvibile, nascondendo tale inettitudine genetica nazionale dietro un falso problema, sovraccaricato di non senso politichese al fine di concentrare su di essi l’attenzione pubblica sviandola da altre ben più gravi magagne.
E dunque, in fin dei conti: meglio un paese dotato di una legge sullo Ius soli unita a un’efficace strategia di controllo dei flussi immigratori con relativo programma istituzionale d’integrazione socioculturale, oppure un paese privo d’una legge sullo Ius Soli nonché di qualsiasi reale e attiva comprensione istituzionale del fenomeno immigratorio, con relativa mancanza di gestione politica e, ancor prima, socioculturale di esso?
Mettiamola così: il problema non è quello di avere a disposizione una fuoriserie performante dotata dei gadget più tecnologicamente avanzati oppure un’utilitaria scalcagnata coi paraurti arrugginiti, se poi al volante ci stanno guidatori incapaci di tenere in strada qualsiasi veicolo, in sesto o meno che sia. Si continueranno a registrare urti, collisioni, incidenti e guasti dovuti a imperizia fino a che – errare humanum est, perseverare autem diabolicum – non si finirà giù da un burrone, o qualche cos’altro di similmente definitivo.
Ma se è già folle lasciare certi “guidatori” al volante, ancor più folle è salire a bordo del loro veicolo, perché non ci si renda proprio conto del pericolo ovvero perché non si abbia voglia e forza di andare a piedi.
Ecco, la penso esattamente così. E se immaginate che lo stia pensando riguardo a questo, sappiate che sì, è proprio così.
Questo che state per leggere è un post “settoriale”, legato alle mie frequenti occupazioni di temi legati alla montagna – in chiave culturale, letteraria ed editoriale, concretizzata in diverse pubblicazioni, ma inevitabilmente anche sotto l’aspetto prettamente politico (nel senso nobile del termine) e, ultimo ma non ultimo aspetto, anche in senso culturale globale, visto che tratta della cultura antropologica midollare del nostro paese.
Mi sto riferendo alla proposta di legge C.65-2284A “Misure per il sostegno e la valorizzazione dei comuni con popolazione fino a 5.000 abitantie dei territori montani e rurali, nonché disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici” approvata alla Camera lo scorso 28 settembre e ora in attesa dell’approvazione anche da parte del Senato (che invece ha fatto arenare precedenti tentativi di introduzione del testo – rallegriamoci ma non troppo, dunque): è il provvedimento – atteso da anni – che mira alla salvaguardia dei piccoli paesi rurali, insomma, che rappresentano una preziosa e fondamentale peculiarità italiana.
Arnosto, Prealpi Bergamasche, disabitato.
Come detto altrove, qui sul blog (proprio occupandomi di paesologia), l’Italia è un paese di paesi, piccoli centri abitati sparsi per le campagne e le montagne che il fremente e troppo spesso disordinato progresso del secondo Novecento ha costretto sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale del paese, quando invece è proprio nei piccoli paesi che si conserva, da Nord a Sud, la nostra preponderante e più autentica cultura nazionale, nel mentre che città medie o grandi sempre più spinte ad imitare l’aspetto di metropoli hanno rapidamente cominciato a palesare gravi problemi di ordine sociologico e antropologico, tra globalizzazione culturale massificante, periferie degradate, non luoghi, alienazioni, dissonanze cognitive e quant’altro. D’altro canto, in un altro articolo pubblicato qui, ho indicato come la montagna – spesso presentata in modo enfatico tanto quanto pragmatico “scuola di vita” – possa rappresentare il modello socioculturale migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) dell’intera società, al fine di renderla finalmente più equa, più civica, più consapevole e più ricca di cultura, proprio come la montagna riesce ad essere ancora oggi nonostante gli innumerevoli sfregi (politici e non solo) a cui è stata sottoposta negli ultimi decenni.
Carenno, Gruppo del Resegone, 1.470 abitanti.
A proposito della suddetta legge votata alla Camera, viene in mente un vecchio adagio milanese, che più o meno fa così: piutostchenigot, l’è mej piutost. Adagio che, ahinoi, si più assai spesso applicare a molti provvedimenti legislativi italiani, che vanno a cercare di coprire mancanze normative totali (in un paese che invece per altre cose di leggi ne ha fin troppe) col minimo sforzo e altrettanto risultato. Sia chiaro: per cercare di salvaguardare, rilanciare e valorizzare quell’immenso tesoro nazionale rappresentato dai piccoli paesi, ogni pur minima cosa utile deve essere apprezzata e sostenuta, posta la situazione altrimenti di ignoranza – ovvero di inettitudine (strategica, purtroppo) della politica sulla questione – pressoché totale. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque, anche perché, se nel suo complesso bisogna accogliere con favore il provvedimento appena votato, ferisce l’animo constatare ad esempio che, a fronte dei 5.585 comuni montani sotto i 5.000 abitanti (peculiarità che fornisce il titolo di “piccolo comune”), vengano stanziati 100 milioni di Euro complessivi in 7 anni per (cito da qui) “finanziare interventi in tutela dell’ambiente e dei beni culturali, mitigazione del rischio idrogeologico, messa in sicurezza delle scuole, l’acquisizione delle case cantoniere e ferrovie disabitate per realizzare circuiti turistici e promuovere la vendita di prodotti locali”. Molto rozzamente, ma significativamente, divido quei 100 milioni stanziati in 7 anni per i 5.585 comuni che ne possono usufruire: fanno 17.905 Euro e spiccioli per comune. Una cifra che non basta nemmeno per mettere in sicurezza qualche metro di versante passibile di dissesto idrogeologico. Nulla, insomma, soprattutto e confrontato agli ingentissimi stanziamenti di soldi pubblici messi a disposizione a spron battuto per opere e progetti che poi si rivelano fallimentari, oltre che ottime occasioni per speculatori, tangentisti e criminali vari – politicanti e non – per intascarsi quei soldi. Ora, che un così esiguo stanziamento debba essere considerato uno sforzo ammirevole in tempi di crisi e di spending review, oppure un ennesimo segno di disinteresse verso i piccoli comuni il quale rischia di soffocare sul nascere qualsiasi buona intenzione scaturente dalla legge, lascio giudicare a voi.
Santo Stefano di Sessanio, Gruppo del Gran Sasso d’Italia, 117 abitanti.
Certo, anche qui si può dire: meglio quei 100 milioni che il nulla assoluto. Ma non serve essere esperti del settore per capire che tali denari non bastano affatto, che ci vuole molto di più, che occorre soprattutto una nuova – o, forse una rinnovata – antropologia culturale per i piccoli centri abitati italiani, una visione innovativa nel suo ripescare dal più virtuoso passato che finalmente consideri i paesi – e il territorio rurale nazionale in generale, di montagna ma non solo – una grandissima risorsa e una pari opportunità di sviluppo culturale, economico, sociale e mille altre cose, piuttosto che un peso che possa dar fastidio alle ricche e scintillanti tanto quanto degradate e decadenti città.
Ha ragione Franco Arminio quando dice che “Il paese è luogo per scrittori e non per cronisti. (…) Nei posti considerati minori sta accadendo qualcosa importante, qualcosa di vago e profondo che si può incrociare solo dotandosi di strumenti conoscitivi molto sofisticati.” Perché ancora oggi, checché ne pensino i politici che continuano a guardare con più favore alle città in quanto maggiori bacini elettorali dimenticandosi dei piccoli paesi, e dimenticando che essi stessi sono rappresentanti di un paese che è fatto di tanti piccoli paesi prima che di città, è proprio nei paesi che si conserva e spesso si genera autentica cultura – non solo, che si mettono in atto forme di gestione del territorio innovative ovvero forti del fatto di innovare ciò che viene dalla tradizione, sapendo bene che non può esistere alcun futuro che non abbia solide radici nel passato e consapevole progettazione nel presente.
Bova, Aspromonte, 442 abitanti.
Speriamo in bene, anche per noi che scriviamo e ci occupiamo di montagne, di genti delle terre alte, dei loro piccoli paesi e della vita di lassù: un mondo ricolmo di infinite storie, a volte meravigliose, altre volte tragiche ma sempre traboccanti di vitalità vera e inimitabile. Se la perdessimo, questa vitalità, se abbandonassimo i paesi al loro destino apparentemente segnato (ovvero, ribadisco, così determinato da una politica spesso del tutto distorta e miope, sperando che la nuova legge possa finalmente invertire la rotta e la sorte) significherebbe svuotare il nostro paese del suo midollo vitale, trasformandolo in una (forse) luccicante scatola antropologicamente vuota.
E’ sempre brutto sentir dire da qualcuno «te l’avevo detto!», cosa spesso proferita con tono presuntuoso e autoreferenziale. Ancor più quando essa si riferisca a qualcosa di fin troppo facilmente prevedibile, anzi, di geneticamente lapalissiano – un po’ come dire «te l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci!»
Tuttavia, asserire che nel mare ci siano i pesci equivale nella sostanza a rimarcare come sarebbe ancora successo, e pure in tempi brevi (anche più dell’immaginabile, in effetti): cioè che la legge sul prezzo del libro, meglio nota come Legge Levi – che ormai conoscerete tutti e la quale risulta fondamentale per la sopravvivenza della filiera editoriale indipendente –, fosse messa ovvero sia nuovamente sotto attacco da parte dell’oligopolio dei grandi editori nostrani.
E’ infatti di qualche giorno fa una proposta di modifica al DDL n.2085 – il cosiddetto “DDL Concorrenza” – che mira proprio ad eliminare i tetti di scontistica sui prezzi di vendita dei libri, esattamente come si è cercato di fare lo scorso anno, per fortuna senza successo.
Di seguito il testo della suddetta proposta di modifica – n.20.0.6 – al DDL n. 2085, a firma dei senatori Susta, Ichino e Di Biagio:
Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali, all’articolo 2 della legge 27 luglio 2011, n. 128, sono apportate le seguenti modificazioni:
a)al comma 1, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
b) al comma 2, le parole: ”, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1” sono soppresse;
c)i commi 3 e 4 sono abrogati;
d)al comma 5, le parole: ”I commi 1 e 2 non si applicano” sono sostituite dalle seguenti: ”Il comma 1 non si applica”;
e)al comma 6, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
f)al comma 7, la parola: ”non” è soppressa».
Si noti il solito tentativo in bella forma linguistica tipicamente politicante di stravolgere la realtà dei fatti e imporre una verità che tale non potrà mai essere: “Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali.” Eh già, la stessa libertà che ci può essere in una competizione tra biciclette e bulldozer, con in più questi secondi che si arrogano pure il diritto di dettare le regole della gara!
Una delle prime reazioni a questo ennesimo attacco oligopolista ad una legge che, sia chiaro, non è affatto la migliore possibile ma è quanto meno meglio che nulla (siamo messi così in Italia, ahinoi!), è stata quella della Presidente del SIL – Sindacato Italiano LibraiCristina Giussani, che in una lettera indirizzata ai componenti della X Commissione del Senato (ove il testo suddetto è in discussione) rimarca come «L’abrogazione della Legge Levi, che regolamenta sconti e promozioni sui libri, metterebbe in ginocchio l’intero comparto delle librerie indipendenti e di catena, che non avrebbero la forza economica di controbattere alla concorrenza dei gruppi della grande distribuzione del commercio elettronico, e che sarebbero destinate a chiudere. Senza la Levi grandi gruppi commerciali e potenti attori dell’e-commerce, come Amazon, avrebbero campo libero. La perdita sul territorio delle librerie indipendenti impoverirebbe, poi, in maniera drammatica l’offerta culturale, con conseguente riduzione del numero dei lettori, per difficoltà di reperimento dei testi. A non essere più garantita, inoltre, sarebbe la pluralità di voci: i librai indipendenti danno spazio ad autori ed editori che, per motivi vari, non ne hanno nei centri di grande distribuzione. La chiusura delle librerie indipendenti avrebbe anche gravi effetti sul lavoro, producendo diverse migliaia di disoccupati.»
Parole ovviamente condivisibili, che tuttavia rischiano nuovamente di echeggiare come affermazioni rivolte ad un uditorio rumorosamente vociante e dunque incapace di ascoltare non solo tali osservazioni ma, più in generale, di comprendere l’essenza della situazione in corso e della questione generale. Proprio a questo proposito, ora qui tocca ancora una volta rimarcare che sì, l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci! – anzi, no, avevo detto, lo scorso anno in occasione del precedente tentativo di abrogazione della Legge Levi, che ci avrebbero provato ancora, e ci proveranno fino a che non otterranno ciò che ormai si sono prefissati di conseguire: una tabula rasa dell’editoria indipendente funzionale al dominio assoluto – di mercato, politico e finanziario – dell’oligopolio dei grandi gruppi editoriali, peraltro inesorabilmente destinato a divenire nel giro di breve tempo un monopolio, o quasi. Un risultato tanto più semplice da ottenere quanto più il comparti editoriale indipendente nazionale continuerà a restare disunito, agente in ordine sparso, privo di una strategia comune nonostante comuni siano i suoi obiettivi fondamentali.
Insomma, non posso far altro che riportare quanto scritto l’anno scorso in questo articolopubblicato su Cultora e qui nel blog (e prima ancora, sempre sullo stesso tema,qui): perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non saràmaiuguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanzadeve– e ribadisco,deve– poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tratuttii soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
Ecco. Quante volte ancora dovranno essere rimarcate queste evidenze? Quanti attacchi ancora, alla Legge Levi ovvero al comparto in generale, l’editoria indipendente dovrà subire? E, soprattutto, fino a quando potrà resistervi? In chiusura dell’articolo sopra citato, affermavo che, in fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provavano – e provano ciò. Sarà finalmente il caso, per l’editoria indipendente, di non essere più sabbia ma finalmente muro di mattoni, di pietre, di solidi massi, ben incastrati tra loro. Sarà veramente il caso, se vorremo che nel prossimo futuro esista ancora un mercato editoriale e una cultura del libro e della lettura veri, e non il loro monumento funebre.