Valbondione/Lizzola: 70 milioni di Euro per un comprensorio sciistico senza speranza VS un progetto turistico veramente innovativo e attrattivo

[Il Pizzo Coca, la vetta più alta delle Alpi Orobie. Immagine di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
«Senza lo sci la montagna muore!» Quante volte si legge uno slogan come questo, ed altri di simile tenore, nelle notizie che danno conto di progetti di infrastrutturazione sciistica delle nostre montagne?

Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ma poi è veramente quello che serve, al territorio di Valbondione? L’ennesima riproposizione del modello monoculturale sciistico, basato su schemi ormai obsoleti, al posto di un nuovo progetto di sviluppo turistico realmente sostenibile e adeguato al luogo, strutturato nel tempo in base a modelli al passo con i tempi e la realtà in divenire. Questa in poche parole è la situazione, in alta Val Seriana.

[Panorama di Valbondione; sul monte a sinistra si vedono i tracciati delle piste da sci di Lizzola. Immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/.]
Già si sono levati gli strali dei sostenitori del mega progetto sciistico (che si è già guadagnato la “Bandiera Nera” di Legambiente, poche settimane fa) contro chi vi si oppone: «Niente proposte, solo critiche!», hanno asserito, nel solco dello slogan citato all’inizio di questo articolo e di una sottomissione pressoché totale al modello monoculturale sciistico, nonostante la realtà in divenire. Ovviamente non è vero che non vi siano proposte alternative, semmai non c’è la volontà di considerarle e recepirle; d’altro canto bastano pochi secondi di ricerca sul web per trovare decine di progetti di sviluppo turistico non sciistico – o post sciistico – che stanno ottenendo risultati eccellenti, anche più di quelli che prima ottenevano impianti e piste.

Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.

I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.

In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.

[Lungo il sentiero per il Rifugio Antonio Curò, con Valbondione sullo sfondo. Immagine tratta da www.indieroad.it.]
I Villaggi degli alpinisti si impegnano consapevolmente nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi. La filosofia del progetto comprende le seguenti aree, su cui si basano anche i rigorosi criteri di selezione delle comunità: filosofia del turismo, carattere dei villaggi e fascino alpino, agricoltura di montagna e silvicoltura, tutela della natura e del paesaggio, mobilità / trasporti ecocompatibili, comunicazione e scambio di informazioni.

In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.

[La conca del Lago Barbellino, una delle zone in quota più spettacolari delle Alpi lombarde.]
Vorranno gli amministratori locali considerare una proposta del genere o altre di simile sostanza, oppure decideranno di incatenarsi ai destini già ora pressoché segnati di un ennesimo sviluppo turistico sciistico spendendo le ingenti cifre di denaro pubblico prospettate?
Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».

Qualcuno se li ricorda ancora, i ghiacciai delle Alpi?

[Il Ghiacciaio di Fellaria il 13 agosto 2016. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
Leggo su alcuni media svizzeri (qui, ad esempio) che secondo un recente e innovativo studio condotto dalla Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna (UNIL), in collaborazione con l’Università di Grenoble, i due Politecnici federali (EPFL e ETHZ) e l’Università di Zurigo, anche se il riscaldamento globale venisse completamente arrestato il volume dei ghiacci sulle Alpi è inesorabilmente destinato a diminuire del 34% entro il 2050. Se continuerà invece al ritmo attuale, la contrazione dei ghiacciai sarà quasi del 50%, dato che sale al 65% se ci si basa invece sui dati degli ultimi dieci anni.

Lo studio franco-svizzero, che si trova qui, appare innovativo non solo per la metodologia utilizzata ma anche per il fatto di proporre, in tema di fusione dei ghiacci alpini, una prospettiva a breve termine e dunque ben più tangibile di altre maggiormente protratte nel tempo. In poche parole, lo studio presenta qualcosa che nelle situazioni indicate quasi certamente avverrà, non probabilmente o forse. Concede pochissimi dubbi al riguardo, insomma.

Per di più, uno dei firmatari dello studio, il ricercatore dell’UNIL Samuel Cook, ha affermato che «I dati utilizzati per elaborare gli scenari si fermano al 2022, un anno che è stato caratterizzato da un’estate eccezionalmente calda. È quindi probabile che la situazione sia ancora peggiore di quella che presentiamo».

[Ancora il Ghiacciaio di Fellaria, immagine del Servizio Glaciologico Lombardo tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]
Così, mentre ancora qualcuno crede di poter dubitare del cambiamento climatico in corso magari solo perché qualche località di montagna ha registrato nei giorni scorsi temperature molto basse (ma non c’è da perdere tempo a spiegare nuovamente a queste persone come funzionano meteo e clima, tanto non possono e non vogliono capire), o magari di sostenere che sia tutta una combutta tra scienziati e “lobby verde” (che è un po’ come essere a bordo di una nave che imbarca acqua e affonda sempre più sostenendo che sia solo una messinscena per ingannare la società di assicurazione) è significativo notare che non solo la sparizione dei ghiacciai da molte zone delle Alpi cambierà di conseguenza il nostro rapporto culturale – oltre che quello più pratico – con quei territori e i loro paesaggi, con effetti difficilmente prevedibili (come ho cercato di spiegare qualche tempo fa in questo articolo), ma muterà radicalmente anche le modalità di vita lontano dalla catena alpina, in quelle zone dove magari si pensa di non poter essere coinvolti da ciò che succede sulle montagne. Ad esempio: ancora nel 2017 l’Istat certificava che «Il ghiaccio perso sull’arco alpino dagli anni ’80 a oggi corrisponde, in termini di volume d’acqua, a circa quattro volte la capacità del Lago Maggiore». Considerando che nel 2018, sempre secondo l’Istat, in Italia per garantire il livello di consumo della popolazione sono stati immessi nella rete 8,2 miliardi di metri cubi di acqua, e che il Lago Maggiore preso a riferimento contiene circa 37,5 miliardi di metri cubi di acqua, significa che in circa quattro decenni abbiamo perso più di 18 anni di acqua potenzialmente disponibile dai nostri rubinetti.

Converrete che è un dato a dir poco inquietante.

Be’, da quella rilevazione dell’Istat sono passati più di sei anni, è facile immaginare quant’altra risorsa idrica immagazzinata sulle Alpi in forma di ghiaccio nel frattempo sia andata persa: una prova lampante di cosa ciò possa comportare l’abbiamo avuta nei due anni scorsi, con il lungo periodo di siccità vissuto e le tante problematiche da esso causate. Ma siamo in grado di tenercela a memoria, questa realtà pur così recente, oppure ce la siamo già dimenticata come ci scordiamo tante altre cose importanti, non avendo imparato nulla da quel periodo? E i ghiacciai, dunque, che li stiamo ugualmente dimenticando, come se già non esistessero più, come se non ci dovesse interessare nulla della loro sorte perché già inesorabilmente segnata?

Un prezioso reportage “d’autore” dal Ghiacciaio di Fellaria

Appena prima che in quota cominciasse a nevicare – con la speranza che continui a lungo! – gli amici Umberto Isman, Lorenzo Cremonesi insieme al glaciologo Riccardo Scotti hanno realizzato, per il “Corriere della Sera”, un breve ma emblematico video reportage presso il Ghiacciaio di Fellaria, in alta Valmalenco, tra gli apparati glaciali più noti delle Alpi in forza del grande lago proglaciale formatosi solo qualche anno fa dove prima giaceva la lingua del ghiacciaio. Il video lo potete vedere lì sotto.

Il ritiro dei ghiacci sulle Alpi si manifesta come una tendenza costante da oltre un secolo, con soltanto brevi parentesi di annate fredde. Ma nell’ultimo trentennio il fenomeno si è enormemente accresciuto, interi bacini glaciali sono letteralmente scomparsi nell’arco di poche stagioni. Per capire il fenomeno Isman e Cremonesi si sono recati nella zona del monte Bernina, sul confine tra Italia e Svizzera, assieme a Riccardo Scotti, responsabile del Servizio Glaciologico Lombardo, fino al cospetto del ghiacciaio di Fellaria, dove la nascita di grande lago di fusione negli ultimi testimonia della gravità del fenomeno. Qui il fronte del ghiacciaio si è ritirato di un paio di chilometri e il suo spessore è diminuito enormemente. Gli studiosi hanno posizionato delle telecamere che rendono visivamente la rapidità del ritiro. Isman e Cremonesi hanno testimoniato il fenomeno in video usando anche il materiale messo a disposizione degli studiosi presenti per l’occasione, che avevano con loro alcune fotografie scattate a partire dalla fine dell’Ottocento.

Ora, come denotato poco sopra, è finalmente arrivata la neve a rendere meno visivamente drammatica la realtà del Fellaria e a conferire alla zona un apparente aspetto di “normalità”. Tuttavia, inutile rimarcarlo, è un “velo trasparente”, che copre temporaneamente la realtà delle cose ma non la nasconde affatto; di contro, è altrettanto inutile rimarcare (purtroppo) che siamo una società carente sia di memoria che di sensibilità verso la suddetta realtà delle cose del mondo in cui viviamo – e in particolar modo nei confronti delle tematiche ambientali: per tale motivo, basta un’ordinaria nevicata novembrina tanto per coprire le sofferenze glaciali quanto per sfumare del tutto o quasi i dibattiti sulle conseguenze del cambiamento climatico pur così frequenti e vibranti fino a solo qualche settimana fa, finanche a far formulare a qualcuno convinzioni variamente “negazioniste” al riguardo.

Credo invece che quella sensibilità debba essere costantemente mantenuta attiva e parimenti alimentata dai riscontri oggettivi che la realtà ci comunica di continuo: non è tanto una questione di saper ascoltare questi messaggi ma di volerli ignorare o, appunto, negare. I ghiacciai, massimi soggetti esemplari di manifestazione della realtà climatica in divenire, restano lì a raccontarci quanto sta accadendo anche sotto la neve, nel corso dell’inverno che speriamo vero, lungo e freddo. Per questo il reportage di Isman, Veronesi e Scotti non perde un grammo di valore documentale nemmeno ora che lassù, al Fellaria, è tutto bianco e persino il grande lago proglaciale, forse, è apparentemente scomparso sotto la propria superficie ghiacciata e coperta di neve.

Speriamo, lo ribadisco di nuovo, che quello lassù sul Ghiacciaio di Fellaria si palesi come il manto nevoso più rinvigorente e salutare da molto tempo a questa parte. Ne ha bisogno il ghiacciaio, lo abbiamo bisogno tutti quanti.

A Dossena (Val Brembana) c’è un “Becco” che non valorizza ma ferisce il paesaggio

Il sito web della rivista “Orobie” dà la notizia dell’imminente inaugurazione del “Becco” di Dossena, in valle Brembana (provincia di Bergamo), ennesima attrazione turistica a forma di passerella panoramica a sbalzo sul vuoto di una falesia della zona, che vorrebbe “valorizzare” il territorio e il suo paesaggio.

Be’, cliccate sull’immagine qui sopra e date un occhio ai commenti degli utenti al post di “Orobie”: è un coro di disapprovazioni e biasimi compatto e inequivocabile. Inesorabilmente, mi viene da dire, anche perché già registrato in molti altri casi simili.

Peccato, perché Dossena ha da anni avviato un progetto di rilancio turistico del proprio territorio che presenta numerosi aspetti sicuramente virtuosi; nonostante ciò, anche lassù si è caduti nella proposizione di opere da luna park montano (c’è anche un mega-ponte tibetano, l’ennesimo anche in questo caso), la cui presenza deturpa e banalizza il territorio risultando sostanzialmente inutile alla conoscenza del luogo, alla comprensione autentica del suo paesaggio e al godimento fruttuoso delle sue peculiarità – e ne possiede tante di notevoli, Dossena. Esattamente ciò che gli utenti su Facebook stanno rimarcando, in questo medo dimostrando pure come il sentimento comune rispetto a queste infrastrutturazioni turistiche sia sempre più critico e lontano, nonostante certi amministratori locali le considerino ancora come “novità allettanti” e vi ci spendano intorno un sacco di soldi pubblici.

[Un’altra vista del “Becco” di Dossena, tratta da primabergamo.it.]
Il rischio è evidente: opere come quelle di cui sto scrivendo che, ormai è scientificamente assodato, finiscono per attrarre un flusso turistico che non apporta benefici al territorio – in senso culturale, cosa che sarebbe fondamentale per una reale valorizzazione del luogo, ma nemmeno economico e  sociale, ancorché da quello ambientale – cagionano una inesorabile perdita di qualità all’intero rilancio turistico della zona e agli effetti concreti da esso ottenibili, quelli di medio-lungo termine ovvero i più importanti per il luogo e la sua comunità, di contro banalizzandone – ribadisco – l’identità culturale e generando percezioni da non luogo montano: d’altro canto quante passerelle panoramiche e quanti ponti tibetani, manufatti sostanzialmente uguali l’uno all’altro (parimenti a tutte le altre tipologie del genere) ormai esistono un po’ ovunque? E come si può pensare, dunque, che opere del genere “valorizzino” i luoghi se in concreto offrono fruizioni turistiche similari a numerose altre?

Per carità, posso capire che a Dossena vogliano dare un colpo al cerchio e uno alla botte, offrendo ai visitatori esperienze “alte” e esperienze “basse”, tra qualità delle proposte e quantità dei numeri nella speranza di ricavare dai secondi i benefici delle prime: ma è un processo difficile e, ribadisco, il rischio concreto è che si annacqui tutto quanto e le tante valenze realmente interessanti e potenzialmente fruttuose del luogo vengano messe in ombra dalle attrazioni più banali e “selfiezzabili” o “instagrammabili”, senza che da queste le prime possano ricavarne qualche vantaggio e senza che ne scaturisca una vera conoscenza del territorio, dunque un conseguente apprezzamento consapevole, quindi una fidelizzazione dei visitatori che potrebbe assicurare al luogo benefici diffusi e di lunga durata.

Questo il mio pensiero al riguardo, che non vuole essere una mera critica tout court ma uno stimolo alla consapevolezza piena delle iniziative messe in atto e del loro portato concreto: potevano essere molto meglio spesi, i soldi dei bandi a disposizione, mirando a flussi turistici meno ingenti ma più consoni e relazionati al luogo e alle sue peculiarità, con vantaggi ben più prolungati nel tempo.

Chissà, magari si ravvedranno presto, lassù in Val Brembana, e capiranno che un territorio così pregiato e ricco di caratteristiche speciali non abbisogna di specchietti per allodole turistiche tanto impattanti quanto invisi a sempre più persone. Chissà, già.

Il Ghiacciaio di Fellaria, un “palcoscenico del tempo” dal quale la montagna racconta la propria storia

[Il Ghiacciaio orientale di Fellaria e il suo lago proglaciale, domenica 24 settembre 2023.]
Visitare la fronte del Ghiacciaio di Fellaria, in Valmalenco, è un po’ come affacciarsi su una sorta di “palcoscenico del tempo” sul quale la montagna racconta sé stessa attraverso un palinsesto diacronico, cioè con una narrazione che sovrappone i diversi momenti temporali che hanno caratterizzato il luogo e ne stanno contrassegnando il prossimo futuro.

Mi spiego: il grande ghiacciaio, nonostante il suo stato di notevole sofferenza e di ingente fusione, permette ancora di immaginare come fosse la zona solo qualche decina di anni fa, quando buona parte del territorio attraversato dal sentiero glaciologico Marson che si percorre per giungere al lago proglaciale era sepolto sotto decine di metri di ghiaccio e le due fronti del Fellaria, l’orientale e l’occidentale confluivano ancora l’una nell’altra – negli anni Quaranta del Novecento, in pratica; dunque grazie a tali percezioni si può supporre come fosse la zona in tempi ancora più antichi, quand’era totalmente glacializzata e dalla superficie del ghiacciaio spuntavano solo le sommità montuose più elevate del territorio mentre la lingua glaciale scendeva verso il fondovalle e raggiungeva la piana di Gera, oggi sommersa dalle acque dell’omonimo lago artificiale. Per non parlare poi dei millenni addietro, quando tutta la Valtellina e il bacino del Lago di Como erano occupati dal grande Ghiacciaio dell’Adda!

A questa “post-visione” o memoria percepibile di ciò che era e ora non è più, si sovrappone la visione sincronica del presente, quella che racconta in maniera inequivocabile della realtà climatica attuale, della trasformazione repentina del territorio e del paesaggio, quella che si nutre dello stupore, che per molti versi è sgomento e inquietudine, generati dalla visione del grande lago proglaciale, dei suoi iceberg generati dal distacco di lame ghiacciate dalla fronte del corpo glaciale che lo origina, ormai da anni separata dal ghiacciaio superiore la cui imponente seraccata (tale ancora ma anche in questo caso molto meno massiccia rispetto a qualche anno fa) incombe dal ciglio della parete rocciosa e ogni tanto lascia cadere a valle grossi blocchi di ghiaccio, annunciati da un boato che echeggia per l’intero vallone e fa inesorabilmente rabbrividire chiunque.

Infine, nella mente che elabora le percezioni sensoriali – oculari e uditive in primis ma non solo – prende forma anche la pre-visione del luogo e di ciò che sta diventando in forza delle sempre più rapida trasformazione geomorfologica dovuta alla fusione del ghiacciaio, la cui parte inferiore tra qualche lustro scomparirà definitamente ingrandendo il lago che da proglaciale diverrà naturale e rappresenterà, come già è ora, uno degli specchi d’acqua più grandi della zona – un lago che solo meno di vent’anni fa non esisteva, lo si tenga presente – mentre la parte superiore del Fellaria diventerà sempre meno visibile, in conseguenza dell’assottigliamento della seraccata prima citata la quale si ritirerà a quote sempre più alte, allontanandosi dal ciglio della parete rocciosa e così degradando la cognizione dell’elemento glaciale nello sguardo dei visitatori da visione marcante e identitaria per il luogo a vaga e secondaria impressione. Un po’ come è già accaduto al ramo occidentale del ghiacciaio, appiattitosi e quasi nascosto dietro alla mole rocciosa del Piz Argient, una delle vette principali della zona, il che ha modificato in maniera ingente l’elaborazione percettiva e culturale di quel ramo della valle, oggi principalmente roccioso e erboso.

Insomma, lassù al Fellaria si osserva nello stesso tempo il passato, il presente e il futuro del luogo e del suo paesaggio: la montagna racconta il proprio divenire su differenti piani narrativi che sarebbe bene saper cogliere e comprendere: non solo per elaborare la più completa e compiuta coscienza del luogo ma pure – e soprattutto – perché sia altrettanto compiuta la nostra relazione con esso, che rappresenta la base culturale necessaria per preservare in noi quella narrazione diacronica montana facendone memoria, consapevolezza, cognizione, intuizione, previsione, prospettiva. Tutte cose utili e preziose tanto alla montagna quanto a noi, già.