Nell’edicola della piazza della Passione vende le riviste, sostituendo temporaneamente il giornalaio, che si è allontanato, una baba analfabeta!
Lo giuro: analfabeta!
Io stesso mi sono avvicinato all’edicola, ho chiesto la rivista «Rossija» e lei mi ha dato «Korabl’» (i caratteri di stampa sono simili). Non va bene. La baba nella sua edicola si dà da fare. Mi dà un’altra rivista. Neppure questa.
«Siete analfabeta?» le chiedo ironicamente.
Ma basta con l’ironia. Viva la disperazione!
La baba era effettivamente analfabeta.
(Michail Bulgakov, Mosca, la Capitale nel block notes,Excelsior 1881, 2007, pagg.64-65. Per la cronaca, nelle lingue slave il termine baba significa “donna anziana”, “vecchia”, “nonna”, con accezione affettuosa anche se non di rado in tal senso sarcastica, cfr. Baba Jaga, vecchia strega malvagia – ma in modo ambiguo – delle fiabe slave e in particolar modo russe.)
In uno scritto sembra che accadano eventi. Ma c’è realmente qualche rapporto tra gli eventi e lo scritto? È lo scritto in sé un evento? O è un insieme infinito di eventi, compresi in piccoli segni sparsi, spesso neri su fondo bianco? E in generale, si verificano eventi nella realtà, eventi con un principio e una fine? Oppure vengono creati nello scritto con le sue frasi, i suoi paragrafi e capitoli, insomma come risultato dell’ordine e della chiarezza che esige lo scritto?
Se qualche giorno fa, in questo post, ponevo domande sul chi/cosa/quanto e perché dell’essere scrittori (o sul definirsi tali), in questo brano Lindgren pone domande altrettanto fondamentali (sia chiaro: non voglio certo pormi al suo livello, anzi!) sul rapporto tra realtà effettivamente accaduta e realtà scritta/narrata che, seppur qui riferite alla scrittura letteraria, detengono un valore immutato anche quando riferite ad altre scritture pubbliche. Per questo, sono domande fondamentali proprio oggi, nell’era del web e di social dove tutti scrivono di tutto e nessuno legge veramente, delle fake news ormai pandemiche, delle verità assodate ritenute false e delle falsità imposte come vere e indubitabili. C’è da meditarci sopra per bene, insomma, e cercare di formulare risposte valide e importanti. Già.
(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di La Ricetta perfetta.)
Che può mai succedere di interessante, al punto da far notizia su un giornale, in un territorio del profondo Nord della Svezia nel quale minuscoli villaggi di poche case giacciono dispersi in mezzo a foreste infinite, innumerevoli laghi, acquitrini, torbiere e misteriose montagne, un territorio per di più infestato dalla tubercolosi negli anni appena successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando nemmeno la oggi opulenta Svezia se la passava tanto bene, soprattutto nelle sue aree rurali? Niente. E come può dunque svolgere adeguatamente il suo lavoro il cronista d’un quotidiano di stanza lassù, se non c’è sostanzialmente nulla da scrivere e raccontare? Non può, è presto detto. Se non inventandosi di sana pianta notizie da riferire ai lettori del suo giornale. D’altro canto – lo sappiamo bene noi, uomini contemporanei viventi nell’epoca delle fake news – a volte c’è molta più falsità nelle presunte “verità” diffuse dai media che in certe invenzioni della fantasia tuttavia dotate d’una propria evidente logica… Se poi quei racconti, ancorché fantastici, diventano la narrazione niente affatto metaforica d’un territorio, della sua gente, dei paesaggi, del tempo vissuto e di esistenze ordinarie eppure simboliche, della cultura e dell’identità di esso, la loro valenza letteraria e socioculturale s’accresce oltre modo, rendendo il confine tra realtà e invenzione del tutto evanescente o, addirittura, superfluo.
In ogni caso, se queste sono le fondamenta su cui tutto il resto si regge, il grande scrittore svedese Torgny Lindgren mette nel suo romanzo La ricetta perfetta (Iperborea, 2004, traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Luca Scarlini, orig. Pölsan, 2002) moltissimo di più, costruendo una narrazione che si muove su diversi piani spaziali, temporali e tematici e facendone un’ennesima opera assolutamente particolare nel già alquanto originale panorama letterario scandinavo moderno e contemporaneo […]
(Leggete la recensione completa di La ricetta perfetta cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Quando si fa una frase, si è totalmente liberi. Una frase che solo sé stessa. Creare frasi e ciò che vi è di più alto e più nobile nella vita dell’uomo. Molti vivono per ottanta o novant’anni senza produrre una sola frase.
Non solo ha ragione, Lindgren, nell’affermare quanto sopra, ma suggerisce pure un’ottima e virtuosa definizione di chi sia in verità uno “scrittore”: colui che nello scrivere frasi, ovvero attraverso la scrittura che produce, riesce a essere realmente libero.
In effetti, quanti di noi che scriviamo sappiamo essere veramente liberi, quando lo facciamo? Liberi nel senso più completo e profondo del termine, nel senso più culturale, antropologico, umano, liberi da qualsivoglia condizionamento, influenza, pretesa, presunzione, interesse mero e particolare, emulazione? Quanti?
Per carità: non che sia esecrabile sottostare a tutto ciò (lo è semmai il non produrre frasi, come osserva Lindgren) ma, appunto, forse con l’essenza più pura dell’arte letteraria (e la letteratura in quanto arte, come tutte le altre arti, o è plagio o è rivoluzione – Gauguin dixit), che è segno ed effetto della libertà creativa assoluta, tutto questo non c’entra molto.
(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di La Ricetta perfetta.)
(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva; lo sappiamo anche da chi ne aveva notizia per tradizione. «Ho trovato gente savia in Milano, – dice il buon Muratori, nel luogo sopraccitato, – che aveva buone relazioni dai loro maggiori, e non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi». Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune.
Alessandro Manzoni a.k.a. “Alemanzo Sandroni”, by Roberto Albertoni (da http://www.forcomix.com/)
Eh già: anche nella Milano manzoniana del ‘600, soggiogata dalla peste, circolavano fake news a gogò su chi fossero gli untori che propagassero il terribile morbo, scatenando ciò una vera e propria psicosi di massa che oggi chiameremmo fobia – per la quale pure Renzo, scambiato per un untore, rischia il linciaggio.
Tuttavia almeno allora un’emergenza seria c’era – la peste nella sola città di Milano provocò 60.000 morti in soli due anni; per le tante pseudo-fobie contemporanee invece non c’è quasi mai una buona giustificazione. Allora come oggi invece, lo denota il Manzoni, il buon senso latitava parecchio: ma se a quei tempi esso c’era, soltanto nascosto “per paura del senso comune”, oggi temo che proprio il “senso comune” – ovvero il famigerato vox populi vox dei così condizionato e pilotato dai media nonché privato delle necessarie consapevolezze culturali – lo abbia allontanato definitivamente, o quasi. Sempre che non l’abbia addirittura soffocato.
P.S.: en passant, tra ottobre e dicembre prossimi a Milano si svolgerà la quinta edizione della Maratona Manzoni, con letture collettive in diverse lingue ed eventi vari intorno ai Promessi Sposi. Un romanzo che numerosi docenti, a scuola, hanno spesso contribuito a farci odiare, ma che nel bene e nel male è parte fondamentale della nostra cultura.