Bret Easton Ellis, “Glamorama”

cop-glamoramaDiciamo così: avete prenotato una settimana di vacanza al mare, in un posto del quale avete sentito parlare bene da tanti. Scegliete il villaggio in cui stare, poi ci andate e, caspita, proprio un gran bel posto! Le piscine, i bar, i ristoranti, la spiaggia ampia… cominciate a godervi la vostra vacanza, contenti della scelta fatta. Poi, col passare dei giorni, e con uno sguardo meno annebbiato dall’entusiasmo vacanziero e più disincantato, cominciate a vedere che non tutto quel che luccica è oro: c’è della sporcizia dove non dovrebbe essercene, la spiaggia è disturbata, l’idromassaggio s’é guastato e nessuno lo ripara, una sera il pesce a cena era pessimo. Così la vacanza rapidamente finisce: beh, sinceramente speravate in qualcosa di più, stando anche alle aspettative generate, ma ora vi tocca tornare alla vita di tutti i giorni, e alle sue spesso gravi incombenze. Nonostante tutto vi dispiace andarvene da lì, e vi viene da pensare già alla prossima vacanza. E a una prossima, diversa meta. Sì, ci tornereste anche lì, ma probabilmente in giro c’è di meglio.
Bret Easton Ellis è considerato uno dei migliori scrittori americani contemporanei: quasi tutti i suoi romanzi hanno conosciuto successi di critica e di vendite notevoli, e addirittura il suo esordio, Meno di zero, è considerato una delle opere più importanti e rivoluzionare della letteratura americana recente. Glamorama (Einaudi, collana ET Scrittori, traduzione di Katia Bagnoli, 1° ediz.1999) è, a quanto ci è dato di sapere dalle cronache, il romanzo per il quale Ellis ha lavorato più a lungo – cosa che forse si è poi riflessa nel numero di pagine che lo compone, ben 735 nell’edizione 2013 che ho letto. Una lettura che per così dire – e come spesso mi accade – è maturata col tempo: da molto avevo il libro sugli scaffali della biblioteca di casa, e anche in tal caso mi viene da pensare come, analogamente, anche certe vacanze, certe mete anzi, ci ronzano in mente da parecchio tempo, poi se ne scelgono altre finché finalmente si decide per quello specifico luogo…

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Torino: Salone del Libro, o Solone? Alla ricerca del senso odierno della kermesse torinese – sempre che vi sia…

d5feac9f0dc3656e28f2ef965ab044afPreciso da subito: a differenza di molti altri, non sono mai stato un denigratore del da poco concluso Salone del Libro di Torino, nonostante abbia sempre considerato le motivazioni dei contrari sovente comprensibili e sostenibili. Tuttavia, voglio dire, un evento come quello torinese ho sempre pensato (e lo penso tuttora, pur con i distinguo che puntualizzerò di seguito) che tutto sommato ci stesse, una volta l’anno, in un panorama editoriale comunque importante come quello italiano, anche se di esso inglobava – e ingloba – i suoi elementi più popolani e provinciali, per così dire, dando la costante impressione di una gigantesca sagra paesana nella quale ti aspettavi di veder spuntare oltre uno dei suoi angoli il banco di vendita delle salamelle – che poi è a suo modo effettivamente spuntato, da un paio d’anni a questa parte, con l’ingresso delle zone dedicate alla moda della cucina.
Posto ciò, e accettando tale sua natura da ipertrofico mercato rionale, appunto, non si può non tornare a considerare la realtà alla quale il Salone fa riferimento coi suoi dati concreti i quali – lo sapete bene – fotografano ormai da tempo una situazione della lettura in Italia sempre più asfittica e depressa. Dunque, ugualmente non si può tornare a non porsi un dubbio già altrove sollevato in passato senza che mai qualcuno abbia saputo diradarlo in modo efficace – cosa peraltro assai ostica, visti i suddetti dati: ma il Salone del Libro di Torino, oggi, ce l’ha ancora un senso? Serve ancora a qualcosa? O è ormai una sorta di circo Barnum del libro, che una volta smontato l’annuale tendone lascia solo un prato calpestato e disseccato? Un evento così grande, e grandemente promozionato, sostenuto, glorificato da più parti, come si può relazionare con la costante caduta verso l’abisso del numero di libri venduti, dei lettori e della generale (nonché al momento apparentemente inarrestabile) crisi del settore editoriale nazionale?
Tali domande quest’anno risultano ancora più consone, stando alle voci sulla fine della gestione organizzativa del Salone da parte del duo Rolando Picchioni-Ernesto Ferrero e sull’eventuale loro successione. Un duo che ha consolidato negli anni una sorta di format espositivo sostanzialmente immutato/immutabile: Torino da tempo è quello che si può constatare ogni volta che si entra nei padiglioni del Lingotto, sempre lo stesso, con varianti minime e comunque prettamente di forma, non di sostanza. Ed è un format senza dubbio profondamente nazional-popolare (volevo scrivere populista ma sono rinsavito all’ultimo), che puntualmente misura il proprio successo sul numero di visitatori conseguito – sempre in prodigioso aumento, anche quest’anno e chissà per qual strabiliante miracolo, mah… – o su altri dati simili, molto di facciata, da titolone mediatico, anziché basarsi su risultati meno appariscenti ma probabilmente più utili alla buona salute del comparto editoriale. Ma, forse, il salone degli ultimi anni – se non da sempre – nemmeno punta ad ottenere frutti strategici di tale natura, e in ogni caso, torno al nocciolo della questione, il dato sulle affluenze record al massimo evento editoriale nazionale contrapposto a quello sul sempre minor numero di lettori, cioè di quelli che gli editori li tengono in piedi, è questione da storcimenti di naso parecchio intensi e dolorosi.
Certo, qualcuno potrebbe di contro obiettare che, senza il Salone di Torino, la situazione potrebbe pure essere peggiore. Senza dubbio, non si può controbattere efficacemente a un’obiezione del genere, semmai si potrebbe rilanciare: e se la formula del Salone alla fine dei conti risulta controproducente, per la vendita di libri e la diffusione della lettura? Sì, proprio così: non più un Salone ma un Solone dei libri, un evento saccente, troppo retorico, troppo ridondante, senza un’effettiva strategia culturale alla base ma con mere, semplicistiche visioni commerciali, una sorta di ipermercato del libro che non faccia nulla per abituare i propri clienti alla qualità dei propri prodotti ma punti tutto sulla quantità. Un evento, insomma, che si proclama paladino dei libri ma che alla fine ne diventa un (pur involontario) persecutore.
Una buona risposta a tutto ciò – batto di nuovo lo stesso chiodo, e continuerò a farlo anche in futuro – può venire dall’editoria indipendente. L’ultima ricerca Nielsen sul mercato editoriale italiano, presentata proprio a Torino durante il Salone, rivela che, a fronte di un’ennesima, drammatica perdita del 4% nel volume di vendita di libri nel primo quadrimestre 2015, la grande distribuzione organizzata ha perso nel il 14,8% di copie vendute, mentre le librerie indipendenti segnano un +2,4%, dato positivo che da anni non si riscontrava. C’è da riflettere su cosa possa significare tutto ciò per un Salone che immancabilmente e palesemente ogni anno offre la massima considerazione ai grandi editori – ovvero ai padroni della distribuzione organizzata e ai diffusori dei tipici libri di essa, che con la letteratura autentica hanno sempre meno di che spartire, anche questo lo sapete bene – relegando nella “periferia” dei suoi padiglioni gli editori indipendenti, nonostante basti una rapida occhiata alle loro proposte per capire quanta ottima qualità vi sia tra di esse ovvero, appunto, quanta buona letteratura, se confrontata ai libroidi messi in bella evidenza dai grandi editori come fossero cellulari alla moda. Una buona cosa che il Salone del futuro dovrebbe cercare di conseguire, insomma, potrebbe proprio essere il riequilibrio tra la componente editoriale industriale e quella indipendente, ponendosi come ponte, come elemento di contatto e di “traduzione” delle rispettive esigenze commerciali e culturali al fine di trovare accordi virtuosi per entrambi. Dovrebbe tornare ad essere un’occasione strategica per tutto il settore editoriale, di analisi e di proposizione, di progettualità e di visioni future – ciò che, nel loro piccolo già dimostrano di fare i piccoli editori anche nell’ambito del Salone stesso.
Ora come ora, risulta evidente che un evento pur in grande stile come quello torinese non stia apportando significativi vantaggi al mondo di cui è rappresentanza. Personalmente credo che non ci sia molto da rallegrarsi nel sapere che anche quest’anno il Salone ha battuto il record di affluenza precedente registrando uno 0,7% in più di visitatori, se poi leggo che si è perso un ulteriore 4% di vendite librarie; preferirei senza alcun dubbio leggere dati opposti. Il circo nazionale del libro può certamente divertire e intrigare per quella singola giornata di visita nei suoi tendoni, ma se poi non lascia dietro di sé nulla di buono rischia realmente di trasformarsi da dilettevole spettacolo circense a futile teatrino di burattini – burattini capaci solo di vantarsi di quanti libri si è venduto senza curarsi di quali libri siano, di quanta cultura della lettura sappiano essi portare con sé e diffondere, e incapaci di capire se anche domani, e non solo oggi, vi saranno ancora motivi validi per quei loro vanti.
Dunque, per concludere: ma sì, ben venga il Salone, anno dopo anno, con tutto il suo carrozzone luccicante e un po’ kitsch; ma poi il libro e i lettori esistono anche nei restanti 360 giorni dell’anno. Non lo si dimentichi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Franco Perlotto, “Indio”

cop_IndioFranco Perlotto è una sorta di monumento vivente dell’alpinismo (e non solo) italiano (e non solo!). Ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, di chiacchierare amabilmente con un personaggio tanto modesto, quasi schivo, quanto immenso nell’animo, nello spirito e nella forza di volontà, e siccome avrei parecchie altre cose da dirgli, questa volta imposterò la mia “recensione” del suo romanzo Indio (Alpine Studio Editore, 2014, collana “Orizzonti”) in maniera un po’ diversa dal solito, confidando che mi perdonerete la sua insolita forma.

“Illustrissimo Franco, ho appena finito di leggere il tuo Indio, giusto ieri sera prima di coricarmi. Ti confesso che già da un po’ il volume stazionava sugli scaffali della mia biblioteca di casa, altre volte l’ho preso in mano per cominciare a leggerlo per poi optare per altri libri. Vuoi per riverenza estrema, vuoi perché per mille motivi dovevo leggere altro, e vuoi perché in questi casi si ha sempre il timore che un personaggio che si considera importante per certe cose, si riveli più trascurabile per altre, intaccando dunque ciò la suddetta considerazione. D’altro canto, ti avevo detto del dramma (beh, ironicamente dicendo) da me vissuto, ovvero di quella vecchia maglietta Think Pink a cui tenevo tanto e che non trovo più… Da ragazzino, all’età nella quale la usavo, bastava indossarla per sentirsi un po’ Franco Perlotto – anche se poi un secondo grado scarso su una paretina da ridere era sufficiente a mettermi in crisi! Insomma, un po’ per tutto questo ho caricato Indio (suo malgrado) di aspettative superiori all’ordinario, alle quali si è unito l’intrigante interesse verso la tua attività di cooperante internazionale, ovvero di conoscitore e frequentatore di popoli e culture di grandissimo fascino nonché lo spessore del tuo personaggio, di te stesso in quanto tale e anche al di là del tuo pur incredibile curriculum alpinistico, e di una vita dalla quale si potrebbero tranquillamente ricavare almeno una dozzina di film, metà dei quali pure di stampo hollywoodiano…

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Mikael Niemi, “L’uomo che morì come un salmone”

cop_uomo_salmoneIl paradiso in terra non esiste. Banale dirlo, ma quando poi si constata che anche quelle zone del pianeta unanimemente considerate tra le più avanzate, economicamente, civicamente, socialmente eccetera – tanto da risultare puntualmente ai primi posti delle classifiche con cui i vari istituti di ricerca rilevano tali peculiarità – hanno pure esse qualche scheletro nell’armadio, si resta inevitabilmente sconcertati. Che poi quell’armadio sia mantenuto chiuso da una situazione generale certamente migliore che altrove – in altri paesi si spalancherebbero in men che non si dica – è cosa certamente rimarcabile, d’altro canto non si può non riflettere – altrettanto banalmente tanto quanto realisticamente – che un certo benessere diffuso non basta per annullare elementi di scontro sociale potenzialmente pericolosi. Anche quando essi possano sembrare del tutto trascurabili, come il parlare nello stesso paese due lingue diverse, una nazionale e l’altra nazionalista, se così posso dire.
L’uomo che morì come un salmone, ultimo romanzo edito in Italia dello scrittore svedese Mikael Niemi (Iperborea, 2011, traduzione di Laura Cangemi; orig. Mannen som dog en lax, 2006) affronta proprio questa tematica e lo fa con cognizione di causa, dato che Niemi è parte di quella minoranza svedese di origine e idioma finnico separata dalla madre patria per motivi di guerre e relative spartizioni territoriali geopolitiche, e ambienta il suo romanzo proprio nella sua città natale, Pajala, sita all’estremo nord della Svezia.
Per trattare il tema suddetto, Niemi sceglie di miscelarlo in una vicenda di genere giallo/noir – ma non così simile al celeberrimo giallo scandinavo con il quale numerosi autori soprattutto svedesi sono diventati famosi – dalle tinte vagamente cupe…

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“Convenienze” linguistiche (Mikael Niemi dixit)

Dalla tesi di primo livello di Hugo Rantatalo, pubblicata dall’università di Umeå nel 1985 e intitolata “Ingiurie ed espressioni colorite in tornedaliano”, ho tratto la seguente citazione: “Da notare che il meänkieli dispone di sole tre parole per indicare la neve, contro le cinquantotto che definiscono il rapporto sessuale.”

(Mikael Niemi, L’uomo che morì come un salmone, Iperborea, 2011, traduzione di Laura Cangemi; orig. Mannen som dog en lax, 2006.)

Mikael Niemi
Mikael Niemi
Beh, mi viene da pensare che tale citazione è tratta da un romanzo ambientato nel Tornedalen, regione all’estremo Nord della Svezia a pochi passi dal Circolo Polare Artico, nella quale oltre a laghi, foreste, salmoni da pescare, renne da cacciare e alberi da tagliare non vi sia molto di più da fare…
In ogni caso, qui sul blog, trovate la recensione del romanzo suddetto, e forse con essa capirete meglio pure quella suggestiva citazione.