I programmi della RAI e il paese “disperato”

Premessa: “disperato” da interpretare (liberamente) come dis-perato, similmente a dis-arcionato ove “arcione” è sinonimo di sella: dunque disarcionato, caduto dalla sella/dal cavallo; disperato, caduto dal pero. Ecco: l’italiano è un popolo costantemente cadente dal pero, ergo disperato.

Posto ciò: suvvia, ma che accidenti viene detto di quel programma RAI nel quale si è disquisito sui buoni motivi per scegliere una donna dell’Est Europa, ora chiuso d’ufficio dai vertici dell’azienda radiotelevisiva nazionale?!? È (era) invece un programma perfetto, ovvero perfettamente consono e funzionale all’audience televisiva media contemporanea. Non era da chiudere, era da premiare per la capacità di intercettare e soddisfare al meglio il suo pubblico!

Sono sarcastico, sia chiaro, ma non ipocrita. Quanti programmi RAI, allora, sarebbero da chiudere perché diffondono simili idiozie degradanti qualsiasi buon concetto di cultura, oltre che di servizio pubblico? Quanti programmi televisivi in generale dovrebbero – ci sarebbe da dire “dovevano”, ma purtroppo il passato non si può cambiare – essere chiusi per come contribuiscano a diffondere il più letale analfabetismo funzionale su temi di interesse civico fondamentale? Vi pare logico, quantunque giustissimo e doveroso, che ci si fermi a sbraitare contro un programma che in fondo rappresenta una pagliuzza in un occhio nel quale da anni è conficcata una trave del tutto arrugginita? Sarebbe come lamentarsi delle tende sporche nelle cabine di una nave che sta affondando, ecco.

Ma in fondo la RAI di oggi, nei suoi canali generalisti, è veramente qualcosa di simile: una barcarola che per soddisfare le voglie più stupide (e sovente indotte, ma qui si apre un altro discorso infinito che ora è meglio non affrontare) dei naviganti a bordo, se ne frega ormai del tutto della rotta da seguire e per questo non rendendosi conto che tale rotta la porterà presto a sbattere contro gli scogli e a colare a picco. Già, lo ribadisco: a mio modo di vedere questa TV sta ormai morendo, ed è un gran bene che sia così – ne parla anche (di nuovo) Gennaro Pesante in questo ottimo articolo. E per caso sfortunato non morirà di sua iniziativa, sarà bene agevolare la cosa: allora sì, le proteste contro il programma in questione avranno portato a un risultato di reale valore culturale. E proficuo per il futuro di tutti, pubblico televisivo e non.

Pall… me a Milano

16681498_1107323689378697_369676847893763016_nNella foto qui sopra: una tipica giornata di nebbia in Piazza del Duomo, Milano, Lombardia.

Facezie a parte (?): facendo i complimenti a Starbucks per la riuscitissima trollata promozionale (tanto stolta quanto geniale sul serio, ancorché inutile – dopo vado a controllare se quando ha aperto il coffee bar di Johannesburg, Starbucks abbia finanziato la messa a dimora di, per dire, un tot di abeti bianchi, o qualcosa del genere), e peraltro concordando con quelli che ritengono uno spazio verde piantato a palme in Piazza Duomo a Milano una pseudo-esotica scempiaggine (con buona pace di chi ricorda che nell’Ottocento ci fossero già: errare è umano, perseverare è italiano, come si sa bene!), mi chiedo: ma tutti ‘sti focosi “difensori dell’identità urbana e culturale meneghina” dov’erano quando sono stati aperti – e presentati come tanti “giardini dell’Eden” creatori di “benessere” e “servizi” e “posti di lavoro” e blablablabla… – tutti quegli enormi, sconcertanti, spaventosi centri commerciali e i tanti altri non luoghi che infarciscono e deturpano l’hinterland di Milano forse più che in altre città italiane, e che stanno distruggendo – o forse ormai l’hanno già distrutto – tutto il tessuto sociale, commerciale, culturale, antropologico, identitario della periferia milanese, ammazzando la vitalità di tanti piccoli centri abitati divenuti niente più che quartieri-dormitorio della grande città metropolitana nei quali “vivono” (si fa per dire) le non persone che i suddetti luoghi del consumismo sfrenato e decontestualizzato contemporaneo generano? Dov’erano, eh? Dove sono?

In confronto a tutto ciò, quella sparuta dozzina di inutili palme ai piedi del regale amante della Bela Rosin pare anche più insulsa e ridicola di quanto già non sia di suo.

Centro Italia: una tragedia anche culturale (e anche dello Stato)

amatrice-nun-auch-noch-unter-schnee-begrabenLa terribile serie di eventi catastrofici naturali che ormai da qualche mese colpisce il centro Italia con sconcertante frequenza, sta soprattutto mettendo in ginocchio borghi, genti, attività e comunità di Montagna ovvero quelle zone oggi frequentemente e convenzionalmente definite “aree interne” – evidenza in merito alla quale sono particolarmente sensibile, in qualità di “coordinatore” della community ALTA VITA (sul cui sito troverete questo stesso articolo). Il che rende tale serie catastrofica ancora più grave e letale, rendendo urgente e pressante ogni azione possibile al fine di migliorare la condizione delle zone colpite. Il che, pure, rende più esecrabili le mancanze dello Stato il quale, a fronte dell’attività preziosa e lodevole di alcune entità operative istituzionali e di tanti volontari, ancora una volta come in passato pare non essere presente – come facevano credere le solite altisonanti promesse politiche.

Per quanto riguarda noi tutti in quanto società civile, sarebbe finalmente ora di passare da una solidarietà nazionale passiva a una attiva, a favore (in ogni modo possa esserlo) delle popolazioni in difficoltà tanto quanto – per necessario e fermo senso civico – contro quelle parti di Stato che non stanno facendo nulla, così non solo non aiutando le popolazioni ma pure peggiorando la loro situazione giorno dopo giorno.

Sono ottime le parole espresse sul tema da Pier Luigi Sacco, uno dei maggiori esperti italiani di “cose culturali”, che traggo dalla sua pagina facebook e che vi invito a leggere e meditare – perché alla fine, di nuovo anche qui, è una questione di cultura, mancante da un lato (inutile dire quale sia) e da preservare, salvaguardare, rivalorizzare e accrescere sempre più dall’altro:

Se vogliamo che questi territori (e le persone che li abitano) sopravvivano, occorre un salto di qualità sostanziale e permanente delle politiche territoriali per le aree interne. E questo vuol dire passare in primo luogo dall’intervento limitato all’emergenza post-tragedia alla prevenzione e all’infrastrutturazione, non solo materiale ma sociale e cognitiva. E soprattutto basta con il facile pietismo post-tragedia seguito dalla totale dimenticanza e indifferenza, come è accaduto, malgrado le belle parole, ancora una volta fino a due giorni fa. Poche cose come queste inducono gli abitanti alla disperazione e alimentano il senso di abbandono. Se questi territori non fossero stati lasciati soli ancora una volta, forse la dimensione di quest’ultima tragedia sarebbe stata meno devastante.

La regola aurea

Comunque, in fin dei conti e al di là delle tante parole spese in un senso o nell’altro, l’antica regola aurea è stata nuovamente rispettata:

“Ogni popolo ha i governanti che si merita, ogni governante è emblema del popolo che lo elegge.”

Come disse un tempo il grande Dino Risi (uno che di commedie ne sapeva più di chiunque altro):

Un tale, accortosi che i cretini erano la maggioranza, pensò di fondare il Partito dei Cretini. Ma nessuno lo seguì. Allora cambiò nome al partito e lo chiamò Partito degli Intelligenti. E tutti i cretini lo seguirono.

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Sull’estinzione del “ribelle” nell’era contemporanea

14142036_10153995442978165_7214674882369903251_nAl di là dell’arguta ironia musical-smartphonica che presenta, quest’immagine (ovviamente scovata sul web) mi ha suscitato una certa riflessione (inevitabile e ineluttabile?) sul tempo presente e sullo stato di noi che lo viviamo e determiniamo.
Rappresenta, l’immagine, due “simboli” che in un ordinario immaginario collettivo (un po’ dilatato nel tempo, magari) rappresentano cose del tutto antitetiche: i punk (o meglio i “figli” – quasi i nipoti, ormai – degli originali!) dunque la ribellione sociale moderna per eccellenza, e i telefonini, cioè il massimo (o quasi) del conformismo consumista contemporaneo.
Ora: al di là che, cosa ovvia, non c’è nulla di male che dei punk di oggi utilizzino uno smartphone – ormai sempre meno status symbol e sempre più oggetto di quotidiana utilità (o di assai futile e stupido impiego, ma lasciamo stare…) – questo casuale accostamento dei suddetti concetti di “ribellione” e di “conformismo/sottomissione” (alle “regole” della nostra post-moderna società consumistica) mi fa chiedere: ma oggi, esistono o possono esistere ancora i “ribelli”? E, ribadisco, intendo il termine così come lo intendevano i punk originari degli anni ’70, quelli il cui motto fondamentale era “fuck the system!”, che si opponevano a tutto ciò che fosse emanazione del sistema di potere vigente mirando ad una forma di esasperata anarchia nichilista nella quale, a prescindere dai piccoli o grandi estremismi presenti, si poteva riscontrare una fonte pura di autentica energia ribelle, di opposizione vera e non di facciata, di rifiuto totale delle regole imposte e non di semplice “antagonismo” – il quale di frequente non è che una forma di protesta assolutamente funzionale e necessaria al sistema apparentemente avversato.
Insomma: si può essere ancora veri ribelli, oggi? Oppure la contemporanea società liquida, così straripante di non realtànon luoghi, non idee, non culture, non individui – ha imposto una onnipotente condizione vitale in grado di soffocare e spegnere sul nascere qualsiasi moto – più o meno culturale, sociale, politico, eccetera – di segno contrario? Inoltre, come è stato per il movimento punk – probabilmente l’ultimo grande moto di controcultura popolare internazionale apparso nella storia, capace tutt’oggi di palesare la sua influenza su molte cose, anche se a volte in modo omologato e (paradossalmente) conformista – una tale capacità di ribellione, se esiste, può essere in grado di rendersi visibile e lasciare tracce evidenti della sua azione, oppure resta sostanzialmente confinata alle iniziative del singolo ovvero a sporadici e trascurabili episodi collettivi?
Probabilmente intuirete, dal modo in cui ho posto tali domande, che le personali risposte ad esse tendono alla negazione (peraltro atteggiamento molto punk, quello “negative”!). Già, perché temo che, appunto, una delle più eclatanti vittorie che stia ottenendo il sistema in cui (e con cui) la nostra parte di mondo vive sia proprio quella di saper annullare in modo rapido, scaltro e incisivo qualsivoglia elemento di disturbo, soprattutto ove questi risulti del tutto giustificato, nel proprio moto di ribellione, alla realtà dei fatti. La passione che sovente molte persone manifestano per certe buone cause – bellissima e preziosa, sia chiaro – non ha i crismi della ribellione in senso “punk” ovvero originario: non esce dal recinto del sistema, semmai cerca di spostarne i paletti o variarne la forma. Questione di atteggiamento, senza dubbio (il nichilismo iconoclasta punk non è certamente un modus vivendi così condivisibile da tutti!) ma pure, io temo, di perdita d’un certo nerbo indocile e potenzialmente eversivo che noi uomini d’oggi non abbiamo più, almeno in questo momento storico. Colpa del benessere diffuso, della perdita di valori, di senso civico o di consapevolezza politica, della strategia di depressione culturale così ben diffusa dai media nazional-popolari o più semplicemente di imperante apatia ovvero di qualsiasi altra cosa possibile e immaginabile… beh, fatto sta che di cosa sia la “ribellione” – al di là, ribadisco, di peculiari esperienze individuali e piuttosto solinghe – credo ce ne siamo dimenticati.
Magari, dirà qualcuno, è meglio così. Magari no, penso io. Diceva Camus: “Cos’è un ribelle? Un uomo che dice no.” Oggi, invece, ci fanno dire “sì” anche quando non vogliamo o non sappiamo cosa comporterà: è la società sempre più liquida, e quando sei immerso in un liquido non serve a nulla dire o pure urlare “no!” pensando così di non bagnarti o, peggio, di non affogare!