L’autunno dentro

Il bello dell’autunno, e di vivere i suoi momenti, è che a volte ti dà una sensazione come quando fuori tira un vento freddo e ti ripari in una baita entro la quale il fuoco che danza e crepita in un bel caminetto diffonde un gradevole tepore e una delicata ma vivace luminosità. Solo che il tepore e la luce te li fa percepire dentro quando sei all’aperto – ad esempio di fronte a visioni come quella lì sopra, nella placida quiete d’un pomeriggio montano.

P.S.: sì, quest’anno mi sento particolarmente affine all’autunno e mi viene da scriverne spesso. Chissà perché.

Mattino e pomeriggio (d’autunno)

[A sinistra: Grigori Grigorjewitsch Mjassojedov, Mattino d’autunno, olio su tela, 1893. A destra, Alessia Scaglia, Pomeriggio d’autunno, fotografia digitale, 2020. Cliccateci sopra per ingrandire.]

In autunno tutto ci ricorda il crepuscolo, – e tuttavia, mi sembra la stagione più bella: volesse il cielo allora, quando io vivrò il mio crepuscolo, che ci debba essere qualcuno che allora mi ami come io ho amato l’autunno.

(Sören Kierkegaard, Aforismi e pensieri, a cura di Massimo Baldini, traduzione di Silvia Giulietti, Tascabili Economici Newton, Roma, 1995, pag.40.)

Ovvero: qualsiasi sia l’epoca, l’immaginario culturale, la visione, la percezione, il media o l’ora del giorno, il fascino dell’autunno resta qualcosa di profondo e ammaliante come poche altre cose.

Con l’arte ci vuol pazienza

«Buonasera avvocato, oh scusi, professore».
«Salute».
«Già che la vedo mi permetto di chiederle che cosa pensa di queste sculture. Il posto è bello nevvero?»
«Bello, si, molto. Non tutte son brutte».
«Ma venga qua, mi dica lei che se n’intende, guardi quella roba lì, quel sasso lì. C’è scritto Maternità. Io sarò un tarlucco qualsiasi, ma dico: dov’è la maternità? Mi aiuti lei a vederla».
«A dir la verità non la vedo tanto neanch’io. Ma forse tra un po’. Ci vuol pazienza con l’arte».
«Se è cosi vado in pace. Arrivederci avvocato, eh, professore».
«Arrivederci».
Le sculture stavano nel verde ritrovato e quasi magico di Piazza del Sole, a Bellinzona. All’aperto, dunque, per cui l’autore della Maternità, nel timore che gliela rubassero, di notte se la portava a casa, lasciando nel prato il solo piedistallo, di buona pietra, ben squadrato, un bel ceppo materno.

(Giorgio OrelliPomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.54. Cliccate sull’immagine per leggere la personale “recensione” al libro.)

Giorgio Orelli, “Pomeriggio Bellinzonese e altre prose”

Dico una banalità, ma passatemela: ogni autore letterario, scrittore, poeta o altro che sia, ha un “luogo del cuore” il quale, nel suo caso, è tale anche rappresentando un paesaggio d’ispirazione, di riferimento, una scenografia potenziale che prima o poi finirà in qualche opera, riconoscibile oppure no. Certo, è una cosa ovvia – l’ho rimarcato fin da subito, infatti – ma, sapendo andare oltre tale ovvietà, si entra in un ambito assolutamente affascinante e intrigante, quello della (per così dire) trasfigurazione letteraria del luogo suddetto, che nelle parole e nelle narrazioni dell’autore può veramente diventare un posto “surreale”, nel senso che «supera, che oltrepassa la dimensione della realtà sensibile» – per citare proprio la definizione del termine.
È quanto accade a Bellinzona, la piccola città capitale del Cantone Ticino, in Svizzera, nei testi e nelle parole di Giorgio Orelli in Pomeriggio Bellinzonese e altre prose (Edizioni Casagrande, 2017, a cura di Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi), libricino nel quale l’editore ticinese, che ha sede proprio a Bellinzona, raccoglie cinque testi di Orelli (per la cronaca cugino dell’altro Orelli scrittore ticinese, Giovanni) dedicati in vario modo alla città e alla sua gente. Di Orelli è assai nota e apprezzata la produzione poetica, definita post-ermetica e assai vicina alla tradizione novecentesca lombarda, ma l’autore elvetico fu pure etichettato come “toscano del Ticino”, a rimarcare la notevole raffinatezza e la musicalità dei suoi testi []

(Leggete la recensione completa di Pomeriggio bellinzonese e altre prose cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Appuntamenti mancati (dal dentista)

Ma dovevo andare dal dentista io! È la seconda volta che me ne dimentico. Cribbio, mi secca. Quando ho deposto l’orologio in una scarpa accanto agli abiti ce l’avevo ancora in testa. Mi secca, cribbio. Tanto più che il dentista s’arrabbia, e non ha tutti i torti, anche se con me bisogna dire che per solito è d’una cortesia straordinaria e mi parla persino di Schiller e di politica. Domani è giovedì, non c’è, lavora in un’altra borgata, dentro a bocche più rustiche e neglette, di montanari. Quando non lo sapevo mi è naturalmente capitato di farmi vivo un pomeriggio di giovedì, ho suonato il campanello, non iroso, dléndlen, trocheo, e mi ha aperto la donna delle pulizie, bergamasca della Val Cavallina, abbiamo conversato nel suo dialetto.

(Giorgio Orelli, Pomeriggio Bellinzonese e altre prose, Edizioni Casagrande, 2017, pag.35.)