Il pensare appaga, ma non è pagato (Giorgio Gaber dixit)

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV)

Gaber, “sinonimo” di pensiero. Nel senso più alto del vocabolo, più intenso e sagace. Perché il pensiero tanto più è “alto e “sagace” quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato.

Un pallone da calcio gonfio di idiozie

Comunque, a mio parere, tutto questo sovraccaricare il giuoco del pallone, anche nella sua recente veste mondiale – anzi, al contrario: nonostante la sua recente veste mondiale e dunque olimpicamente sportiva come non mai, nel senso autentico e più alto del termine –  di strumentalizzazioni pseudo-politiche e ideologiche d’ogni genere e sorta, di nazionalismi più o meno spinti assai diversi dal tifo ordinario, di speculazioni sovraniste e mondialiste, razziali e razziste, di ulteriori stupidaggini ben lontane dai classici sfottò e che non c’entrino nulla col fatto che, molto semplicemente, ci siano solo giocatori (e squadre) forti dunque vincenti e giocatori (squadre) meno forti ovvero perdenti – unica distinzione possibile, in una competizione sportiva (eppoi, come se il calcio non fosse già tremendamente strumentalizzato e deviato dal suo dover essere solo un gioco sportivo!) – credo renda molto bene l’idea della drammatica regressione culturale che in certi ambiti sta subendo la società in cui tutti quanti viviamo.

Non è la prima volta che accade: già in altre circostanze lo sport è stato utilizzato per cretinerie (non) politiche del genere; ed è pure accaduto che quelle circostanze fossero prodromiche a cose ben peggiori. Poi uno pensa: beh, siamo nel 2018, mica potranno accadere ancora quelle cose!
Già, ma per gli idioti il tempo va spesso al contrario, purtroppo.

Il Sottosegretario ai Mali Culturali

Ora, tutti a polemizzare contro il neoeletto Sottosegretario ai Beni Culturali perché, nonostante la carica acquisita è da tre anni che non legge un libro – per sua stessa ammissione, vedi qui.

Be’, io invece non ci trovo nulla di sbagliato o di incongruo in ciò – peraltro a dimostrazione del fato che non voglia dare dell’accaduto alcuna lettura politica (ovvero partitica) di parte, anzi, l’esatto opposto (il principio infatti è valido per tutti, come la cronaca insegna). Insomma, voglio dire: una persona che ammette candidamente di non leggere libri, evidentemente non ritenendoli così importanti per la propria formazione culturale e intellettuale*, che altro può andare a fare, in Italia, se non il politico? Eh, mica penserete che per governare al meglio un paese – ovvero una società civile – possa servire la cultura umanistica! Vorrete mica che un politico meriti di fare una brillante carriera parlamentare fino alle massime cariche istituzionali leggendo i libri! Suvvia, dove vivete? Nel 2500 su Saturno?

Ecco.

Benvenuti in ItaGlia, culla mondiale della cultur… no, pardon, mi sbagliavo.

*: e quando chi dichiari ciò sostenga pure di non aver tempo di leggere per svago dacché “legge solo cose di lavoro” in verità aggrava la sua posizione e palesa un atteggiamento snobistico e spocchioso (avete presente quelli che «Non mi rompere, IO lavoro, mica come te che hai tempo da perdere a leggere libri!»), come se la letteratura “di svago” non possa essere, coi grandi capolavori letterari del passato e del presente, formativa anche per la vita professionale oltre che, appunto, per l’intelletto e lo spirito. Per carità!

Comandare/ubbidire/comandare (Robert Walser dixit)

Un sottufficiale, come ben si sa, vuole che le facce dei suoi uomini siano ingrugnate e accigliate come la sua, è questo che gli sta bene, dato che di solito ha un fondo di umorismo. Parlando sul serio: quelli che ubbidiscono sono per lo più la copia perfetta di quelli che comandano.

(Robert Walser, Jakob von Gunten, Adelphi, 1970-1991. 1a ed.orig. 1909.)

Come chi l’ha letto saprà, la vicenda narrata nel romanzo di Walser si svolge all’interno dell’Istituto Benjamenta, un luogo dove alcuni ragazzi imparano a servire, in un’atmosfera sospesa tra reale e possibile in cui ugualmente risulta indefinibile lo stato dei ragazzi, tra tortura e felicità – o forse tra l’una fatta credere come l’altra, grazie a quella particolare sospensione quotidiana, e viceversa.
Un luogo, insomma, narrato dal grande scrittore svizzero più di un secolo fa ma assolutamente emblematico per il nostro presente, non trovate?
In effetti, quella citazione di Walser pare anche un modo alternativo per formulare quella solita verità, “ogni popolo ha i governanti che si merita” ovvero, ogni popolo non può che finire sottomesso a (o da) certi governanti, inevitabilmente. E la cosa sarebbe pure umoristica, divertente, ridicola, come sottolinea Walser, se lo storia non ci insegnasse che, prima, è così tremendamente tragica. Già.

P.S.: in questo bellissimo articolo, Giuseppe Genna disquisisce della peculiare scrittura di Walser, “apparentemente lineare e implicitamente eversiva e compattissima“. Molto interessante, per capire ancora meglio Walser come necessariamente merita.

 

Un “potere forte” per l’Italia (ma non “per” gli italiani)

Sì, a pensarci bene forse hanno ragione, per certi aspetti, quelli che sostengono che qui ci vorrebbe qualcosa di politicamente forte, sia essa una dittatura o che altro. Ma non “per” gli italiani, semmai contro gli italiani. Contro il loro ormai cronico svacco civico, contro la loro pressoché totale mancanza di consapevolezza sociale, di coscienza culturale e di senso comunitario solidale, contro la pervicace coltivazione delle più becere ignoranze, maleducazioni, volgarità. Qualcuno o qualcosa che li rimetta in riga come dovrebbe essere in riga – civica, sociale, culturale – ogni paese realmente evoluto e avanzato, qualcuno che non persegua chi la pensa diversamente ma chi pensa in maniera totalmente conformista, chi dimostri di non avere capacità critica, libertà di pensiero, di giudizio, di discernimento delle cose della realtà quotidiana, qualcuno che punisca con consona pena ogni grave mancanza di civiltà e di buon senso.
Non più “prima gli italiani” tout court, semmai prima gli italiani che meritano di esserlo in base a ciò che l’Italia potrebbe e dovrebbe essere: uno dei paesi culturalmente più ricchi (in senso materiale e immateriale) e avanzati, capace da questo punto di vista di essere modello e guida per l’intero pianeta. Non quel paesello ridicolo, miserrimo e grottesco, bigotto e moralista, degradato e dissestato, senza speranza d’alcun buon futuro che oggi è.
Perché le vere “emergenze” (per usare un termine tanto di moda, di questi tempi), in un posto come l’Italia contemporanea, non vengono affatto da fuori il paese ma sono dentro il paese. Ovvero sono il paese, per molti aspetti: e, come emergenza delle “emergenze”, è il paese per primo a non rendersene conto – o che viene ridotto a non saper esserne consapevole.

Come dite? In questo modo dovrebbero essere perseguiti buona parte degli italiani? Embé, che problema c’è? Ci sarà più spazio (geografico e civico, sì) per gli altri cittadini più virtuosi o per chiunque altro abbia veramente a cuore il destino dell’Italia: e – ribadisco, se non lo si fosse ancora capito – a mio modo di vedere molti, troppi italiani non ce l’hanno affatto.

(Sì, quello nella foto lì sopra è il Guicciardini. Non a caso, ovviamente.)