Le riviste delle avanguardie del ‘900 in download gratuito (ovvero: non ci sono solo idiozie, sul web!)

Ok, ok: il web, soprattutto per “merito” dei social, oggi è di frequente un ammasso di cretinaggini di livello assoluto. Ma, d’altro canto, la rete è pure e sempre più una miniera di tesori culturali fenomenali a disposizione gratuita di tutti, grazie a progetti di origine pubblica o privata veramente illuminati.

Ad esempio, il Blue Mountain Project dell’Università di Princeton mette a disposizione in free download numerose riviste delle avanguardie artistiche di inizio Novecento – Dada, Surrealismo, Futurismo, e così via. Opere di importanza storica e fascino infinito, i cui nomi magari oggi non diranno granché – 291Broom: An International Magazine of the ArtsPanPoesia: rassegna internazionaleVer sacrum: Organ der Vereinigung Bildener Künstler Österreichs – ma basta leggere i nomi di chi vi scriveva e rapidamente spuntano personaggi come Guillaume Apollinaire, André Malraux, Antonin Artaud, Paul Éluard, Alfred Jarry, Erik Satie, James Joyce, W.B.Yeats, Tristan Tzara ovvero, tra gli italiani, Filippo Tommaso Marinetti, Corrado Govoni, Fortunato Depero, Luigi Russolo, Giacomo Balla, Enrico Prampolini… Roba da urlo, senza alcun dubbio!

Segnalo, tra le altre riviste scaricabili, l’italiana e celeberrima Poesia, pubblicata dal febbraio 1905 da Marinetti e considerata una delle prime manifestazioni artistico-culturali del nascente movimento futurista, mentre oggi è una vera e propria bibbia per qualsiasi appassionato di scrittura poetica moderna e contemporanea.

Insomma: leggetene e scaricatene tutti!

P.S.: fonte originaria per l’articolo, qui.

Il lavoro è un sentiero, una roccia o il ghiaccio vivo (Francesco Nex dixit)

Nato il 6 luglio 1921 a Mattão, in Brasile, ma di famiglia genuinamente valdostana e di prestigiosa tradizione artistica (il padre, Francesco Antonio Nex, emigrò in Brasile nel 1895 ed era figlio del professor Francois Nex, originario di Doues, e di Marianna Artari, discendente da una famiglia di artisti con secoli di storia alle spalle: ne sono un esempio le opere realizzate nelle stanze di Clandon Park a Londra e nel palazzo reale di San Pietroburgo), Francesco Nex è uno di quegli artisti la cui notorietà è inversamente proporzionale alla bellezza delle sue opere. Nella sua carriera ha saputo ottenere eccellenti risultati con ogni tipo di materiale: dalla ceramica al rame, dal cuoio al ferro. Le maggiori soddisfazioni gli sono però arrivate dai coloratissimi “racconti figurati” su seta, allegoria della commedia umana, ambientati in un’atmosfera quasi stupefatta a metà tra favola e realtà. Così diceva Nex in merito alla sua arte: «Nei miei quadri mi piaceva raccontare me stesso e i miei “desaforo”, una parola portoghese che esprime un insieme di scontento, delusione e disamoramento per un mondo che non mi piaceva e che, almeno nei miei quadri, cambiavo.»

Nex è morto nella sua Aosta il 25 dicembre 2013.
Nel sito francesconex.it potete conoscere molto di più sull’artista e sulle sue opere.

P.S.: seppur ne dica di Nex, qui, per via della bella citazione contenuta nell’immagine in testa al post (per la quale devo ringraziare Eliselle), trovo suggestivo dirne proprio oggi insieme ad un altro prestigioso valdostano contemporaneo, Claudio Morandini, del quale – avrete visto – vi ho detto stamani, raccontandovi peraltro delle stesse montagne.

Dario Fo

dario-foQuand’ero piccolino me lo ricordo in TV, Dario Fo, col suo fenomenale grammelot e le sue movenze giullaresche che mi facevano ridere un sacco, anche se ovviamente non capivo pressoché nulla di quanto recitasse. E mi ricordo quanto si divertissero pure i miei nonostante con ferrea precisione, nel clima d’allora di dominanza ideologica democristiana (vuota e ipocrita, ma tant’è), ogni volta che apparisse in televisione non mancavano di ricordare che fosse “un comunista”: termine che ovviamente a me inquietava non poco – o meglio, ero stato educato a inquietarmene, vedi sopra – senza che capissi il perché.
Era come se già a quei tempi percepissi lo sconfinato talento teatrale di Fo, la capacità unica di tenere il palco con grandissima arte – nel senso più pieno e ampio del termine – che rendeva ogni sua cosa gradevole quando non fenomenale, vuoi anche per quel suo garbo signorile, nobile, quasi aristocratico – termini apparentemente lontani e opposti rispetto al suo attivismo politico ma che Fo rese peculiari sul palcoscenico e nella vita pubblica ordinaria. Anche quando, nei suoi spettacoli, sferzava i potenti con inimitabile causticità – senza tuttavia mai discostarsi dell’elemento fondamentale del suo teatro: il riso, la risata che tutti seppellisce e soprattutto chi non sa ridere (o non sa più farlo).
Ecco, appunto: il suo attivismo politico, che lo ha reso personaggio adulato da tanti e odiato da molti altri. Da indipendente a qualsivoglia parte politica quale sono, e da cultore della politica nella sua essenza originaria, non mi viene di etichettare l’attivismo politico (quello vero, appunto) con le solite due parti dell’ideologia relativa dominante, ma in cose civicamente assennate o meno (il che significa pure oneste ovvero ipocrite) e, poi, personalmente condivisibili o no. Delle tante iniziative politiche e politicamente schierate di Dario Fo, ne ho trovate molte condivisibili e molte altre contestabili; tuttavia tale scelta, in senso generale, dipende sempre anche dal fautore di quelle iniziative, dal suo spessore umano, dal prestigio culturale (che, sia chiaro, non dipende dalla vincita di un qualsiasi riconoscimento, Nobel incluso, nel suo caso meritatissimo), dall’intelligenza che si coglie dietro di esse – ribadisco, che siano condivisibili o meno. Bene, credo che, da questo punto di vista, la grandezza di Dario Fo sia stata anche quella di rendere assolutamente legittimo il suo attivismo politico, pure quando verso di esso ci si sentisse del tutto contrari ovvero quando per ciò che sosteneva faceva incazzare. In fondo era proprio quello che voleva ottenere, mi viene da pensare: sferzare la mente e l’animo, costringerli a reagire, imporre loro l’obbligo di pensare ed esprimersi, a favore o contro. Esattamente come ha sempre fatto sul palcoscenico, con opere forse a volte (per qualcuno) discutibili ma sempre forti, intense, caustiche e mai banali. Da buon giullare di corte, insomma, perfettamente capace di assolvere il proprio compito di irridere chiunque e, al contempo, di far passare tra le risate il proprio messaggio forte e chiaro. Una “corte” che nel frattempo è decaduta e s’è disintegrata, svelando il vero volto del potere ovvero il suo sostanziale nulla. Ciò che invece la risata non sarà mai, perché il riso dona a chi lo esercita e a chi ne gode un potere reale e talmente forte che mai nessuno potrà sconfiggere realmente.
Tutto il resto che sto leggendo in queste ore di primo commiato, in tutta sincerità, lo trovo sovente stucchevole e scomposto: di esso, ora, non mi interessa nulla.

Visitando “Don’t shoot the painter”, alla GAM di Milano fino al 04/10

logomostraDa tempo coltivo la convinzione (per quanto possa contare) che, nell’ambito della produzione artistica contemporanea, la pittura abbia perso lo scettro di disciplina fondamentale e maggiormente rappresentativa, e si sia infilata in un pantano dal quale quelli che ne sanno uscire si possono contare sulle dita di una mano, forse due, non di più. E’ una convinzione in realtà suffragata dal giudizio, ben più competente del mio, di amici rinomati galleristi: passata l’onda rivoluzionaria e potenzialmente rinnovatrice delle ultime avanguardie, intorno agli anni ’80/’90, la pittura ha preso ad arrotarsi su sé stessa, a riprodurre cose già fatte, a non riuscire più a concepire vie espressive ancora capaci di sorprendere e di intrigare – sto ragionando in meri termini estetici e artistici, non certo commerciali, anche se pure da questo punto di vista è assai scarsa la produzione pittorica odierna che riesca a suscitare interesse e discussione, negli ambiti artistici in cui viene considerata.
Per questo ho voluto visitare Don’t Shoot the painter, la mostra di oltre 100 opere pittoriche provenienti dalla UBS Art Collection e presentata dalla Galleria d’Arte Moderna di Milano con la cura di Francesco Bonami. Una collezione di (quasi) sola pittura, appunto, spaziante dagli anni ’60 ai giorni nostri (anzi, la maggioranza delle opere è contemporanea e parecchio recente) con lavori di ben 91 artisti, tra mostri sacri – John Baldessari, Jean-Michel Basquiat, Sandro Chia, Enzo Cucchi, Damien Hirst, Gerhard Richter – e nomi nuovi ma sovente già ben quotati. Una buona “fotografia” (termine non casuale, capirete più avanti perché) , insomma, della produzione pittorica contemporanea, che anche grazie al filo rosso intessuto da Bonami è in grado di resocontare efficacemente cosa sia la pittura, oggi, e dove stia andando.

Bonami, da quel sagace e intelligente curatore (nonché intenditore d’arte, aggiungerei) che è, fin dal titolo pare abbia voluto sottolineare la posizione precaria del pittore contemporaneo – ribadisco, al di là delle eventuali quotazioni spuntate dalle opere sul mercato: “non sparate al pittore!”, invoca Bonami così come si invocava di non sparare al pianista nel Far West… In fondo, il pianista era l’unico a poter allietare la gente presente in un ambito altrimenti parecchio turbolento e frequentato da individui dal grilletto facile; ugualmente, appunto, il pittore oggi cerca di difendere coi denti il buon nome del media artistico-espressivo scelto, in un mercato nel quale invece altre espressività artistiche come la fotografia, ad esempio, in qualche modo antitetica rispetto alla pittura e fino a qualche anno fa nemmeno considerata “arte”, sta vivendo un periodo d’oro, oppure l’installazione più o meno elaborata e più o meno attinente alla scultura, a sua volta ben più diffusa nei musei e nelle gallerie d’avanguardia rispetto alle tele.
Così, in una esposizione che gode di un’allestimento ben riuscito e – non a caso, di nuovo – ispirato proprio alla fotografia, con le opere presentate su pannelli fotografici desaturati e di tono cromatico neutro rappresentanti le sale della GAM “al naturale”, senza le opere della mostra (per di più pure la prima opera del percorso espositivo, all’ingresso, è una fotografia: prova che Bonami sa bene del dualismo ormai in essere tra le due principali discipline di rappresentazione della realtà e non vi sfugge), ho potuto personalmente cercare di confutare quella convinzione di cui vi ho detto in principio del presente articolo, o meglio, ho fatto in modo che la mostra potesse contraddire e ribattere alla mia idea.
Beh, non ce l’ha fatta, la mostra, a farmi cambiare idea. No, perché nella maggioranza delle opere – belle, sia chiaro, alcune veramente notevoli al di là della firma e della celebrità degli autori – non mi è parso di denotare quello che a mio parere servirebbe alla pittura contemporanea per risollevare le proprie sorti, ovvero quella creatività, quel guizzo d’ingegno, quell’estro espressivo più che tecnico e, soprattutto, quella fondamentale capacità di non riprodurre ciò che è già stato fatto per instillare nel visitatore la più basilare e immediatamente intrigante curiosità. Vi dico che per bizzarro paradosso, in base all’accostamento delle opere tra le quali era inserito, mi è sembrato di poter rivalutare Damien Hirst con uno dei suoi Pharmaceutical Paintings, che spesso ho ritenuto di valore assai discutibile e che invece lì m’è parso più originale e innovativo di molti altri lavori.
Tuttavia, in fondo, sto soltanto esponendo una posizione personale di matrice critica, che non inficia affatto il giudizio sulla qualità dell’esposizione in sé e del lavoro svolto da Bonami (anche sulla sua figura di curatore si potrebbe disquisire a lungo: non è il caso di farlo qui e semmai lo farò in altro momento, anche se devo dire che, in tal caso, il suo lavoro è stato ottimo). Ribadisco, dunque: Don’t shoot the painter è una mostra veramente bella, il cui unico difetto, in fondo, è che risulta fin troppo limitata e di breve durata per un appassionato d’arte verace come lo scrivente. Bella e quindi da visitare, perché potrebbe ben essere che chiunque la pensi in modo opposto a me circa lo stato della pittura contemporanea in essa possa trovare motivo di ancor maggiore convincimento in proposito. A ben vedere, l’arte contemporanea è proprio questo: creare vitalità di pensiero, dinamismo intellettuale, discussione e confronto. Il giorno che l’arte conseguirà il consenso unanime e indiscutibile, sarà veramente giunta alla fine dei suoi giorni.

P.S.: le immagini della galleria sono di mia produzione smartphonica, dunque perdonate la opinabilissima qualità!