Roghi fortunatamente spenti a Parigi, e roghi irreversibilmente ardenti altrove

La vicenda del rogo di Notre-Dame a Parigi ha dimostrato una volta ancora – “grazie” ai media, tradizionali e web – una realtà ormai lampante, e spaventosa. Le fiamme che hanno bruciato la cattedrale parigina sono state spente, la struttura è danneggiata seriamente ma si è salvata, la ricostruzione fortunatamente potrà avvenire e farà tornare Notre-Dame all’antico splendore.

Il rogo che invece brucia le menti di troppe persone, le cui fiamme si sono ben “viste” – ovvero lette – un po’ ovunque sui media suddetti, ha ormai causato danni irreversibili, e la ricostruzione – intellettuale e culturale – temo sia ormai impossibile. Se non partendo da una tabula rasa rigorosa e radicale. Sempre culturalmente parlando, certo.

Tempus edax, homo edacior

Albert Lebourg, “Notre Dame de Paris et La Seine”, 1895 circa.

La chiesa di Notre-Dame de Paris è senza dubbio un edificio maestoso e sublime. Ma, pur bello come è stato preservato nell’invecchiamento, è difficile non sospirare, se non indignarsi, davanti alle innumerevoli degradazioni e mutilazioni che il tempo e gli uomini hanno fatto soffrire al monumento venerabile, senza rispetto per Carlo Magno, che pose la sua prima pietra, o per Filippo Augusto, che ha posato l’ultima.
Sulla faccia di questa regina invecchiata delle nostre cattedrali, a lato di una ruga, si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior; che dovrei essere lieto di tradurre così: il tempo è cieco, l’uomo è stupido.

(Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, Libro 3, cap.1, Notre-Dame.)

“Surrealismo Svizzera”, Lugano

Da un lato, uno dei movimenti artistici e letterari fondamentali nel Novecento, tra i più innovativi al punto da rappresentare un’evidente influenza anche ai giorni nostri; dall’altro lato, un paese che, nonostante un consolidato immaginario fatto di Heidi, formaggio, orologi e cioccolato, è stato per buona parte del secolo scorso un crocevia di artisti, intellettuali, pensatori avanguardisti e rivoluzionari. Surrealismo e Svizzera, certamente: il MASI – Museo d’Arte della Svizzera Italiana di Lugano, confermando la propria intrigante intraprendenza nel proporre esposizioni artistiche non meramente “estetiche” ma sempre in grado di offrire narrazioni insolite e alquanto interessanti, mette insieme i suddetti due elementi fin dal titolo di una mostra, Surrealismo Svizzera, appunto, che indaga la presenza e l’influenza del movimento e del pensiero surrealista nella Confederazione e ne espone un’ampia e significativa produzione che va principalmente dagli anni ’30 ai ’50 del Novecento.

Così, in mezzo a nomi celeberrimi dell’arte di quel tempo di cittadinanza svizzera o attivi nel paese, parte integrante del movimento surrealista ovvero ispiratori e ispirati come Hans Arp, Alberto Giacometti o Paul Klee, tra le oltre 100 opere esposte si entra in contatto con artisti meno conosciuti ma autori di lavori notevolissimi e non di rado alquanto particolari, come Kurt Seligman, Gérard Vuillamy, Walter Kurt Wiemken o Werner Schaad. Se nelle opere è palese la presenza delle tematiche e dei dettami fondamentali del Surrealismo, altrettanto vivida è la percezione di una particolare identità elvetica surrealista, scaturente da una comunità artistica piuttosto uniforme e compatta, anche geograficamente nonché espressivamente, il cui fine primario era quello di svincolarsi, quando non opporsi, al clima culturale del paese della prima metà del Novecento, non esattamente progressista e vicino alle arti più innovative, oltre che di ricercare nuove forme di comunicazione visiva, nella produzione pittorica e plastica, ispirate dall’ester(n)o ma maturate e contestualizzate alla realtà svizzera e alla sua quotidianità sociopolitica.

Ne deriva la visione di un panorama artistico “regionale” ma per nulla secondario rispetto al flusso principale del movimento surrealista europeo, capace di esserne un elemento importante sia espressivamente che culturalmente e, ribadisco, in grado di offrire opere sovente molto interessanti e intense, la cui conoscenza vale certamente la visita alla mostra – così come lo vale il LAC, “casa” del MASI e istituzione culturale esemplare non solo per la Svizzera ma per l’intera regione transfrontaliera sudalpina.

Una matita Hard Black

Scrivere con una matita Hard Black, HB, rigorosamente col corpo esagonale di legno, ben appuntita, premendo sul foglio di carta bianco e percependo l’equilibrata consistenza della punta, tracciando il suo segno netto, nitido, dal colore della terra antica e più feconda, con quell’olezzo tenue e inconfondibile di legno e grafite… Ecco: questa è una delle cose più piacevoli che si possano fare, lo ribadisco,per me che ancora amo scrivere a mano perché è un bellissimo esercizio culturale che trova un suo inopinato senso nell’inutilità alla quale pare esser condannato dalla digitalizzazione universale. Un po’ come il “gusto per il superfluo” del dandy di fine Ottocento, quello celebrato e praticato dal D’Annunzio più esteta, per dire, che nella sua apparente vanità ha generato bellezza e fascino a non finire. Ma qui, a ben vedere, di “superfluo” vi può essere poco o nulla, per quanto si possa scrivere e, soprattutto, stante la nobiltà incontrovertibile di un così amabile strumento di scrittura.

Riscaldamento globale, raffreddamento cerebrale

Due postille personali riguardo la topica apparsa sulla copertina de Il Messaggero dello scorso 5 gennaio, sulla quale in numerosi hanno inesorabilmente ironizzato e polemizzato (qui il sito Butac.it riassume bene la vicenda, inclusa la smentita assai ambigua diffusa dal quotidiano il giorno dopo):

  1. Tra gli innumerevoli figli che la madre dei cretini sforma a getto continuo e, a quanto pare, con crescente frequenza, qualcuno è stato assunto come titolista nelle redazioni dei quotidiani italiani;
  2. Che una tale scempiaggine possa apparire sulla prima pagina di un quotidiano nazionale, senza che nessuno si renda conto della sua tragicomicità, è uno di quegli episodi che, insieme a troppi altri, mi rende assai pessimista sulla reale capacità di comprensione, da parte di molte persone e dell’opinione pubblica in generale, della situazione di cambiamento climatico-ambientale in essere e della portata concreta delle sue conseguenze.

Insomma, non solo non si “allontanano” per nulla i timori per il riscaldamento globale, ma si avvicinano sempre più quelli per il raffreddamento cerebrale di certi individui ovvero per l’ignoranza in diffusione pandemica dacché ben coltivata in tal senso – scientemente o meno.