
Però in Italia no. In Italia la definizione si è ribaltata: è la società che dovrebbe far ben curare il politico. Medicalmente, intendo dire, perché è evidente che ve ne sia bisogno, per il miglior progresso della società.
Ecco.

Però in Italia no. In Italia la definizione si è ribaltata: è la società che dovrebbe far ben curare il politico. Medicalmente, intendo dire, perché è evidente che ve ne sia bisogno, per il miglior progresso della società.
Ecco.
Ben venga l’approvazione parlamentare definitiva della legge sul biotestamento. Il quale non è argomento politico di parte (semmai lo è nel senso originario del termine) né ideologico o dottrinale o che altro, e – mi viene da dire – non è nemmeno una “vittoria”, come (comprensibilmente) viene definita ma, più semplicemente tanto quanto essenzialmente, la presa d’atto giuridica d’un diritto e d’una libertà fondamentale. Una libertà profondamente umana, intimamente legata allo stesso senso della vita (e del vivere in modo intelligente, consapevole, dignitoso) che va ben oltre il valore o la bontà d’una legge, e fortunatamente ancor più va oltre il terrorismo integralista e anticulturale di chi vi si oppone con (pseudo)argomentazioni prive di qualsiasi logica e degne d’un regime retrivo e oscurantista, che si vorrebbe fossero imposte coercitivamente a tutti ma in verità ben lontane da qualsiasi dignità civica nonché da qualsiasi autentica libertà, appunto. Non casualmente, d’altro canto: non si può e non si sa garantire alcuna libertà (dunque, inevitabilmente, alcuna dignità) quando non si è persone libere; e se non si è persone libere, non si è nemmeno persone veramente vive. In fondo, dunque, la legge appena approvata (al di là della sua poca o tanta bontà, ribadisco) è un bene anche per esse, ed è anche questo, io credo, uno dei suoi più significativi valori.
Quando un autore debutta come poeta, continuerà a guardare il mondo come un poeta. Spero che lo si noti anche nella mia prosa; le mie opere sono un po’ come me: inquiete e impazienti. Non riesco a immaginare di poter continuare a scrivere romanzi, e anche se è difficile che torni a usare una forma “pura” di poesia, cerco sempre di includere dei passaggi poetici nei miei scritti.
(Kari Hotakainen, A volte, ieri, domani; citato da Nicola Rainò nella postfazione de La Legge di Natura, Iperborea, 2015.)
Il grande scrittore finlandese ha perfettamente ragione: non c’è miglior modo per cominciare un’attività letteraria se non partendo dalla scrittura poetica. È in assoluto la “scuola” più efficace per sviluppare e affinare lo stile, la composizione dei periodi, la sensibilità narrativa, l’armonia della leggibilità e la generale piacevolezza di lettura; ed è altrettanto vero che, se pure chi si occupa esclusivamente di prosa riesce a mantenere verso il mondo e gli ambiti da cui trae le sue ispirazioni una visione poetica, la bellezza dei suoi scritti nonché la loro profondità narrativa se ne giovano – e se ne gioveranno – sempre.
Ovviamente, prima di essere messa per iscritto, la poesia va studiata a lungo, dacché tra le manifestazioni scritte della creatività artistica resta la più alta e nobile così come la più difficile, dunque quella da dover conoscere al meglio prima di poter essere riprodotta. Purtroppo pare che, in molti (troppi) casi, questo articolato passaggio preliminare venga ignorato e saltato a piè pari. Il che equivale a mettere un’auto da competizione nelle mani di chi creda di essere un pilota senza mai essere stato in un autodromo: non potranno che uscirne soltanto incidenti – letterari, certo, ma a loro modo “tragici”.
La civiltà umana, al fine di reggersi, evolvere con ordine e strutturarsi in società, si è dotata fin dall’antichità di ordinamenti legislativi. Prima che accadesse ciò, i rapporti tra le persone erano governati dalle convenienze del caso ovvero, in senso generale, dalla Natura stessa (la scrivo sempre con la N maiuscola, sì), alla quale gli uomini erano sostanzialmente soggetti e ad essa dipendenti, quando non succubi. Poi ci sono stati millenni di evoluzione (almeno così ci hanno insegnato e convinto, facciamo che sia effettivamente tale!) e si è giunti fino ai giorni nostri, ma fin dall’inizio c’è stata, e c’è, una differenza fondamentale tra i due ordinamenti suddetti, la legge degli uomini e quella della Natura: la prima è sancita dall’uomo stesso che poi spesso è il primo a non volerla rispettare, la seconda è al di fuori di qualsiasi controllo umano ma ben più che la prima all’uomo tocca rispettarla, dacché non può fare altrimenti.
Ovvero: la prima, soprattutto in ambito fiscale, è quella che Jussi Rautala, il protagonista de La legge di natura di Kari Hotakainen (Iperborea, 2015, traduzione e postfazione di Nicola Rainò; orig. Luonnon Laki, 2013) non ha quasi mai rispettato nella sua vita di piccolo e scaltro imprenditore; la seconda è quella che lo stesso Rautala si ritrova a dover inesorabilmente rispettare dopo un terribile incidente stradale dal quale ne esce vivo per miracolo ma alquanto conciato, e quindi bloccato per una lunga convalescenza in un letto d’ospedale. Un letto che alla collettività costa un sacco di soldi ma per la cui eventuale necessità lui, da incallito evasore, non ha mai contribuito…
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