Francesco Careri, “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”

walkscapesRespirare, gesticolare, muovere gli occhi, emettere suoni vocali, camminare… tutte cose naturali, per l’essere umano, e dunque automatiche, spontanee, istintive ovvero inconsce in senso lato, cioè delle quali non possediamo granché coscienza. Giustamente, d’altro canto, per come appunto siano gesti primari del nostro essere ciò che siamo e del vivere quotidiano che viviamo.
Eppure, dietro quel loro valore primario e ovvio si può celare qualcosa di ben più approfondito; qualcosa che ci riporta in modo diretto, e del tutto filosofico, all’origine stessa di ciò che siamo e della civiltà che abbiamo creato e sviluppato nei millenni. Il cammino, ad esempio: solo un semplice deambulare su due arti qui e là sulla superficie del pianeta? Oppure dietro la pratica del camminare c’è molto, moltissimo di più?
Domanda retorica, chiaramente – l’avrete senza dubbio capito nel momento stesso in cui ve l’ho posta e l’avete letta – e tuttavia dalle risposte molteplici, incredibilmente articolate e frequentemente sorprendenti, nonché illuminanti. Risposte che Francesco Careri struttura nel suo volume Walkscapes. Camminare come pratica estetica (Einaudi, 2006, prefazione di Gilles A. Tiberghien), arrivando addirittura a postulare che il camminare possa essere una pratica estetica, dunque per molti versi affine all’espressività artistica. Un’esagerazione? Niente affatto.
Careri inizia il suo cammino saggistico-letterario attraverso il principio stesso della civiltà umana…

francesco-careri_imageLeggete la recensione completa di Walkscapes. Camminare come pratica estetica cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 15a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 30 maggio duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #15 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “La voce dei matti. Franco Basaglia e la Legge 180: una conoscenza necessaria”. Sono passati quasi 40 anni (38, per l’esattezza: era il maggio del 1978) dalla promulgazione della Legge 180, ovvero quella con cui vennero chiusi i manicomi, che fu il frutto delle idee e dell’azione di un grande psichiatra veneziano (col cui nome oggi quella legge è ricordata): Franco Basaglia. Una legge tanto importante quanto controversa e in ogni modo rivoluzionaria, ma che la maggioranza della gente comune non conosce, quando non travisa in base a luoghi comuni del tutto errati. RADIO THULE in questa puntata cercherà di farvi meglio conoscere la legge e la figura di Basaglia: due elementi del tutto significativi e importanti nella storia recente dell’Italia e per la comprensione della sua identità sociale e culturale.

Basaglia-FrancoDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Siamo un po’ tutti degli “scemi in scena” (August Strindberg dixit)

“Per di più si pretende, con insistenza, la gioia di vivere, tanto che i direttori dei teatri non fanno altro che ordinare farse quasi che la gioia di vivere si riduca a fare gli scemi in scena e a descrivere gli uomini come tanti invasati o idioti. Io trovo invece la gioia di vivere nelle forti crudeli lotte dell’esistenza e godo sempre nell’apprendere qualcosa, nell’istruirmi.”

(Johan August Strindberg, La signorina Julie, 1888.)

166810Sono passati quasi 130 anni dalle succitate parole di Strindberg. Ma provate a sostituire “teatri” con “canali TV”… non vi pare che diventi di colpo una citazione di valore assolutamente contemporaneo?

I musei sono prepotenti, le biblioteche oneste (Giorgio Manganelli dixit)

Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare “tutto”. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere “bella”.

(Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, 2005, pag.57-58.)

giorgio-manganelliSulla scia di quanto scritto da Manganelli, mi viene a pensare al museo e alla biblioteca come alla prigione dorata dell’arte, il primo, e ad una pensione pur modesta per la stessa la seconda – che si tratti di arte visiva, letteraria o che altro, la questione non cambia. Nel primo si può anche vivere ma quasi sempre non se ne esce più, dalla seconda sì. Il primo può essere bellissimo, ma facilmente condanna l’arte a non dialogare più con le persone, condannandola a una mera fruizione estetica, la seconda invece, anche quando sia piccola e dimessa, consente ad essa di parlare ancora, di raccontare, di insegnare, di illuminare.
Solo se sa rimanere aperto a quanto ha intorno, il museo può sfuggire a quella sorte da carceriere; solo se, in qualità di scrigno di cultura, ne resta anche fonte, sorgente, movente. Proprio come lo è per natura la biblioteca – sperando che essa stessa sappia rimanere tale e non trasformarsi in un museo di arte letteraria, ovvero di libri imprigionati. Ma questo, senza dubbio, dipende molto da noi lettori.

Nella società delle apparenze non c’è posto per il libro (Leo Longanesi dixit)

Il bene, il bello, il giusto sono termini di perfezione, miti, aspirazioni destinati a cedere il passo alla nuova dea, la notorietà. Ora si tratta soltanto di farsi un nome, di uscire dal buio delle masse con qualsiasi mezzo. La pubblicità avanza implacabile con l’aiuto della tecnica, del proletariato e del capitalismo. E’ naturale che al libro, in questo nuovo mondo, tocchi un posto nell’ultima fila.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.104)

Leo Longanesi: la fabbrica del dissensoInsomma, l’immagine è tutto. Anche Longanesi, più di mezzo secolo fa, lo aveva capito, e aveva capito che, in una società votata all’apparire più che all’essere, qualcosa come un buon libro che è e non può essere apparenza, avrebbe avuto vita grama. Così infatti sta accadendo, se non che, paradossalmente ovvero grazie ad una editoria paradossale, certi “libri” hanno scelto di apparire come tali, più che esserlo. E basta vedere le classifiche di vendita o le paginone promozionali sui quotidiani per capire quali siano – ma non credo che ciò nemmeno serva per capirlo, giusto?

P.S.: cliccate sull’immagine di Longanesi per leggere la mia recensione al testo da cui è tratta la citazione.