Una sola parola per fare la rivoluzione (Marcel Duchamp dixit)

Per me le parole non sono innanzi tutto uno strumento di comunicazione. […] I calembour sono sempre stati ritenuti una forma di espressione mediocre, ma io in essi trovo uno stimolo continuo, sia per la loro sonorità sia per i significati imprevisti legati ai rapporti fra parole disparate. Per me è una fonte di gioia infinita – e sempre a portata di mano. Se lei introduce una parola familiare in un contesto estraneo, otterrà qualcosa di simile alla distorsione in pittura, qualcosa di sorprendente e di nuovo.

(Marcel Duchamp, conversazione con Katharine Kuh, 1962. Citata in Renato Ranaldi (a cura di), Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, pag.138.)

duchamp081116Qualcosa di sorprendente e di nuovo”: da quanto la letteratura stenta a portare alla luce qualcosa di simile, qualcosa che – come i calembour tanto amati da Duchamp – possa distorcere, stravolgere, sovvertire ovvero rivoluzionare la parola scritta in quanto strumento di comunicazione, soprattutto se in forma letteraria? Certo: c’è chi è in grado di fare ciò e magari lo sta già facendo da tempo; ma siamo divenuti apatici alle rivoluzioni, accontentandoci delle solite, poche parole e adeguandoci ad esse nel mondo peggiore: riducendo le cose da dire, le idee da esprimere, appiattendo il tutto a quella pochezza espressiva. Così che quando il linguaggio si palesa come veramente – o potenzialmente – rivoluzionario, ci volgiamo dalla parte opposta, infastiditi e scocciati da che quella piattezza abbia rischiato di essere smossa – scocciati o impauriti dall’intuire che sì, si potrebbe ancora comunicare con efficacia e in modo rivoluzionario, appunto, ma non si ha più nulla da dire né di innovativo, né di interessante, né di meramente espressivo.

Dario Fo

dario-foQuand’ero piccolino me lo ricordo in TV, Dario Fo, col suo fenomenale grammelot e le sue movenze giullaresche che mi facevano ridere un sacco, anche se ovviamente non capivo pressoché nulla di quanto recitasse. E mi ricordo quanto si divertissero pure i miei nonostante con ferrea precisione, nel clima d’allora di dominanza ideologica democristiana (vuota e ipocrita, ma tant’è), ogni volta che apparisse in televisione non mancavano di ricordare che fosse “un comunista”: termine che ovviamente a me inquietava non poco – o meglio, ero stato educato a inquietarmene, vedi sopra – senza che capissi il perché.
Era come se già a quei tempi percepissi lo sconfinato talento teatrale di Fo, la capacità unica di tenere il palco con grandissima arte – nel senso più pieno e ampio del termine – che rendeva ogni sua cosa gradevole quando non fenomenale, vuoi anche per quel suo garbo signorile, nobile, quasi aristocratico – termini apparentemente lontani e opposti rispetto al suo attivismo politico ma che Fo rese peculiari sul palcoscenico e nella vita pubblica ordinaria. Anche quando, nei suoi spettacoli, sferzava i potenti con inimitabile causticità – senza tuttavia mai discostarsi dell’elemento fondamentale del suo teatro: il riso, la risata che tutti seppellisce e soprattutto chi non sa ridere (o non sa più farlo).
Ecco, appunto: il suo attivismo politico, che lo ha reso personaggio adulato da tanti e odiato da molti altri. Da indipendente a qualsivoglia parte politica quale sono, e da cultore della politica nella sua essenza originaria, non mi viene di etichettare l’attivismo politico (quello vero, appunto) con le solite due parti dell’ideologia relativa dominante, ma in cose civicamente assennate o meno (il che significa pure oneste ovvero ipocrite) e, poi, personalmente condivisibili o no. Delle tante iniziative politiche e politicamente schierate di Dario Fo, ne ho trovate molte condivisibili e molte altre contestabili; tuttavia tale scelta, in senso generale, dipende sempre anche dal fautore di quelle iniziative, dal suo spessore umano, dal prestigio culturale (che, sia chiaro, non dipende dalla vincita di un qualsiasi riconoscimento, Nobel incluso, nel suo caso meritatissimo), dall’intelligenza che si coglie dietro di esse – ribadisco, che siano condivisibili o meno. Bene, credo che, da questo punto di vista, la grandezza di Dario Fo sia stata anche quella di rendere assolutamente legittimo il suo attivismo politico, pure quando verso di esso ci si sentisse del tutto contrari ovvero quando per ciò che sosteneva faceva incazzare. In fondo era proprio quello che voleva ottenere, mi viene da pensare: sferzare la mente e l’animo, costringerli a reagire, imporre loro l’obbligo di pensare ed esprimersi, a favore o contro. Esattamente come ha sempre fatto sul palcoscenico, con opere forse a volte (per qualcuno) discutibili ma sempre forti, intense, caustiche e mai banali. Da buon giullare di corte, insomma, perfettamente capace di assolvere il proprio compito di irridere chiunque e, al contempo, di far passare tra le risate il proprio messaggio forte e chiaro. Una “corte” che nel frattempo è decaduta e s’è disintegrata, svelando il vero volto del potere ovvero il suo sostanziale nulla. Ciò che invece la risata non sarà mai, perché il riso dona a chi lo esercita e a chi ne gode un potere reale e talmente forte che mai nessuno potrà sconfiggere realmente.
Tutto il resto che sto leggendo in queste ore di primo commiato, in tutta sincerità, lo trovo sovente stucchevole e scomposto: di esso, ora, non mi interessa nulla.

La genialità nell’arte è (spesso) solo un’illusione! (Marcel Duchamp dixit)

Se il genio raggiunge il successo troppo velocemente, ben presto fallisce… Adesso ci sono cinquanta geni, ma quasi tutti stanno buttando nella pattumiera il loro talento. Perché un uomo attraversi la vita senza essere divorato bisogna che passi per moltissime trappole. Di geni ce n’è da vendere, ma vengono schiacciati, si suicidano o si trasformano in fenomeni da baraccone… Ma è tutto un’illusione, un sogno. Accontentiamoci della bellezza del miraggio, perché questo è ciò che resta.

(Marcel Duchamp, intervista rilasciata a Otto Hahn in L’Express, luglio 1964. Citata in Renato Ranaldi (a cura di), Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno, Edizioni Clichy, Firenze 2014, pag.116.)

duchamp_image1Beh… oggi, più di mezzo secolo dopo, siamo nell’era in cui sempre più spesso gli incapaci raggiungono il successo troppo velocemente, nonostante siano (a volerli giudicare nel modo più magnanimo possibile) dei palesi fenomeni da baraccone, nel mentre che gli autentici geni nemmeno più vengono riconosciuti, nella maggioranza dei casi. Almeno in tal modo è divenuta altrettanto palese la reale natura di quel miraggio e della sua bellezza: tutto il contrario. Ma l’uomo contemporaneo d’altro canto vive di miraggi, figuriamoci se si renda conto della necessità di osservare cosa veramente ha intorno, e possibilmente di capire che quasi ovunque attorno a sé ha il nulla più assoluto…

Renato Ranaldi (a cura di), “Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno”

cop_duchampDi “rivoluzionari” la storia della civiltà umana è piena: personaggi che, nel bene o nel male, più o meno consapevolmente, hanno deciso di andare contro le regole e le convenzioni del momento per determinarne delle nuove ovvero per eliminarle del tutto. Alcuni di essi sono poi stati definiti “eroi”, altri hanno combinato dei danni tremendi – e le due cose non sono affatto distinte, di frequente. Di autentiche rivoluzioni, invece, la storia dell’umanità ne conta molte meno: episodi che veramente hanno cambiato il corso delle cose, il punto di vista, la conoscenza, la cognizione della realtà, l’essenza delle sue verità.
Marchel Duchamp, nell’arte moderna e contemporanea (ma non solo, in effetti), non è stato soltanto un rivoluzionario (o forse, se così si può dire, non lo è stato affatto), semmai è stato colui che ha ribaltato totalmente l’espressione artistica, l’ha sovvertita nelle sue basi fondamentali, l’ha rivoluzionata nel senso più letterale e al contempo più pieno del termine. E lo ha fatto nel modo meno “rivoluzionario” possibile (appunto): non con azioni eclatanti e sconvolgenti, piuttosto ricercando il modo di essere artista e generare senso artistico senza creare arte – prendetela, questa, come una personale definizione molto sbrigativa ma già significativa dei suoi ready made, ecco. Una rivoluzione basata sulla pigrizia: dunque la modalità più lontana possibile dal senso stesso di quel termine, “rivoluzione”, come ribadisco.
Sia chiaro: la “pigrizia” di Duchamp è stata in realtà il riflesso esteriore della frenetica iperattività interiore, anzi intellettuale, di quello che da più parti è definito uno dei più grandi geni del XX secolo, e tale evidenza è dimostrata dalla gran messe di libri che riferiscono del personaggio, del suo lavoro e della sua rivoluzione culturale, che rende Duchamp una nozione fondamentale per chiunque si voglia definire cultore di arte contemporanea. Tuttavia il personaggio è così grande che di narrazioni al proposito se ne possono fare (e se ne potranno fare in futuro) ancora molte: a tal proposito Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno è quella curata da Renato Ranaldi (Edizioni Clichy, Firenze 2014) per la collana “Sorbonne” dell’editore fiorentino, nella quale vita, opere e idee di grandi personaggi del Novecento vengono relazionate a narratori contemporanei di varia natura ma sempre connessa a quella del personaggio narrato – in questo caso l’artista Duchamp raccontato dall’artista Ranaldi…

portrait_duchamp_20140916163736_20140916163758(Leggete la recensione completa di Marcel Duchamp. Un genio perdigiorno cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Mark Twain, “Il diario di Adamo ed Eva”

twain-diario-copPer ben poche altre realtà letterarie del mondo e della storia si può affermare con simile sicurezza che un autore sia fondamentale per ogni altra opera scritta ad egli successiva come per la letteratura americana con Mark Twain. È quasi una banalità affermarlo, in effetti, ma quanto meno a mitigare tale ovvietà arriva in soccorso un altro pilastro letterario come Ernest Hemingway, il quale a sua volta affermò che «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn», ovvero il riconosciuto capolavoro dello scrittore ex pilota di battelli sul Mississippi – da cui Samuel Langhorne Clemens derivò lo pseudonimo che lo ha reso immortale.
Altra banalità, ora – d’altronde vien facile formularle, con Twain: i pilastri della letteratura di tutti i tempi si riconoscono anche dal fatto che non solo le loro più famose e celebrate opere sono dei capolavori, ma pure gli scritti minori in un modo o nell’altro lo sono, o quanto meno sanno dimostrare anche in poche righe come il loro talento e l’ispirazione non fosse dovuta a fortunate coincidenze o a congiunzioni astrali favorevoli ma, per così dire, a peculiarità genetica costantemente attiva.
Il diario di Adamo ed Eva (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 1° ed.1999, a cura di Giovanni Sordini, prefazione di Carla Muschio) è un’ottima prova di quanto ho appena scritto. Opera certamente minore nella produzione dello scrittore americano, probabilmente non fondamentale per poter dire di conoscerlo in modo adeguato eppure, nelle sue sole 60 pagine, perfettamente in grado di…

twain(Leggete la recensione completa di Il Diario di Adamo ed Eva cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)