Non per fare un discorso di nazionalismo spicciolo, ma questa io credo sia oggi la modernità – Che non bisogna pensare, in questo oceano di globalizzazione approssimativa, di perdere il legame. Perché tutto allora diventa inevitabilmente minore. E appunto l’emotività ed il perché definitivo che dice: “quello o la morte” si perde. Mentre non bisogna perdere proprio questo! Quella condizione o la morte. Per me questa è la distinzione culturale, e non c’è un altra possibilità per noi e per i più giovani. È un appello – nel viaggio, nel grande viaggio: non perdere l’identità, altrimenti si perde il perché!
(Jannis Kounellis, citazione tratta da una conversazione con Lucilla Saccà in Kounellis, a cura di Bruno Corà, Ed. Il Ponte, Firenze, 2007.)
Il linguaggio è un errore dell’umanità. Tra due esseri che si amano la parola non esprime quanto di più profondo essi provano. La parola è un sassolino usurato che si applica a trentasei sfumature di affettività… Il linguaggio è comodo per semplificare, ma è un mezzo di locomozione che detesto. Ecco perché amo dipingere: un’affettività indirizzata a un’altra. Lo scambio avviene tramite gli occhi.
Mi permetto di “dissentire” (per così dire, eh!) da quanto affermato dal genio francese – forse più per partito preso e interessato che per altro – ma d’altro canto è vero che, molte volte, il linguaggio diventa qualcosa di estremamente superficiale, nell’interscambio tra due persone: qualcosa che non riesce a esprimere nulla di quanto invece sappiano esprimere azioni all’apparenza ben più semplici e banali – uno sguardo, la piega della bocca, un gesto della mano… Tuttavia non è certo colpa del linguaggio, io credo: è semmai colpa nostra che non ci rendiamo conto della fortuna di goderne, sprecandola nel pronunciare infinite parole vuote e inutili, ecco.
È inutile che io ora, qui, vi rimarchi chi fosse Jean-Michel Basquiat e quanto sia stata originale la sua opera artistica. Motivo in più, questo per invitarvi semmai a visitare – se non l’avete già fatto – la mostra al MUDEC di Milano (avete tempo fino al 26 febbraio): ottima mostra in un bel luogo museale, ottimo allestimento (cronologico: il più elementare e immediato tanto quanto il più efficace, sempre), e più che ottima quantità di opere presenti, considerando che Basquiat produsse molto (e molto distrusse) ma in soli sette anni effettivi di “carriera”, dunque relativamente poco – pare che non siano più di 250 i dipinti oggi in circolazione.
Piuttosto, ho trovato affascinante interpretare i tanti lavori con sia elementi figurativi che testo scritto, ovvero parole utilizzate come vero e proprio segno artistico, oltre che espressivo, quali opere di una particolare, originale forma di poesia visiva. Basquiat ha lasciato numerosi taccuini giovanili fittamente ricoperti di componimenti poetici, o qualcosa di assimilabile alla poesia, e fu lo stesso artista ad affermare più avanti: “Uso le parole come fossero pennellate”. Ma quelle sue parole mostrano se possibile una forza espressiva anche maggiore d’un “semplice” segno pittorico e, al contempo, una misteriosa suggestione derivante dalla non immediata (eufemismo!) comprensibilità del senso di esse. Sono specie di aforismi ermetici, giochi di parole sfuggenti, frasi spesso scoordinate ma che in questa loro scrittura sbilenca riescono a manifestare efficacemente l’ambiente urbano di strada della New York anni ’80, quella che già presentava la sfavillante decadenza esportata poi un po’ ovunque nel mondo occidentale – per restare in zona, ricorderete la “Milano da bere”, ecco.
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D’altro canto, la forma scritta e “anti-poetica” di Basquiat mostrava pure una forte ricerca di sperimentazione concettuale, perfettamente allineata a quella manifestata dai tratti figurativi – coi suoi iconici teschi in primis. È ancora Basquiat stesso a rivelare: “Cancello le parole in modo che le si possano notare. Il fatto che siano oscure spinge a volerle leggere ancora di più”, dunque a confermare la precisa volontà di ricerca d’una nuova espressività concettuale, che utilizza la forma di comunicazione più antica – dopo quella verbale – ma la contestualizza all’ambito quotidiano d’intorno, inquietante tanto quanto affascinante, chiedendo al contempo a chi si rapporti alle sue opere di leggere, cercare di riflettere e di comprendere, sforzarsi di superare il mero valore estetico-artistico (non a caso il Basquiat-artista odiava il mondo dell’arte) per tornare ai significati delle cose, ai messaggi, alla comunicazione di qualcosa di importante che resti a gironzolare nella testa anche fuori dal museo, dalla galleria d’arte, quando magari ci ritrova nello stesso ambito, o in uno similare, che fu per Basquiat così ispirante e caratterizzante.
Ottima mostra, da non perdere per tutte quante le suggestioni di molteplice segno, appunto, che sa suscitare. Potete goderne fino al 26 febbraio, appunto.
Un’opera fotografica comparsa su Sette, il magazine settimanale del Corriere della Sera, nel numero dell’8 aprile 2010 e vincitrice della quarta edizione del “Premio Ferrari” come copertina dell’anno.
Ma soprattutto, a mio modo di vedere, un’immagine sempre più rappresentativa ed eloquente della società in cui viviamo. Almeno per come mi capiti di constatare con crescente frequenza l’irrazionalità, l’incoerenza, la sconnessione civica e la dissonanza cognitiva di sempre più individui, già.
O magari sono io lo sconnesso, certo. Ma se devo esserlo da certe parti della società contemporanea – almeno da quelle statisticamente compendiate in questo articolo (uno dei tanti sull’argomento) beh, non me ne dispiaccio affatto, nel bene e nel male. Ecco.
P.S.: cliccate qui per leggere tutti i post che ho dedicato a – o nei quali ho dissertato su – Gian Paolo Tomasi, uno dei più sagaci e illuminanti fotografi in circolazione.
Questa sera, 19 dicembre duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 6a puntata della XIII stagione 2016/2017 di RADIO THULE!
Una puntata intitolata “Come trovare il respiro della vita”, citazione da un anime giapponese la cui prima parte dice: “Scolpire non è scavare una pietra…“. A ben vedere la scultura è, tra le arti visive, quella che da subito e più di ogni altra ha saputo dare non solo forma, all’espressività artistica, ma anche sostanza ovvero vita: banalmente, ma senza dubbio obiettivamente, è stata la prima modalità di creazione d’arte in 3D ideata dall’uomo. Ancora oggi, pure nella nostra era ipertecnologica ove tutto può essere realizzato, l’essenza e il fascino della scultura – pur rinnovati nella concezione pratica e nei materiali – conservano un valore che risulta ancora pressoché ineguagliato, in ambito artistico; e lo scultore, tutt’oggi come da sempre, è l’artista che come nessun altro impersonifica il creatore, colui che sa materializzare un’idea in qualcosa di reale e tangibile.
Il maestro Antonio Guerra è uno di questi “creatori” d’arte, di significati e di respiri, e RADIO THULE in questa puntata è assolutamente onorata di poterlo ospitare e di condurre i suoi ascoltatori alla conoscenza dell’uomo, dell’artista e del suo percorso nel mondo dell’arte così particolare e denso di significati che sanno andare oltre lo stesso e mero valore artistico delle opere.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui! Stay tuned!
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