Parentesi americane

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Riguardo l’America contemporanea (intesa come USA, ovviamente), e in particolare circa l’ultimo lustro, quello con alla presidenza prima Donald Trump e ora Joe Biden, sento molti sostenere che  i quattro anni trumpiani siano stato una “parentesi” (di solito è questo il termine più gettonato) di natura antidemocratica e ultrapopulista nella tradizione storica di democrazia e progresso degli Stati Uniti. Parentesi chiusa con il ritorno alla “normalità politica” dell’amministrazione Biden, appunto.


E se invece fosse – e si dovesse pensare – l’esatto opposto?
Ovvero se la “parentesi” fosse quella di Biden e di una tradizionale normalità politica, una delle ultime di tale genere in una deriva ormai avviata e pressoché inarrestabile (salvo trasformazioni forse improbabili) verso una realtà futura autoritaria e oppressiva come quella narrata da Margaret Atwood nel suo celebre romanzo Il racconto dell’ancella – forse una delle opere letterarie distopiche recenti potenzialmente più prossime a diventare reali, almeno a giudicare da certi eventi come quello a cui fa riferimento la citazione lì sopra? (Cliccateci sopra per sapere di che si tratta.)

In fondo di basi prodromiche al riguardo ce ne sono parecchie – oltre a quella citata, la maggiore è ovviamente il grande consenso di cui l’ex presidente Trump gode: ben 74.216.154 americani lo hanno votato, il 47% degli elettori. Metà America, in pratica, nonostante tutto ciò che è stato, ha detto e ha fatto.

Forse la fanno troppo facile, insomma, quelli che pensano alla sua presidenza come a un “errore” ormai risolto e da dimenticare al più presto. Per il prossimo futuro americano conterà molto, più che i risultati concreti conseguiti, il consenso culturale (non solo quello politico) che Biden riuscirà a generare e consolidare, nel corso del suo mandato, così come, di contro, la capacità dei repubblicani di non frantumarsi se guidati (come pare sarà, da qui in avanti) da una figura talmente controversa e divisiva come Donald Trump. In ogni caso, rinnovo il mio consiglio: se non l’avete ancora fatto, leggete il romanzo di Margaret Atwood. Potrebbe rappresentare una sorta di “macchina del tempo letteraria” che vi svela ciò che sarà l’America tra qualche anno, già.

“Viva” Trump!

Bisogna proprio ammetterlo: tra tutti i presidenti della storia degli Usa, Donald Trump è veramente il migliore.

Per gli antiamericani, già.

I quali non possono che sperare che venga rieletto: perché, se ciò accadrà, ci sono ottime probabilità che entro la fine del suo secondo mandato l’America sul piano internazionale non conti quasi più nulla, e che su quello interno finisca per implodere in preda al caos sociale.

In fondo, resta assolutamente valido quel pensiero di Ezra Pound di almeno mezzo secolo fa:

Come mi sono trovato in manicomio? Piuttosto male. Ma in quale altro posto si poteva vivere in America?

(Da Aforismi e detti memorabili, a cura di G. Singh, Newton Compton, Roma, 1993.)

N.B.: l’immagine in testa al post è tratta dalla pagina facebook di quel genio di Terry Gilliam – un Python, d’altronde.  Cliccateci sopra per leggere il post originario.

Minneapolis, America

[Immagine tratta da Agi.it, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Riguardo i fatti di Minneapolis, leggo molti che da posizioni più o meno autorevoli, prevedibilmente, mettono in capo all’attuale Presidente degli USA la maggior colpa dell’accaduto. Se ciò è comprensibile e per certi aspetti sostenibile, non si può non denotare che Donald Trump, a ben vedere, è a sua volta un effetto e un prodotto di quella società americana talmente degradata da aver reso cronicamente irrisolto un problema terribile come quello dell’odio razziale intersociale. Di sicuro un personaggio del genere con tutto il suo corollario di idee, parole, atteggiamenti e azioni, divenuto massima istituzione e simbolo degli Stati Uniti, è inesorabilmente un elemento divisivo e disgregante per una società fortemente polarizzata, per sua buona parte, su simbolismi artificiosamente forti e fortemente imposti (molto poco culturali, peraltro) ma che, in realtà, è posta fin dalle sue origini in eterno equilibrio su un filo sospeso sopra il caos. Un caos che, come per tentare una sorta di esorcismo sperabilmente salvifico al suo interno, l’America prova a togliersi dai piedi e esporta da sempre all’esterno dei propri confini, ad esempio con le continue guerre combattute un po’ ovunque sul pianeta. Almeno, un tempo, controbilanciava tale sua aggressività politico-bellica costruendo pure quel notevole “gadget di marketing immateriale” conosciuto come The American Dream, il “sogno americano”, il quale è ormai svanito da tempo ovvero imploso su se stesso crollando sulla propria effettiva vuotezza interna, al punto che oggi l’America non si affanna nemmeno più tanto a nascondere in qualche modo i suoi lati peggiori. Perché un paese che ha saputo portare l’uomo sulla Luna ma di contro non sa difendere i propri cittadini solo perché “diversi” dall’immaginario etnico del suo establishment, anzi, li mantiene in costante pericolo di vita e sovente gliela toglie pure in modi barbari, è un paese con grossi problemi non solo sociali e culturali ma pure – forse soprattutto – psicologici.

In ogni caso, per tornare ai fatti di Minneapolis, tali episodi non sono mancati nemmeno durante le amministrazioni Obama – ennesimo prodotto sociale americano per i motivi che si possono “trovare” sull’altra faccia della stessa medaglia, contrapposta a dove sta la faccia di Trump (vedi sopra), e che a sua volta non ha saputo granché risolvere la questione razziale latente nel paese. Ma, forse, perché in fondo è una questione non risolvibile in quanto congenita, almeno in una parte della società americana, costruita anche su quelle tensioni etniche continuamente coltivate dacché funzionali alla salvaguardia di una certa dimensione socioculturale tanto degradata quanto affine al modus vivendi del paese.

Per estirpare le motivazioni profonde alla base di questa situazione sociale ci sarebbe bisogno di un lavoro culturale plurigenerazionale che, temo, nessuno ha le reali possibilità e i sufficienti interessi di portare avanti se non accettando la possibilità di subire la stessa sorte dei vari Martin Luther King, Malcolm X e di altri personaggi dalle simili vicende umane – un’accettazione impossibile, per chi sia parte delle istituzioni, nemmeno in un paese apparentemente più avanzato come gli USA e pur con le migliori intenzioni per il cambiamento dello status quo. Anzi, è un lavoro culturale, quello appena citato, che semmai qualcuno nelle stesse istituzioni (e non pochi) ha solo l’interesse di ostacolare, impedire, evitare il più possibile. D’altro canto certi poteri – in primis quelli basati su atteggiamenti populisti – abbisognano del degrado e del caos sociale per proliferare al meglio, è la condizione ideale ai fini del loro sempre maggiore consolidamento e della salvaguardia delle posizioni acquisite. Sono esattamente come virus, che risultano assai più letali negli organismi già malati o debilitati che contribuiscono a far deperire sempre di più fino ad una pressoché certa morte, mentre in organismi sani o dotati di adeguate difese immunitarie avrebbero vita ben più dura o ne verrebbero debellati.

Il problema, insomma, non è che una figura come Trump in una società degradata come quella americana “provoca” fatti di questa gravità, semmai che una società come quella americana così degradata da implicare fatti di tale gravità non possa che agevolare una figura come Trump al suo comando. Ecco.

E, sia chiaro, non è affatto solo un problema dell’America.

 

La Rabbia Saudita

Oggi i media internazionali (ma non quelli italiani se non in rarissimi casi, e poi capirete il perché) riportano la notizia che

La coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita è stata inserita nella lista nera dell’ONU [dei paesi che violano i diritti umani in particolare dell’infanzia], anche se le viene riconosciuto di aver messo in atto misure per migliorare la protezione dei bambini.

E’ un fatto assolutamente emblematico di come giri il mondo contemporaneo, a mio modo di vedere. E, per la cronaca, non gira affatto dritto.

Infatti, se la suddetta lista nera dell’ONU sancisce uno stato di fatto risaputo riguardo la “cura” (ovvero la repressione) dei diritti umani in Arabia Saudita – al punto da “costringere” molti a salutare come una “vittoria” la recente concessione alle donne di guidare autovetture, che a me invece pare tanto una sonora e ipocrita presa per i fondelli – nel sentire stamani la notizia nelle rassegne stampa internazionali non ho potuto istantaneamente pensare ad alcuni elementi assai significativi al riguardo, appunto:

  • In primis la carica di Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia Saudita presso le Nazioni Unite, come presidente del comitato consultivo del Consiglio Onu dei Diritti Umani, l’organismo tecnico delle Nazioni Unite ha il compito di indicare buone pratiche e indirizzi agli esperti di difesa delle libertà umane fondamentali. Un’assurdità bella e buona, palesemente.
  • Il fatto che l’Arabia Saudita era e resta il Paese arabo che nell’ultimo anno solare ha speso di più in armi.Non solo. Riyad, impegnata militarmente contro i ribelli Houthi (sciiti)  in Yemen, in  questa poco onorevole classifica si piazza al quarto posto nel mondo con un budget per la Difesa di 62,7 miliardi di dollari (il più imponente della regione). È quanto riporta l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Leggete qui maggiori dettagli al riguardo oppure qui.

  • E chi ha notevolmente aumentato il volume della vendita di armi all’Arabia Saudita? L’ItaGlia, esatto. Il che, io credo, spiega almeno in parte perché la notizia citata all’inizio di questo post è pressoché assente sui media italioti. Complimenti come sempre alla meschina nonché viscida furberia nazionale, eh!
  • Ma in fondo, a comportarsi in questo modo non è certamente sola, l’ItaGlia. Non serve infatti rimarcare come l’Arabia Saudita sia da tempo considerata uno dei migliori alleati in senso assoluto dell’Occidente. Un’alleanza assolutamente riconfermata di recente dall’attuale Presidente USA, al quale proprio in queste ore si è accodato il Presidente russo in carica.

Ecco. Questo è il pianeta Terra, anno 2017. O meglio: questa è la “civiltà” umana, quella formata dagli esseri più “intelligenti” e “avanzati” del pianeta – per autoproclamazione. Fate voi!

P.S.: l’immagine in testa al post è © Mohammed Huwais, Afp.

Trumpology

14992076_10210697569536457_545931070250001023_nC’è qualcosa di veramente straordinario in questa foto della famiglia del nuovo presidente degli USA Donald Trump che ho scovato casualmente sul web. Anzi, di extraordinary – in inglese il concetto si esprime meglio: extra ovvero fuori dall’ordinario, sotto molti aspetti.
A partire dal fatto che no, non è come probabilmente state pensando e come ho creduto io appena l’ho vista: non è un fake, è verissima. Circola sui social media dallo scorso mese di agosto ma fa parte di una serie del 2010 realizzata dalla fotografa Regine Mahaux (ne potete sapere di più qui).

Posto ciò, l’immagine è delle più emblematiche che vi siano. È palesemente costruita e posata eppure è assolutamente vera, realistica, obiettiva. Deborda di kitsch in modo esagerato, eppure quello è uno degli studi di lavoro del miliardario, ora Presidente USA, nella Trump Tower di New York – qualcosa che dunque, di logica, dovrebbe essere la più seriosa e meno pacchiana possibile (con quegli stucchi dorati e quei lampadari che, mammamia, sarebbero bburini pure in una balera di quart’ordine d’una periferia malfamata. Eppoi la faccia di lui, con espressione “Io sono io e sono miliardario e voi siete solo merda”, quella di lei in posa da ciò che fu – una modella – con tanto di vestito in preda a inopinato e sublime colpo di vento, quella del di loro figlio in sella a quella specie di mega-Trudi leonino il quale – vien da pensare – avrà appena udito dal padre la solita frase di (tale) circostanza «Figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo!» ovvero il “tutto questo” che l’orizzonte sconfinato visibile dalle vetrate alle spalle dei soggetti esemplifica in modo perfetto…
Eppoi ancora i modellini di auto di lusso sul tappeto ai piedi del First Son, le foto di tutti gli altri figli avuti dai precedenti matrimoni del neo-presidente sul tavolino là dietro – perché, sia chiaro, per un cristiano osservante come lui la famiglia è importante, che sia quella del primo, del secondo o dell’ennesimo matrimonio! – il colore della cravatta (la quale tuttavia solo l’anno prima sarebbe stata blu e solo l’anno dopo d’un colore neutro, visto il suo frequente rimbalzello politico.)
Non solo: in quest’immagine vi si possono “vedere” chiaramente Disneyland, Las Vegas, Hollywood e le soap anni ’80 ma anche gli show TV (più o meno reality) contemporanei, il generale Custer che sconfigge i maledetti indiani così come Joseph Mc Carthy che gigioneggia amabilmente con il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, il turbocapitalismo yankee e i fast food nonché quel tipicissimo atteggiamento dei benestanti (arricchiti, generalmente) WASP (del genere “io non sono razzista ma stammi lontano, sporco negro!”) il quale nella pancia dell’America tutt’oggi si autoalimenta e si mantiene più in forma che mai – e che, con diverse accezioni ma equivalenti risultati, è rintracciabile nelle figure similari un po’ ovunque (vedere un po’ questa foto d’un noto “leader” politico europeo – ora decaduto – e poi ditemi se non ha lo stesso identico mood!)

Insomma: c’è buona parte di ciò che è l’America oggi, che inevitabilmente avrebbe finito (e ha finito) per votare Donald Trump come proprio Presidente. In fondo, il suo senso peculiare l’ho già indicato in principio di questo articolo: il fatto che sembri tanto un fake, un fotomontaggio o altro del genere e che invece sia autentica. L’apparente verità che si palesa falsità e viceversa, sempre più legge fondamentale della contemporanea società liquida. In fondo quanti prima dello scorso 8 novembre avrebbero creduto che uno come Trump sarebbe diventato il Presidente della maggiore superpotenza mondiale? Ecco: tutto torna, dunque.