Su “Sherpa-gate” di Alessandro Gogna

È sempre motivo di grande onore e piacere, per chi scrive, vedere un proprio articolo ripubblicato su “Sherpa-gate.com”, il portale web dedicato alla montagna, all’ambiente e agli ambiti correlati curato da Alessandro Gogna, che della montagna italiana (e non solo) è una delle figure fondamentali e più autorevoli in assoluto – lo posso dire senza rischiare di essere tacciato di piaggeria, vista appunto la caratura del personaggio!

Lo ringrazio di cuore, per la pubblicazione e ancor più per la considerazione in ciò che ho scritto intorno a uno degli aspetti meno evidenti e considerati della frequentazione delle terre alte ma a ben vedere tra i più influenti sulla qualità di essa e di chi ne è protagonista, cioè il turista alpino contemporaneo.

Per leggere l’articolo su Sherpa-gate.com cliccate sull’immagine lì sopra.

La località di montagna più “brutta”: and the winner (or loser) is…

Lo scorso venerdì ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di una località di montagna che per qualsiasi (valido) motivo possa essere considerata brutta. Di luoghi antropizzati considerabilmente belli sui monti ce ne sono tanti ma ovviamente se ne trovano altrettanti brutti: in fondo i primi definiscono i secondi e viceversa, ciò non toglie che in alcuni casi ci si trova di fronte a brutture architettoniche e urbanistiche veramente imbarazzanti, ancor più perché inserite in un contesto come quello montano che è sinonimo di bellezza naturale in senso assoluto.

Innanzi tutto grazie di cuore a tutti quelli che hanno risposto, a volte argomentando le proprie scelte: nel suo piccolo e senza alcuna pretesa demoscopica, dal “sondaggio” esce fuori un panorama veramente significativo del “lato oscuro” dell’antropizzazione delle montagne, dal quale si possono trarre alcune interessanti osservazioni. Ma, appunto, ecco qui i risultati:

Potete scaricare la “classifica” anche qui, in formato pdf, mentre nelle immagini lì sotto vedete la top ten delle località “brutte” citate.

Come vedete, Cervinia vince lo scettro di (non me ne vogliano ai piedi della Gran Becca) “località più brutta” con ampio margine sulle altre località, ciò nonostante molti segnalino la bellezza eccezionale del paesaggio in cui è inserita, che per contrasto inesorabile contribuisce ad acuire l’impressione negativa che Cervinia suscita. D’altro canto commenti come «orrida», «terrificante», «scempio totale», «uno dei paesi più brutti al mondo sito in uno dei posti i più belli», per citarne solo alcuni, lasciano pochi dubbi sul giudizio che la località valdostana si guadagna.

Se la gioca bene anche Sestriere, che ha fatto la storia del turismo invernale nel bene e nel male come prima stazione sciistica di quello che poi verrà definito (oltralpe, ma successivamente anche da noi) “ski-total”: alcune delle stazioni francesi di tale genere sono state citate, infatti. Seguono a ruota altre località similmente caratterizzate dalla presenza di grandi palazzoni ad uso turistico in un tessuto urbanistico spesso palesemente malpensato quando sostanzialmente giammai regolato, testimonianza di un periodo nel quale, con tutta evidenza, sulle nostre montagne s’era perso qualsiasi senso del limite e pareva che il successo delle località fosse determinato da quanto cemento venisse gettato nel rispettivo territorio, di contro senza alcuna cura dell’estetica architettonica e della sua contestualizzazione nel paesaggio. Eppure sulle nostre montagne c’è ancora qualcuno – amministratore pubblico, imprenditore o figure affini – che vorrebbe continuare a imporre quel modello: una circostanza, questa, a dir poco sconcertante.

Non mancano poi alcune località che nell’immaginario comune, e nel marketing che lo alimenta, non sarebbero certo considerate “brutte” ed anzi sono identificate come mete di lusso: si veda ad esempio St. Moritz, Davos, Crans Montana, Madonna di Campiglio, Ponte di Legno o Livigno. D’altro canto non sono solo palazzoni e condomini di scarsa fattura architettonica a determinare la “bruttezza” di un luogo e l’impressione negativa che possono suscitare: a volte è il traffico eccessivo (Canazei), altre viceversa l’assenza di strade adatte ad una residenzialità in loco degna (Brumano), altre ancora si è in presenza di paesi formalmente belli ma con accanto cose palesemente brutte come una batteria di gigantesche antenne radiotelevisive (Valcava) oppure prossimi a subire gli effetti di immobiliaristi e palazzinari che le hanno messe nelle loro mire (Roncola, Vezza d’Oglio, Temù).

Altra osservazione significativa: delle località italiane citate, ben 23 si trovano nelle Alpi occidentali italiane e solo 4 in quelle orientali (non ho considerato il Passo del Tonale che è a metà dei due ambiti). Forse è il segno dell’influenza dei modelli urbanistici delle due “metropoli alpine” di Torino e Milano, che dai loro centri hanno colonizzato le montagne sovrastanti, assicurando loro i maggiori bacini d’utenza turistici ma di contro trasformandole in proprie periferie in quota ad uso e consumo del turismo di massa.

Ma, come detto, queste mie sono solo alcune rapide considerazioni tra le tante che si possono trarre dalla “classifica” che vedete lì sopra, e ciascuno in base alle proprie idee e alle sensibilità che coltiva nei confronti dei territori montani ne potrà trarre innumerevoli altre. Ribadisco, questo è un sondaggio giocoso senza alcuna pretesa demoscopica, ma in fondo anche per questo consente di manifestare risposte personali spontanee e autentiche, dunque senza dubbio significative.

Per concludere, penso al riguardo che l’importante sia che tutti noi frequentatori appassionati e sensibili delle montagne si sappia conservare la capacità di cogliere e comprendere le tante bellezze che offrono tanto quanto percepire e considerare certa bruttezza che purtroppo è stata imposta ad esse da uomini evidentemente privi di tali doti. È una consapevolezza fondamentale, questa, necessaria a definire la realtà delle nostre montagne e il loro futuro ma pure la qualità della nostra frequentazione di esse e degli immaginari culturali attraverso i quali le identifichiamo. Come accennato poco sopra, possiamo definire le cose “belle” anche grazie a quelle che ci tocca definire “brutte”, e questo è certamente un principio che vale anche in montagna – luogo bello per eccellenza – forse ancor più che altrove!

Ancora grazie di cuore a tutti per le risposte, di sicuro foriere di altre future e spero interessanti dissertazioni sul tema!

La località di montagna più BRUTTA

AMICI!

Altre volte vi ho chiesto di citarmi le vostre “montagne del cuore” o la località che meglio interpreta l’idea di “villaggio montano”. Ma siccome il paradiso in Terra non esiste e nemmeno sui monti – almeno non sempre dove l’uomo ha lasciato i propri “segni”, purtroppo – ora vi chiedo:

mi citate il nome di una località di montagna che secondo voi si può definire brutta?

“Brutta” per qualsiasi (valido) motivo che a vostro parere possa essere importante e significativo al riguardo: non c’è bisogno che motiviate la vostra scelta ma siete liberi di farlo, se volete. Basta un nome, che ovviamente riterrete comunque più rappresentativo di altri.

D’altro canto possiamo definire le cose “belle” anche grazie a quelle che ci tocca definire “brutte”, e questo è certamente un principio che vale anche in montagna – luogo bello per eccellenza – forse ancor più che altrove!

Grazie di cuore fin d’ora a chi vorrà rispondere!

[Immagine tratta da www.visitcuneese.it.]
N.B.: la mia risposta (da codardo, dacché evito di citare località a me più vicine per evitare ritorsioni 😅) è Prato Nevoso, che vedete nelle immagini. Una sconcertante colata di cemento a 1500 m di quota in forme edilizie francamente imbarazzanti. Ogni volta che vedo la località mi chiedo come sia stato possibile che nessuno si sia reso conto di cosa si stesse realizzando, lassù.

[Foto di Matthew.M 86911, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Una pista di plastica sui prati di Asiago per sciare tutto l’anno

La lettura, al giorno d’oggi, di una notizia come quella riportata lo scorso 17 ottobre dal “Giornale di Vicenza” e ampiamente commentata da Luca Trevisan su “L’AltraMontagna”, riguardante l’installazione di una pista da sci in plastica lungo i pendii del Monte Kaberlaba, sull’Altopiano dei Sette Comuni in territorio di Asiago, appare per certi versi sconcertante e per altri grottesca. D’altro canto risulta particolarmente emblematica circa il pensiero e la visione che tutt’ora alcuni amministratori e gestori del turismo montano formulano riguardo i propri territori e i modelli di frequentazione turistica che vorrebbero loro imporre.

[Le piste da sci del Monte Kaberlaba lo scorso febbraio, con la poca neve artificiale bagnata dalla pioggia. Immagine tratta da www.ildolomiti.it/altra-montagna.]
Lo sconcerto sorge evidente fin dal primo istante in cui lo sguardo si posa sulla notizia e ancor più sul sottotitolo, nel quale l’idea asiaghese viene definita dai suoi promotori «Un’innovazione». Ma come può esserlo se già negli anni Settanta del Novecento si era pensato di coprire di plastica le piste da sci di alcune località montane al fine di prolungare le stagioni sciistiche anche al di fuori dei mesi invernali? E pure a quei tempi una tale idea venina osservata con un misto di curiosità, incredulità e sarcasmo: tuttavia, se cinquant’anni fa – quando peraltro ancora nevicava, sulle nostre montagne – si può comprendere che la pur bislacca idea potesse essere concepita come “un’innovazione”, oggi, anno 2024, proporre una cosa del genere appare ne più ne meno come un regresso, la manifestazione di una visione passatista della montagna che, pensando di reagire a una realtà climatica (ma non solo) in divenire riguardo la quale evidentemente non si sa cosa fare e si è in preda allo spaesamento, genera soluzioni che sono peggio dei problemi. Veramente oggi si può pensare di coprire un prato di montagna sul quale una volta cadeva la neve e ora non più con un gigantesco nastro di materiale plastico, pur di continuare a sciare dove la natura e il buon senso indicano chiaramente che è giunta l’ora di voltare pagina e elaborare nuove, più consone e sostenibili frequentazioni del luogo, oltre che conseguenti nuove gestioni politiche?

[Anni Settanta del Novecento: quando si sciava sulla plastica a San Pellegrino Terme, nelle Prealpi Bergamasche.]
Forse lo si può pensare, sì, ma solo se si decide di orientare lo sguardo verso il passato, arrivando così a definire “innovazioni” quelle che obiettivamente sono involuzioni destinate a generare inevitabile e rapida decadenza.

In ogni caso non è solo sconcertante, la notizia sul Kaberlaba: forse ancora di più appare grottesca, tendente al tragicomico, se nella lettura si colgono certi passaggi che ne identificano la matrice di fondo. La pista di plastica secondo i suoi promotori non è solo «innovativa», ovviamente è anche «ecosostenibile» e permette «la trasformazione, tecnologica e ecologica» del comprensorio del Kaberlaba e di Asiago. E come farebbe a essere così “sostenibile”, la plastica del Kaberlaba? Perché «è materiale sintetico, completamente riciclato». Peccato che sempre plastica rimane, un’estensione di plastica verde «posata a sua volta sul verde dei prati estivi» – come denota bene Trevisan su “L’AltraMontagna”, un terreno naturalmente vivo soffocato e seppellito da una pista di materiale morto – ma riciclato, eh! Ormai qui siamo oltre il mero “greenwashing”: non si nasconde più l’impatto ambientale dietro una parvenza ecologica, ma lo si dichiara platealmente pretendendo che lo si possa credere “sostenibile” solo perché come tale è dichiarato.

Sembra quasi una presa in giro, a pensarci bene, una sorta di raggiro proferito al pubblico nella convinzione che non sia in grado di comprendere la realtà delle cose. Ma da qui in poi la natura prima sconcertante e poi grottesca della notizia diventa pure inquietante: i promotori della pista di plastica del Kaberlaba sembrano ignorare completamente – o pare che ignorino scientemente – il sempre più grave problema della diffusione delle microplastiche anche nei territori montani, rilevato e denunciato ormai da tempo da numerose indagini sul campo e da conseguenti report scientifici. Un inquinamento subdolo perché pressoché invisibile ma dal quale derivano gravi ripercussioni sui già delicati ecosistemi dei territori in quota oltre che, inevitabilmente, su chi li frequenta, animali e umani. Potete immaginarvi una pista di plastica (pur riciclata ma sempre plastica resta, come detto) continuamente abrasa, consumata, frantumata da innumerevoli passaggi di sci oltre che dagli agenti atmosferici per lunghi mesi, magari per l’intero anno se non dovesse nevicare – come è ormai facile alle quote del Kaberlaba – quante microplastiche spargerà sui prati e nell’ambiente circostanti. Considerando che sulle montagne già esiste un problema scientificamente acclarato di inquinamento da microparticelle di materiali plastici, che sono stati rintracciati persino sui ghiacciai a quote di oltre 3000 metri, ci si può solo inquietare al pensiero di quanto delle piste da sci di plastica come quella di Asiago peggioreranno il problema oltre ogni limite accettabile.

[“Sci estivo” sulla plastica a Falcade. Immagine tratta da video, la fonte è qui.]
Infine, a compendio di tali considerazioni e dello sconcerto, del grottesco e dell’inquietudine che casi come quello del Kaberlaba suscitano, viene di nuovo e necessariamente da chiedersi: è questa la montagna che vogliamo? Prati ricoperti di plastica lungo piste da sci sulle quali non nevica più pur di preservare il business turistico? È questo che renderebbe “attrattivo” le nostre montagne e resilienti le loro economie basate su un modello di turismo che risulta ogni anno più insostenibile e impraticabile? Sarebbero queste le soluzioni alle criticità che la realtà quotidiana delle comunità di montagna si ritrovano ad affrontare?

Viene da credere che, ancora oltre lo sconcerto, il grottesco, l’inquietante, con tali iniziative si stia percorrendo la via dell’assurdo. Ma se pur potrebbe essere formalmente legittimo seguirla, lo deve ugualmente essere l’assunzione di precise responsabilità politiche (innanzi tutto, e poi ogni altra correlata) a fronte di tali così improbabili scelte. Il futuro della montagna non è un gioco e non lo può essere nemmeno la sua gestione politica, nelle piccole cose come nelle grandi. Altrimenti non ci vanno di mezzo solo le comunità che abitano le terre alte ma ci andiamo di mezzo tutti, inevitabilmente.