Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 12a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 21 marzo duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #12 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “L’uomo più importante dai tempi del diluvio!”, ovvero Friedrich Heinrich Alexander Freiherr von Humboldt. “E chi sarà mai?” direte probabilmente voi. Avete ragione, perché Humboldt è un personaggio praticamente sconosciuto ai più, eppure è tra quelli fondamentali per il mondo contemporaneo e per tutti noi che lo viviamo. Scienziato, geografo, naturalista ma anche precursore di moltissime cose: internet, ecologia, comunicazione, filosofie politiche ovvero “l’inventore di tutto”, come è stato definito (e anche il titolo della puntata riprende le parole di un necrologio scritto per la sua morte, nel 1859)… Insomma, in questa puntata RADIO THULE vi farà nuovamente scoprire un personaggio talmente importante da non poter non conoscere e, senza dubbio, apprezzare.

Baron_Alexander_von_Humboldt_by_Julius_Schrader_1859_retouchedDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

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Di castagni e di cultura, di ulivi e di futuro

tree-rootsCastagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.

Antichi sentieri e viabilità storica: la “scrittura” dell’uomo sul “libro” che è il territorio in cui vive

mulattiereOra che finalmente un po’ di neve è caduta oltre una certa quota, dedico spesso le mie uscite di corsa in montagna all’esplorazione di vecchie mulattiere e percorsi storici della zona, ormai scarsamente frequentati se non da qualche rado locale – quasi sempre cacciatori che raggiungono i propri capanni di caccia durante la stagione venatoria – o, ancor più raramente, da qualche escursionista amante della solitudine, anche perché comode strade carrozzabili hanno ormai sopperito ai loro scopi originari di collegamento tra i centri di fondovalle e gli abitati rurali in quota, a loro volta spesso abbandonati.
È un peccato che tali antichi tragitti siano ormai sostanzialmente dimenticati e, di conseguenza, spesso soggetti all’usura del tempo e in cattive condizioni: personalmente trovo a dir poco affascinante la loro percorrenza, perché è un po’ come muoversi lungo la storia di quelle zone e delle genti che le hanno vissute e abitate fin dall’antichità. Sono solito dire che il territorio in cui vive l’uomo è una sorta di libro le cui pagine sono le diverse zone che lo caratterizzano – il piano, i campi, la montagna, i boschi, gli alpeggi, eccetera – e sulle quali l’uomo scrive la propria storia comune col territorio stesso: la “scrittura” che ne consegue, il segno umano lasciato su quelle pagine naturali, è proprio la rete di strade, carrarecce, mulattiere e sentieri che letteralmente “racconta” quella storia comune, ovvero l’interazione con il territorio delle genti che lo hanno abitato.
Lungo i percorsi sui quali corro per allenamento e puro divertimento, sono transitati pastori con le proprie greggi, contadini, boscaioli, cacciatori, commercianti, pellegrini, forse anche antichi guerrieri di eserciti di conquista eppoi, in tempi più recenti, i primi escursionisti in senso moderno, i primigeni turisti di quei monti oppure i lavoratori che scendevano alle fabbriche del fondovalle – quando non per emigrare chissà dove in cerca di una vita migliore – e i bambini che vi si recavano a scuola ma pure, in circostanze ben più infauste, soldati di schieramenti opposti, combattenti, partigiani… Un vero e proprio libro di storia, insomma, scorre lungo quei percorsi, portando con sé le infinite storie di tutte quelle genti e l’essenza del tempo in cui sono vissute e durante il quale hanno sfruttato gli antichi tragitti.
In fondo, percorrerli oggi, pur con fini meramente ludico-sportivi come faccio io, è quasi come viaggiare grazie ad essi attraverso il tempo: si ha l’occasione di osservare il mondo d’intorno (quantunque cambiato e certamente più antropizzato d’un tempo) con lo stesso sguardo ovvero lo stesso punto di vista di quei progenitori, si transita dai boschi e dai pascoli che garantivano loro la pur scarsa sussistenza vitale, si attraversano antichissimi nuclei rurali in cui hanno vissuto intere generazioni non di rado senza mai allontanarsi, dunque facendo di quelle poche case il proprio mondo – una sorta di minuscola ma preziosa sfera vitale sospesa nello spazio-tempo -, si scoprono lungo i sentieri i segni del tentativo di rendere meno dura quella vita: stalle ormai diroccate, muri a secco di sostegno a terrazzamenti, fonti, lavatoi e abbeveratoi, piccole cave e calchere, a volte ingressi di anguste miniere oltre ai vari manufatti devozionali, non di rado posti in luoghi legati a ben più antiche suggestioni pagane.
Lo ribadisco: è un peccato che queste antiche vie rurali siano state dimenticate, e non solo dagli uomini contemporanei ma, sovente, anche dai loro amministratori locali. Certamente la manutenzione di esse non costa poco e abbisogna pure di personale preparato all’uopo (prima che inaudite gettate di cemento o d’asfalto, credendo di sistemare le cose, in realtà le rovinino del tutto: cosa che più volte mi è toccato constatare), ma mantenerle in buono stato è veramente come mantenere in altrettanto buono e vivo stato la storia e la memoria che conservano, e che è imprescindibile elemento identificante – oltre che valorizzante – il territorio stesso che ne è percorso e la gente che lo abita. Non serve ricordare come la conoscenza quanto più approfondita del paesaggio, da parte delle persone che lo abitano, è peculiarità fondamentale per l’identità di esse oltre che – per certi versi soprattutto – per la cura e la salvaguardia del territorio dal degrado e dal dissesto (il che significa pure da eventuali scempi cementizi imposti da spregiudicati speculatori a cui, palesemente, nulla interessa della storia e della bellezza di un territorio, peraltro nemmeno “loro”). Dunque, mi auguro che gli amministratori interessati comprendano l’importanza di mantenere vive quelle antiche vie di transito, ma ugualmente spero anche che le stesse possano tornare ad essere frequentate come meritano: e non solo per il retaggio culturale e antropologico che conservano, ma anche per la grande bellezza naturale e paesaggistica che regalano nel percorrerle. Un tesoro grande e prezioso che sovente abbiamo appena fuori dall’uscio di casa, e che dovremmo conoscere e saper apprezzare: faremmo così un favore a noi stessi, innanzi tutto.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 7a puntata della stagione 2015/2016 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 11 gennaio duemila16, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #7 dell’anno XII di RADIO THULE intitolata: “C’era una volta la vera neve!”, ovvero: innevamento artificiale: cosa, come, perché (o perché no!)
L’inverno in corso, caratterizzato da una eccezionale siccità, ha visto il necessario e massiccio uso della neve artificiale per poter aprire le piste da sci; d’altronde i cambiamenti climatici in corso stanno trasformando quella che un tempo era una tecnologia di emergenza in qualcosa di normale e abituale, per consentire agli appassionati di poter sciare. Ma cos’è la neve artificiale? Come viene prodotta? E cosa comporta la sua produzione, sia dal punto di vista ambientale che da quello economico e pure culturale? Il suo uso è realmente necessario, oppure denota il bisogno di un ripensamento del turismo montano invernale? Sperando che nel frattempo torni la vera neve, in questa puntata RADIO THULE cercherà di far luce su tale argomento ben più articolato e sorprendente (o sconcertante) di quanto si possa pensare.

meteo-immacolata-in-montagna-solo-neve-artificiale-3bmeteo-68696Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

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INTERVALLO – Le “montagne di libri” di Mario Cordero

Scultura-Cordero-copiaCome Guy Laramee, sul quale ho già disquisito qui sul blog, anche l’artista piemontese Mario Cordero utilizza i libri per creare paesaggi di montagna. Pagine e copertine, sovente di guide di viaggio, sono scavate e plasmate così da far affiorare sulle superfici lavorate un un’amalgama che simula vette e distese di rocce.
In fondo, Cordero pare seguire quel mio stesso intento che metto alla base dei testi in cui scrivo di montagna e Natura, per il quale considero il territorio come un grande libro aperto fatto di tante pagine quanti sono gli ambienti e i paesaggi in esso riscontrabili, e con i transiti dell’uomo – su strade, mulattiere, sentieri, vie alpinistiche – che scrivono su tali pagine innumerevoli storie, narrano vite e vicende vissute, descrivono emozioni e dolori. Cordero è come se ribaltasse questo principio: nelle sue installazioni sono i libri che diventano paesaggio, con le sue morfologie e i suoi “orizzonti”, in un processo inevitabilmente circolare e virtuoso.

Cordero1Le sculture di Mario Cordero saranno esposte al Museo Nazionale della Montagna di Torino dal 12 dicembre al 7 febbraio 2016. Cliccate su entrambe le immagini per saperne di più.