Le dieci migliori case del 2021

[Immagine tratta da qui.]
Domusweb”, il sito della più nota rivista italiana di architettura e design, ha pubblicato la propria classifica delle “dieci migliori case del 2021” presentate nel corso dell’anno passato: la potete vedere cliccando sull’immagine in testa al post.

[Alcune delle case presentate nella classifica.]
Se in generale i progetti prescelti – sparsi ovunque sul pianeta, alcuni molto interessanti, altri più “dubitabili” – presentano una comunque apprezzabile e invero ormai inderogabile ricerca di armonia e dialogo con il territorio per il quale sono stati ideati, assumendosi così la necessaria (e niente affatto scontata, ancora) consapevolezza di diventare un elemento importante, a volte identificante, per il paesaggio locale, mi fa molto piacere trovare tra i dieci progetti quello della casa-rifugio immersa nello scenario naturale del piccolo comune di Valtournenche (Valle d’Aosta) dell’amico Enrico Scaramellini, del quale vi avevo già detto qui (e che “Domusweb” sceglie anche come foto di copertina della classifica, quasi a rimarcarne il valore): un prototipo abitativo per riconfigurare il paesaggio montano tanto semplice (all’apparenza) nel design quanto funzionale e dotato di infinite potenzialità d’uso e di relazione, sia materiale che immateriale, con i luoghi ove può essere installato, che riconferma Scaramellini come uno dei migliori e più sensibili “progettisti di montagna” italiani in assoluto – oltre che assai necessari, lui e quelli bravi come lui, visto l’ancora troppo diffuso vizio di costruire edifici parecchio incongrui quando non indecenti, sui monti, come fossimo rimasti agli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso e a quelle visioni dell’abitare la montagna rivelatesi rapidamente degradanti e fallimentari.

Per approfondire la conoscenza del progetto di Scaramellini e visitarne la gallery, potete cliccare qui e leggere l’articolo dedicatogli da “Domusweb”.

Una “panchina gigante” VERA

Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:

Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.

Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋

P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!

Il piccolo Monte Barro e le sue grandi “magie”

Il Monte Barro è un altro di quei luoghi montani che emana un che di magico, di arcano ovvero di “sacrale” – in senso assolutamente panteista, per quanto mi riguarda. Al pari del suo “sodale” Monte di Brianza, dal quale lo separa a Sud l’ampia sella pianeggiante di Galbiate (ve ne ho già detto qui), il Barro si direbbe un monte poco significativo, così più basso rispetto a tutti gli altri d’intorno (eccetto il citato Monte di Brianza, appunto) e soverchiato sia nell’orografia che nella fama dai vicini Resegone e Grigne, i quali dall’altra parte del bacino dell’Adda sembrano signoreggiarlo con fin troppa severità. Eppure, se osservato dal lungolago di Lecco, dal quale assume quasi le sembianze d’un piccolo Cervino, oppure da Sud, una sua imponenza ce l’avrebbe pure, e se non ci fossero quei monti prominenti così vicino di sicuro acquisirebbe ancor più personalità morfologica.

In ogni caso, orografia a parte, il Barro è un piccolo monte sul quel si possono trovare tante grandi cose: rilevanze naturalistiche, faunistiche e botaniche, luoghi di affascinante cultura, emergenze storiche, artistiche e architettoniche, ambienti suggestivi, palinsesti antropici estremamente interessanti, possibilità escursionistiche invitanti nonché alcuni tra i più spettacolari scorci panoramici delle Prealpi lombarde, inclusi quella che forse è la più scenografica veduta di Lecco ai piedi dei suoi celeberrimi monti, verso Oriente, e tramonti sensazionali a Occidente, verso cui il monte si affaccia senza più altri ostacoli montani sulla pianura lombardo-piemontese.

Trovate tutto quanto il Monte Barro ha da offrire, con ben più dettagli al riguardo di quanto saprei fare io qui, nel sito del Parco Naturale, qui, essendo pure un’area protetta. Io però, con questa mia testimonianza sulla magia, o sulla sacralità, del monte, vi invito a ricercare su di esso ed esplorare gli ambiti meno frequentati e antropizzati, così da godere della dimensione ideale e intessere una relazione attiva con il luogo e il suo Genius Loci. Ad esempio, di recente ho percorso con Loki, il mio segretario a forma di cane, il periplo orario del monte esplorando il suo versante più “selvaggio” e intatto, la Val Faée, che dalle creste sommitali digrada verso Nord-Ovest tra vallecole, pendii a volte ripidi e a volte adagiati, lievi conche e schive radure. Non è affatto un luogo “segreto”, dato che risulta di facile accessibilità e percorrenza grazie ai numerosi sentieri che lo attraversano, ma a passarci nella stagione invernale, quando magari c’è neve al suolo e tra i fitti boschi dormienti vi regna incontrastata l’ombra, la Val Faée riacquista un che di recondito e di misterioso, appunto, assolutamente affascinante. La luminosità quieta e la neve al suolo ovattano lo spazio ma pure – si ha l’impressione – il tempo, di contro gli alberi spogli delle loro chiome fogliate lasciano intravedere il fondovalle, le sue case e le industrie che lo tappezzano fittamente, lasciano salire il brusìo delle umane faccende che tuttavia non riesce a inquinare la pacatezza del versante, come se gli alberi pur addormentati e disadorni facessero comunque da filtro, visivo e sonoro. Ci si sente in un ambito sospeso, protetto e protettivo, lontano da ogni ordinaria cosa umana delle quali si coglie la presenza ma come fosse su un altro piano dimensionale, un regno prealpino naturale “indipendente” e inopinatamente accogliente anche se così ombroso, freddo e appartato, nel quale all’animo sensibile viene più facile intessere un dialogo con il monte, una relazione con la sua essenza, con la sua anima prealpina, una consonanza identitaria che ti fa sentire accolto e parimenti consente al monte di sussurrare al tuo animo la rivelazione del suo fascino ancestrale e arcano.

Quando sono uscito dal versante di Faée, scendendo verso gli spazi aperti del Pian Sciresa (altro luogo molto bello soprattutto se goduto nei momenti di minor frequentazione turistica), mi è sembrato di tornare a una dimensione diversa da quella fin lì vissuta, a uno spazio-tempo più ordinario seppur comunque gradevole e già rivolto al mondo antropizzato, alla città posta poco sotto (anche se non visibile), alle sue attività, al suo traffico, ai suoi rumori – forse anche perché nel nostro vagabondaggio in quel versante del Barro non abbiamo trovato nessuno. Chiudendo poi il periplo e tornando al punto di partenza, ho avuto l’impressione vivida di aver parimenti chiuso anche un cerchio emozionale, di aver abbracciato un piccolo monte che però sa mostrarsi un grande scrigno di cose interessanti e di rivelazioni affascinanti, come se la camminata, in realtà durata un paio d’ore e mezza o poco più, fosse stata ben più lunga, più articolata, più varia.

Non bastasse ciò che il Barro sa offrire in modo palese oppure più riservato, anche molti suoi toponimi accrescono la natura misteriosa, o quanto meno curiosa, del monte: Monte dei Frati, Cà di Sbirr, Valle Forca, Prato degli Avari, Valle del Prato Rotondo, Sasso della Vecchia, Sella dei Trovanti… luoghi “minimi” che sembrano evocare narrazioni antiche e bizzarre, da racconto fantastico, vagamente leggendarie. È un’altra originale dote del “piccolo” Monte Barro, un luogo che, se vorrete visitarlo ed esplorarlo con curiosità e sensibilità intense, sono certo che vi regalerà grandi suggestioni e vi farà stare piacevolmente bene, su di sé.

P.S.: tutte le immagini che vedete sono tratte dalla pagina Facebook Monte Barro.

La neve mirabile di Contencin

[Il Breithorn e la valle di Lauterbrunnen visti da sopra Wengen, Svizzera.]
Siamo ormai in inverno e di “artisti della neve”, se posso definire così quelli che hanno saputo ritratte soggetti e paesaggi invernali innevati con particolare suggestione, ce ne sono molti e alcuni risultano celeberrimi, inutile dirlo. Tra quelli forse meno noti (anche perché non faceva l’artista di mestiere) ma di grande fascino vi è il pittore francese Charles-Henri Contencin, tra i più capaci nel rendere per così dire “palpabile” l’atmosfera invernale dei paesaggi ritratti, tanto classici nello stile quanto intensi nell’impressione cromatica, nella raffigurazione dei giochi di luce e dei contrasti tra il biancore nevoso e gli altri elementi naturali o antropici, come si può ben vedere dalla minima ma significativa selezione di immagini che vi propongo qui. Ciò non a caso, dato che Contencin passò l’infanzia dai nonni nell’Oberland Bernese e fu poi un buon alpinista, socio di lungo corso del Club Alpino Francese, dunque la montagna in primis la conobbe e la visse concretamente, per poi poterla raffigurare così vividamente nelle sue opere: non dei capolavori rivoluzionari, senza dubbio – Contencin fu soprattutto un mirabile paesaggista classico che d’altro canto di professione faceva il responsabile delle strutture di ingegneria della SNCF, le ferrovie francesi – ma un artista che certamente, se bisogna pensare all’inverno e alla neve in arte, figura tra i primi nomi citabili, ecco.

[La Route de Saint-Gervais a Megève, Francia.]
[Tignes Les Boisses, Francia.]
[L’Aiguille de Varan vista dalla Valle del Montjoie, Savoia, Francia.]
[La Wengernalp in inverno guardando verso la Jungfrau, Oberland Bernese, Svizzera.]
P.S.: le immagini delle opere qui pubblicate sono tratte dal sito web della John Mitchell Fine Paintings, galleria d’arte di Londra specializzata nella pittura “alpina” e di paesaggio, sulle quali pubblica annualmente anche dei bellissimi cataloghi di opere.

P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.

Panchine giganti, rifiuti abbondanti?!

CASPITA! 😲

Proprio non era mia intenzione, quando ho dissertato sull’ennesima “panchina gigante” installata a Triangia, sopra Sondrio, e l’articolo l’ho intitolato “Un altro centro di raccolta rifiuti (a forma di panchina)”, essere così “profetico”! Non volevo!
O forse era inevitabile che lo fossi, pur senza volerlo?

In verità scrivevo che tali opere così banalizzanti il territorio che vorrebbero “valorizzare” (termine-panacea assai usato in questi casi, i cui manufatti, invece, del territorio in cui vengono piazzati degradano in modo palese il valore culturale), rendono un “rifiuto” ovvero provocano il rifiuto della visione consapevole del territorio, del valore e della cognizione estetica del luogo, della percezione del paesaggio e della relazione genuina, personale e non mediata con esso, della capacità di cogliere i dettagli senza farsi distrarre da elementi avulsi e decontestualizzanti…

Ma tu guarda il caso, eh, che opere come quella invece generano spazzatura vera, comportamenti incivili, maleducazione automobilistica e non solo… e il paesaggio? E l’acquisizione di consapevolezza riguardo le sue peculiarità? E la valorizzazione del territorio? E la qualità del luogo nonché della quotidianità di chi vi risiede? (Date un occhio anche a quest’altro recente articolo al riguardo).

Ma no, nessuna dote profetica, ci mancherebbe! Solo un’altra storia già scritta, temo, il cui “testo” tuttavia mi auguro possa essere cambiato presto, per il bene futuro del luogo e dei suoi abitanti.