I poeti? Dei poveri diavoli… (Aldo Palazzeschi dixit)

Il popolo non ha prevenzioni né antipatie per il poeta; lo giudica un povero diavolo, uno che va a finir male; sa che con la poesia si fanno magri guadagni; in fondo lo ama perché non lo invidia. Lo vede un po’ quello che proclama la giustizia a tutto rischio e pericolo, o esalta a fondo perduto la bellezza che è nelle cose: due sentimenti nel popolo radicati bene.

Aldo Palazzeschi, dall’intervista di Alberto Viviani, Colloquio, Quadrivio, III 16, 17 febbraio 1935, p.6)

ALDO PALAZZASCHI0001 (Copia)Insomma, in 80 anni e più non è che lo cose siano tanto cambiate, per i poeti e la poesia. O meglio: se al tempo in cui Palazzeschi affermò quanto sopra era la gente che giudicava i poeti dei poveri diavoli in quanto riconosceva in essi virtù tanto preziose quanto sostanzialmente inutili, oggi la gente non è più in grado di riconoscere tali virtù e dunque i “poeti” contemporanei (se si possono considerare tali, nella loro gran parte) hanno pensato bene – non sempre, ma spesso – di dimostrarsi dei poveri diavoli fin da subito, senza aspettare il giudizio altrui.

INTERVALLO – Cesena, Biblioteca Malatestiana

BiblioMalatesta0Eccellenza italiana di valore assoluto e primo luogo nazionale inserito nel Registro della Memoria del Mondo UNESCO, la Biblioteca Malatestiana di Cesena è un luogo che qualsiasi appassionato di libri e di lettura dovrebbe visitare almeno una volta. Fondata alla metà del XV secolo, è stata la prima biblioteca civica d’Italia e d’Europa, ed è l’unico esempio di biblioteca monastica umanistica giunta fino a noi perfettamente conservata nell’edificio, negli arredi e nella dotazione libraria.
Oggi vi sono conservati quasi 250.000 volumi, di cui 287 incunaboli, circa 4.000 cinquecentine, 1.753 manoscritti che spaziano fra il XVI secolo e il XIX secolo e oltre 17.000 lettere e autografi. Inoltre, nella sezione moderna della biblioteca, sono presenti oltre centomila volumi.

BiblioMalatesta3BiblioMalatesta1BiblioMalatesta2Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Biblioteca ma ancor più, ribadisco, visitatela sul serio, non solo in modo virtuale!

Se la cultura fa PIL – e non solo in senso economico…

9402316437_9ca1ddc96d_bDue notizie – o, meglio, due serie di dati statistici commentati – uscite sui media di recente (cito titoli e link relativi presi tra i primi che il web propone): Eurostat, l’Italia si riprende lentamente dalla crisi: è la peggiore tra i big Ue; Quell’Italia che non legge libri e giornali, non va al cinema, al teatro e alle mostre…
Due notizie all’apparenza disgiunte, l’una che rimanda a dati economici legati all’andamento dell’industria e dei consumi, l’altra allo stato del comparto culturale nazionale, certamente di segno simile – viste le situazioni che delineano – ma formalmente non correlabili.
O no? E, lo dico da subito, senza considerare le usuali riflessioni su quanto la cultura sia poco sfruttata in termini economici e di generazione di PIL
Sì, perché mi viene da pensare ad altre considerazioni che trovo assolutamente imprescindibili nel merito, di natura culturale ma in senso sociologico… Ovvero, a come credo sia del tutto inevitabile che un paese che ormai da tempo abbia abbandonato la cura della propria matrice culturale, con tutti gli annessi e connessi, risulti pure ultimo in termini di crescita economica, di produttività industriale, di creatività imprenditoriale così come, più pragmaticamente, di capacità di reazione e ripresa.
Per qualsiasi società politicamente strutturata, l’obiettivo di una crescita equa e generante benefici diffusi (al di là dell’evidenza che la crescita “infinita”, che parrebbe un caposaldo del distortissimo capitalismo contemporaneo, sia una scempiaggine bella e buona) non può esimere dal poggiarsi su una base culturale altrettanto diffusa e attiva. Ciò per innumerevoli motivi, primo tra i quali il fatto che una nazione culturalmente avanzata e dinamica è inevitabilmente dotata di molti più strumenti intellettuali per comprendere la realtà nella quale si muove, reagire agli ostacoli e alle crisi che in essa si presentano e progettare vie alternative che le consentano di progredire in avanti nel tempo oltre quegli ostacoli piuttosto che rimanervi impantanata se non, peggio, di regredire.
Purtroppo una tale lampante evidenza risulta da tempo cronicamente ignorata (volutamente o meno) dalla politica italiana e, per bieca e sconcertante pandemia, da ampie parti della società nazionale, fin dalle sue più ovvie basi concettuali. Ovvero fin dalla constatazione che quella cultura così mancante dalle nostre parti si genera e si coltiva a partire dalle azioni culturali più minime, come il leggere un buon libro. Pensare che, appunto, la cultura letteraria (per restare nell’esempio) sia altra cosa rispetto alla cultura sociale, industriale, politica o che altro è una superficialità del tutto insensata. D’altro canto e per lo stesso motivo, ogni piccola o grande azione culturale – di matrice letteraria, artistica, umanistica e così via – ha sempre una valenza politica, ovvero di “supporto” (intellettuale ma non solo) alla gestione della cosa pubblica. Meno le si praticano, tali azioni culturali, meno la società potrà godere di una buona amministrazione, di un buon governo, di un funzionamento “fruttuoso”, per così dire – senza contare che, di contro, in loro assenza la cattiva (e magari pure malandrina) gestione politica avrà campo libero per i propri maneggi.
Alcuni commentatori, in altri articoli correlati a tali questioni, hanno segnalato che le solite messi di dati fotografanti lo stato comatoso della fruizione culturale in Italia – con sempre meno lettori, meno visitatori dei musei, meno spettatori nei teatri e così via – siano diventate inutili se non dannose alla percezione dell’opinione pubblica, ormai così abituata ad averne notizia da non farci più nemmeno caso. Forse costoro hanno ragione (anche se mi verrebbe da pensare che il silenzio su di essi, al contrario, potrebbe far credere che tutto vada bene) tuttavia, anche seguendo il loro ragionamento e in un certo qual modo sviluppandolo, sarebbe probabilmente il caso di cominciare a contestualizzare e rendere concreti nei loro effetti pratici quei dati, ovvero a ragionare non tanto e non solo (o non più, se si crede) sui meri numeri ma sull’effetto di questi numeri nella realtà quotidiana, e sul rapporto indubitabile, a mio modo di vedere, tra essi e tanti altri dati statistici ovvero comunque rappresentativi dello stato della nazione. Perché, la storia lo insegna, non s’è mai vista una società infarcita di zotici privi di cultura che abbia goduto di un grande e duraturo benessere, sociale in primis. E guardandoci intorno possiamo già avere, nel bene e (purtroppo più) nel male, una significativa conferma di questo storico insegnamento.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Di detrazioni fiscali sui libri e detrazioni culturali sulle menti

Senza nome-True Color-02Cristina Giussani, presidente del SIL – Sindacato Italiano Librai aderente a Confesercenti – commentando il rapporto diffuso dall’Istat sulla lettura in Italia – ovvero la deprimente (e ormai cronica) situazione fotografata in esso, dice: «Sarebbe più efficiente passare ad un approccio globale del problema. Per questo auspichiamo che la Legge Giordano, attualmente in discussione in Parlamento, introduca per tutti la possibilità di usufruire di detrazioni fiscali sull’acquisto dei libri, che siano di varia o di scolastica. Un intervento che, soprattutto se inserito all’interno di una grande campagna per rilanciare il ruolo culturale di libri e librerie, può efficacemente stimolare l’avvicinamento degli italiani alla lettura.» (Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo in originale nel sito del SIL.)

Sì, ok, può aver ragione, Cristina Giussani. Anzi, ce l’ha senza dubbio. Però, io penso, il vero “approccio globale del problema” non sarebbe tanto quello di far pagar meno i libri (qualsivoglia cosa significhi e comporti ciò) semmai di riportare gli italiani sui libri ovvero – temo – di rialfabetizzarli culturalmente, e non con provvedimenti presi per legge, calati dall’alto e nemmeno resi strutturali, sicché domani un nuovo governo annulli il tutto per propri differenti interessi o semplicemente perché non vi siano più fondi disponibili (una motivazione, vera o presunta, sempre molto in voga negli esecutivi nazionali), ma in base a un necessario, anzi, incontrovertibile cambio di clima culturale. Che io non vedo, non percepisco, non intuisco. Al contrario, vedo una cultura sempre più disprezzata dalla politica e dalle sue parti amministranti.
C’è da fermare un processo di imbarbarimento sociale ormai parecchio avanzato, insomma, affinché qualsiasi iniziativa del tipo (giustamente) proposto dal SIL possa avere effetti realmente fruttuosi. Altrimenti, sarà come drogare un cavallo così che vinca quelle gare in cui arrivava sempre ultimo, per poi vederlo stramazzare a terra dopo il traguardo lasciando che di nuovo siano gli altri cavalli a vincere.

Scrivere libri è rifiutarsi di vivere? (Björn Larsson dixit, “special guest” Charles Bukowski)

Da dove mi veniva questo desiderio di scrivere e di essere scrittore? Ovviamente da una miriade di ragioni e motivazioni diverse. E quelle che spiegano perché continuo a scrivere non sono probabilmente le stesse che mi hanno spinto a cominciare. Eppure non c’è da stupirsi se sostengo, da fonte sicura, che una delle prime motivazioni, come più tardi per la barca, era e continua a essere il sogno di una vita in libertà. Solo che oggi so quel che da giovane ignoravo, e cioè che scrivere è un duro lavoro, di lungo respiro, che richiede disciplina e implica non pochi sacrifici. E so anche fino a che punto è difficile vivere della propria penna. Nel suo pregevole libro “La scrittura o la vita”, Yorge Semprun dice giustamente che “scrivere, in un certo senso, è rifiutarsi di vivere”. Non arrivo a tanto, perché la scrittura mi ha anche regalato un surplus di vita. Ma è innegabile che quando si è immersi nella scrittura di un romanzo, vivere risulta difficile. Prima e dopo si vive, durante, mica tanto.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.50)

(Foto di Roberto Dalla Bona)
(Foto di Roberto Dalla Bona)
Leggendo quanto scritto da Larsson mi è venuta in mente l’affermazione di un altro grande personaggio della letteratura moderna, Charles Bukowski, di segno del tutto opposto:

Sento dagli altri scrittori quanto sia duro scrivere e se per me fosse così maledettamente dura proverei a fare qualcos’altro.

Alla fine, per quanto mi riguarda, la verità sta nel mezzo: deve essere un duro piacere, ecco, dacché se fosse solo “piacere” ci sarebbe qualcosa che non va, e se fosse attività così dura idem. Ovvero, è giusto la somma di queste due condizioni a creare quella terza che forse, o probabilmente, può permettere – se si possiedono le capacità – di scrivere cose interessanti.