E’ on line la versione 2017 del sito lucarota.it.
Lì c’è tutto quello che ho fatto, fino ad oggi. O quasi, ma quanto di pubblico lo trovate con profusione di informazioni.
Cliccate sul monitor e fateci un giro, eh!
Tag: libri
Sul lèggere contemporaneo (Giuseppe Culicchia dixit)
LÈGGERE: perdita di tempo, ovviamente quando si tratta di libri e quotidiani (…) Se su Facebook o Twitter ci si imbatte in un link che rimanda al brano sulla Neolingua tratto da 1984 di Orwell, in cui si narra della distruzione delle parole con conseguente eliminazione di qualsiasi forma di pensiero complesso, soffermarsi per un istante a riflettere, e collegare tale profezia alla riduzione del vocabolario e del pensiero grazie ai 140 caratteri di Twitter e ai «mi piace» di Facebook. Quindi ri-twittare immediatamente o cliccare «mi piace».
(Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune. Dizionario della nostra stupidità, Einaudi 2016, pag.125, voce “Lèggere”.)
Appunto.
(A, pi, pi, u, enne, ti, o. 7 caratteri: non male, ne avrei ancora 133 da consumare… ma lo so, potrei fare pure di meglio. Penso.)
(Cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Mi sono perso in un luogo comune.)
“Libro”?!?
No: la questione, stavolta, non è legata alla “solita” diatriba tra libro di carta e libro digitale, sulla quale ho nuovamente dissertato di recente.
Piuttosto, concerne direttamente il senso dell’oggetto-libro, anche solo per come esso sia emblema più immediato, democratico e accessibile di cultura. Almeno stando alle statistiche riguardanti la diffusione della lettura, sempre più desolanti, dalle quali scaturisce un altrettanto diretto e conseguente (a quanto sopra) interrogativo: non se ciò che la vignetta rappresenta avverrà veramente, ma quando avverrà.
Ovviamente sperando che la vignetta resti tale, una simpatica e divertente scenetta comica, certo. Ma temo che ci sia da lavorare parecchio, perché non rappresenti invece una drammatica preveggenza.
Roald Dahl, “Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra”
Credo sia abbastanza inutile che io, qui, mi metta a dissertare e a dirvi chi fosse Roald Dahl, e quanto grande sia la sua fama come scrittore di capolavori letteraria per bambini e ragazzi. Forse potrebbe essere già più utile, dacché probabilmente meno noto, denotare che al di là della sua celeberrima produzione per i lettori più giovani, lo scrittore gallese (ma norvegese d’origine) produsse anche alcune opere per adulti. Due dei suoi racconti – un tempo si sarebbero probabilmente definiti novelle – sono contenuti ne Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra (Guanda, Parma, 1996/2009, traduzione di Massimo Bocchiola; orig. The Bookseller, 1986): l’uno dà il titolo al libro, il secondo è Lo scrittore automatico (orig. The Great Automatic Grammatisator, 1953), ed entrambi sono due piccoli ma luminosi gioielli…
(Leggete la recensione completa di Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
“Le” Parole – 13, SCRIVERE (ovvero: cos’è/cosa dovrebbe essere realmente uno “scrittore”?)
Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:
L’etimologia della parola scrivere – nella particolare formulazione illustrata non tanto nella voce Treccani qui sopra ma in quella di seguito riprodotta (tratta dalla versione web del famoso Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani), che richiama altri significati originari come raschiare, incidere, scavare,
scolpire ecc. – termini che peraltro rimandano direttamente ad una matrice prettamente artistica dell’atto in sé -, mi ha fatto riflettere su una particolare interpretazione del relativo termine “scrittore” ovvero del senso contemporaneo dello scrivere, dalla quale ricavo una provocazione: quanto gli scrittori contemporanei sanno raschiare, scolpire, scavare nella lingua utilizzata, scritta e diffusa oppure quanto la rendono un mero e “inevitabile” strumento espressivo? Formulo la questione da un altro punto di vista: quanto gli scrittori di oggi, producendo letteratura, sanno creare, plasmare, forgiare o anche solo innovare la lingua, incidendo le loro opere direttamente nel corpo di essa così da modellarne la forma e dunque in qualche modo tornando a quell’accezione originaria del termine scrivere?
Credo da sempre che l’esercizio dello scrivere letterario non possa mai esimersi, in un modo o nell’altro, da una attiva necessità di evoluzione della lingua scritta, sia essa più o meno evidente. Penso allo scrittore come a un forgiatore del linguaggio, un modellatore della sua forma scritta e dunque, di rimando, di quella parlata, colui al quale è demandato – forse più che a chiunque altro – il compito di non lasciar infiacchire la lingua, di mantenerla sempre ricettiva nei confronti del presente e in moto vivace verso il futuro senza ovviamente mettere da parte il proprio passato: un arricchimento continuo, necessario e prezioso, insomma, di cui deve essere il promotore e il custode.
Posto ciò, altra domanda: dunque gli scrittori oggi, sono realmente tali oppure – a parte pochi casi – sono “solo” dei narratori? Sia chiaro, senza che l’un termine o l’altro possa e debba sancire la miglior qualità della letteratura prodotta: inutile dire che vi sono in circolazione scrittori di scarso pregio e narratori fenomenali. Ma, a prescindere da ciò, mi torna in mente quel noto motteggio di Paul Gauguin, l’arte o è plagio o è rivoluzione: e siccome la letteratura è arte (una verità che molto spesso tanti scrittori, o presunti tali, dimenticano per primi), la regola gauguiniana può senza dubbio essere adattata alla scrittura e indicare – ribadisco – come di principio non vi possa essere scrittura autenticamente letteraria che non rivoluzioni – o almeno non ci provi a farlo ovvero non sperimenti possibili innovazioni – la lingua, poco o tanto che sia.
Ecco, a mio modo di vedere il vero scrittore è costui: un rivoluzionario delle idee e parimenti del linguaggio – in misura certamente variabile ma altrettanto percepibile. È anche una precisa responsabilità insita nell’atto dello scrivere, questa, della quale ogni autore deve essere consapevole: potrà poi rispettarla o meno, nella massima e ovvia libertà espressiva possibile ma, in ogni caso, la deve riconoscere.