La lettura rende un uomo completo… (Francis Bacon dixit)

La lettura rende un uomo completo, la conversazione lo rende agile di spirito e la scrittura lo rende esatto.

Francis Bacon, Essays, or Counsels Civil and Moral, 1625. It. Saggi civili e morali)

FrancescoBacone-e1432503085691Inutile dire che Bacon, o Francesco Bacone, è da annoverare tra i padri del pensiero moderno e quindi contemporaneo – già se ne accorsero in epoca illuminista, quando Diderot, lavorando all’Encyclopédie, non mancò di notare che “Se siamo riusciti nel nostro intento, ne siamo debitori al Cancelliere Bacone.” – dunque non deve stupire la sua considerazione nei confronti della lettura e della scrittura.
D’altro canto, se spesso il pensiero diffuso ci pare oggi povero, parecchio sbieco e assai opinabile, è fors’anche perché si legge troppo poco, si conversa vanamente e (di conseguenza) si scrivono grandi futilità. Già.

Perché il futuro del nostro mondo dipende (anche) dai libri e dalla lettura (da una “lectio magistralis” di Neil Gaiman)

NeilGaimanDa tempo Neil Gaiman è diventato uno dei più noti e fervidi ambasciatori dei libri e della lettura, attraverso interventi pubblici sempre intensi e sovente illuminanti.
Come quello tenuto il 14 ottobre 2013, quando la Reading Agency, un’agenzia no profit del Regno Unito che si occupa di promuovere la lettura e l’alfabetizzazione, ha invitato lo scrittore a tenere una lectio magistralis sull’importanza delle biblioteche, della lettura e dell’immaginazione, in particolare per giovani e bambini. L’intervento, che si è tenuto nella sede londinese dell’istituzione, è stato poi ripreso da molti giornali – in particolare da un lungo articolo del Guardian – mentre in questo caso il brano che vi voglio proporre lo traggo dal sito fumettologica.it, che vi ha dedicato a sua volta un articolo (firmato da Donato Sambugaro) che di citazioni della lectio magistralis di Gaiman ne contiene molte altre, con relative considerazioni.
Il brano è in buona sostanza la parte finale dell’intervento dello scrittore inglese, nella quale egli indica gli “obblighi” ovvero i doveri (in verità piaceri intensi) che tutti noi – lettori e scrittori – dovremmo mettere in pratica affinché il mondo e la sua civiltà non possano e non debbano fare a meno dei libri, per non sprofondare in una condizione di barbarie culturale, intellettuale, sociale e quant’altro inesorabilmente letale.

I libri sono il modo in cui comunichiamo con i morti, il modo da cui impariamo lezioni da coloro che ci hanno preceduto. Io penso che abbiamo delle responsabilità verso il futuro. Tutti noi – come lettori, come scrittori, come cittadini – abbiamo degli obblighi. Ho pensato di elencarne alcuni qui.
Abbiamo l’obbligo di leggere per piacere, in privato e in pubblico. Se leggiamo, o se altri ci vedono leggere, impariamo, esercitiamo la nostra immaginazione. Mostriamo che leggere è una cosa buona.
Abbiamo l’obbligo di sostenere le biblioteche. Di usare le biblioteche, di incoraggiare altri a farlo, di protestare per la chiusura delle biblioteche. Se le biblioteche non vengono valorizzate, si silenziano le voci del passato e si danneggia il futuro.
Abbiamo l’obbligo di leggere ad alta voce per i nostri figli. Di leggergli cose che gli piacciono. Di leggergli storie di cui noi ci siamo già stancati. Di fare le voci, di renderle interessanti, di non smettere di leggere solo perché sanno leggere da soli.
Abbiamo l’obbligo di usare la lingua. Per metterci alla prova, per scoprire cosa le parole significano e come utilizzarle per comunicare chiaramente. Non dobbiamo provare a congelare il linguaggio, a farne una cosa morta e da riverire. Dobbiamo usarlo come una cosa viva, che scorre, e permettere ai significati di cambiare con il tempo.
Abbiamo un obbligo noi scrittori, e soprattutto noi scrittori per bambini. L’obbligo di scrivere cose vere, particolarmente quando creiamo storie di persone che non esistono in luoghi immaginari: per far capire che la verità non è ciò che accade ma ciò che ci dice qualcosa su ciò che siamo. Dopotutto, la narrativa è una bugia per raccontare la verità. E mentre dobbiamo dire ai nostri lettori cose vere, e dare loro armi e armature, e trasmettere quel poco di saggezza che abbiamo guadagnato nella nostra breve esistenza, abbiamo l’obbligo di non fare la predicare o la ramanzina, di non spingere giù a forza nella gola dei nostri lettori bocconi premasticati di moralità, come fanno gli uccelli quando danno le larve ai loro piccoli. E abbiamo l’obbligo di non scrivere mai per dei bambini, mai e in nessuna circostanza, qualcosa che non vorremmo leggere noi stessi.
Abbiamo l’obbligo di capire che come scrittori per bambini il nostro lavoro è importante, perché se facciamo male il nostro lavoro e scriviamo libri noiosi che allontanano i bambini dalla lettura, abbiamo sminuito il nostro e il loro futuro.
Abbiamo l’obbligo – noi tutti, adulti e bambini, scrittori e lettori – di sognare a occhi aperti. Abbiamo l’obbligo di immaginare. È facile far finta che nessuno possa fare niente per cambiare il mondo, che la nostra società sia enorme e che gli individui non contino nulla. Ma la verità è che gli individui possono cambiare il loro mondo, gli individui danno forma al futuro e lo fanno immaginando che le cose possono essere diverse.
Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Non lasciare il mondo più brutto di quanto lo abbiamo trovato, non svuotare gli oceani, non lasciare i nostri problemi alle generazioni future. Abbiamo l’obbligo di pulire dopo il nostro passaggio, e non lasciare ai nostri figli un mondo che in maniera miope abbiamo incasinato, deprivato, menomato.
Abbiamo l’obbligo di dire ai nostri politici cosa vogliamo, e di votare contro i politici – di qualunque parte siano – che non capiscono il valore della lettura nella creazione di cittadini consapevoli, e che non vogliono agire per preservare la conoscenza e incoraggiare l’alfabetizzazione. Non è una questione politica, è una questione di umanità.
Ad Albert Einstein fu chiesto una volta come fosse possibile rendere i bambini più intelligenti. La sua risposta fu semplice e geniale: “Se volete che un bambino sia intelligente leggetegli delle favole. Se volete che diventi più intelligente, leggetegli più favole”. Aveva capito il valore della lettura e dell’immaginazione. Spero che potremo dare ai nostri figli un mondo in cui leggeranno, e saranno letti, e immagineranno, e capiranno.

(P.S.: l’articolo completo pubblicato da fumettologica.it lo trovate anche qui.)

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.

INTERVALLO – Tallinn (Estonia), Lennart Meri Airport Library

tallinn-airport-library1Ho avuto modo di visitare (arrivandoci e partendoci di recente) l’Aeroporto Lennart Meri di Tallinn: piccolo ma molto bello ed efficiente, tanto da essere stabilmente tra i primi posti della classifica riguardante i migliori scali europei. E sono certo che tale ottima classificazione dipenda pure dalla piccola ma bellissima biblioteca ospitata nel terminal, che offre libri per adulti e ragazzi in molte lingue e persino il servizio di prestito per i viaggiatori.

Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più (in inglese).

Le fiere, i festival, gli eventi dedicati ai libri e alla lettura? Non servono a nulla. Serve altro, ormai…

220Mi sto preparando (al momento in cui sto scrivendo questo pezzo, sabato 24 ottobre) per recarmi a Milano Book Party, uno dei tanti eventi inclusi in Book City Milano, a sua volta una delle tante manifestazioni che ovunque nel paese vengono dedicate ai libri e alla lettura. E sono contento, dacché mi dico che sarà certamente un bell’evento che si presenta ben organizzato e strutturato (non ci andrei, altrimenti) così come sono belli e ben fatti tantissimi altri eventi simili realizzati un po’ ovunque, appunto – e non serve fare elenchi perché non servono graduatorie, primo, e perché ve ne sono di grandi e celebrati ma pure di piccoli, poco più (o poco meno) che sagre di paese eppure sovente altrettanto interessanti, secondo.
Sono contento, dicevo, perché sto andando a Milano Book Party. Perché ci vado? Perché amo i libri e la lettura, e chi sarà lì con me ci starà per lo stesso motivo. Questo ovviamente vale, suppergiù, per ogni evento letterario. Ok, bene, saremo sicuramente in tanti, mi dico, ma tale sensazione mi riaccende in mente il ricordo dei dati dell’ultimo “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia” presentato dalla AIE alla Buchmesse di Francoforte. Ennesimo rapporto drammatico, tanto per cambiare. Saremo pure in tanti a frequentare gli eventi dedicati alla lettura, fatto sta che la quota di lettori in Italia continua inesorabilmente a calare, con aspetti francamente sconcertanti – ad esempio la quantità di dirigenti e professionisti, dunque di pubblico probabilmente colto e potenzialmente più portato ad appassionarsi alla lettura, che non legge nemmeno un libro all’anno, pari a quasi il 40%.
A questo punto, con tali dati in mente, non posso non formulare un’ulteriore domanda: ma gli eventi come quello nel quale mi sto recando e tutti gli altri piccoli e grandi sparsi sul territorio nazionale, servono a qualcosa? Mi ritrovo a constatare con non poco sgomento che la risposta che mi viene più spontanea contrasta, almeno un poco, con quanto sto accingendomi a fare: no, non servono a nulla. A fronte di così tante manifestazioni di ogni forma e sostanza messe in atto da decenni, in Italia i lettori continuano a calare. I dati parlano chiaro, senza se e senza ma.
Soldi sprecati. O meglio, no, non è esattamente così in senso generale, ma per una certa mission che gli eventi suddetti dovrebbero perseguire, i dati dicono di sì. Perché il lettore che nutre sincera (dunque fruttuosa e costruttiva) passione verso i libri tale resterebbe anche senza questi eventi, mentre quella parte di popolazione che non legge non li frequenterà mai, per ovvi motivi di sostanziale disinteresse. E i casi che possono smentire tali evidenze sono più unici che rari – altrimenti le statistiche ricorrenti in merito presenterebbe dati diversi. E’ una questione culturale, non si scappa da ciò, dunque un problema ben più grave rispetto ad una questione meramente commerciale, promozionale o di proposta editoriale – quest’ultima ha le sue belle colpe intendiamoci, ma di sicuro non prevalenti.
Forse, la verità che tutti noi non vogliamo ammettere ma che si palesa sempre più come indubitabile è che la situazione della lettura in Italia è ormai compromessa. Ce la siamo giocata, amen. Fine, inutile sbattersi più di tanto e più di ora: al momento un pubblico adulto potenziale in grado di risollevare le sorti dell’editoria nazionale non c’è. Punto.
Tuttavia – avrete notato, forse – ho scritto pubblico adulto. Già, perché, continuando con questa mia riflessione certamente pessimistica-ma-non-del-tutto, mi viene da pensare che, posto lo stato di imbarbarimento irrecuperabile lì sopra enunciato, sarebbe ormai il caso di impiegare la maggior parte delle risorse disponibili nella costruzione di un nuovo pubblico, che in futuro possa finalmente risollevare statistiche e sorti della lettura – e dell’industria editoriale – dacché educato, formato, appassionato, fatto infervorare di letteratura e di libri. Investire pesantemente sulle nuove generazioni, in poche parole: a scuola, nelle famiglie (cercando di contrastare la tendenza inversa presente in molte di esse, ahinoi, per via di genitori ignoranti – ce ne sono a bizzeffe, scusatemi se lo noto con tanta franchezza ma è una cosa che mi sta qui!), nella società. Questo perché, banalmente ma ineluttabilmente, è molto più facile fare in modo che un bambino, grazie alla sua natura irrefrenabilmente curiosa e di spugna assorbi-tutto, si possa appassionare ai libri e alla lettura piuttosto d’un quarantenne che abbia ormai la mente e la vita ordinaria occupate da tutt’altre cose, hobby, passioni, scemenze.
E’ qui, in questo ambito, che chi promuove la lettura – qualsiasi attore sia, da quelli istituzionali a quelli privati – deve puntare e lavorare. I-n-e-v-i-t-a-b-i-l-m-e-n-t-e. Le generazioni adulte, ribadisco, ce le siamo giocate, sono quelle nuove che potranno salvare il mondo dei libri nostrano. Una buona iniziativa in tal senso potrebbe essere il “Patto di Milano per la Lettura”, firmato proprio nell’ambito di Book City Milano, che sembra riporre (e supportare anche concretamente) una particolare attenzione all’educazione verso la lettura dei più giovani. Come leggo nel comunicato stampa, il progetto si basa su “L’idea che la lettura, declinata in tutte le sue forme, sia un bene comune su cui investire per la crescita culturale dell’individuo e della società, uno strumento indispensabile per l’innovazione e lo sviluppo economico e sociale della città. L’attenzione ai bambini e alle scuole, con una serie di progetti destinati ad appassionare, coinvolgere ed educare alla lettura, sarà uno dei principali obiettivi del lavoro del tavolo di coordinamento, che inizierà a lavorare già nel mese di novembre”.
Speriamo – che non siano solo ennesime, vuote parole, intendo dire. Alla Buchmesse di Francoforte, il presidente dell’AIE Federico Motta ha dichiarato che “è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci”. Ecco, vediamo finalmente di valutare e comprendere cosa ci sia veramente da fare e come metterlo in atto. La questione non è più relativa a far galleggiare una barca piena di buchi e in evidente affondamento, ma nel mentre che si tappano le falle per farla resistere a galla ancora un poco costruirne una nuova, solida, affidabile. E grande, la più grande possibile.

P.S.: articolo pubblicato in origine su Cultora, qui.