Suono e silenzio, nessuna reale differenza (John Cage dixit)

Mi resi conto che non esiste una reale e oggettiva separazione tra suono e silenzio, ma soltanto tra l’intenzione di ascoltare e quella di non farlo.

(John Cage)

01041313_John_Cage_1Mi viene da pensare che questa geniale affermazione di quel gran genio (appunto) che fu John Cage potrebbe pure essere adattata all’ambito letterario (ovvero a qualsiasi altra manifestazione espressiva, artistica e non), e in diversi modi.
Ad esempio: non c’è una reale e oggettiva separazione tra leggere e o non leggere, ma soltanto tra l’intenzione di assimilare e comprendere ciò che si legge e quella di non farlo.
Ma ce ne possono essere tante altre, ribadisco.

Libri da leggere ma non da scriverne (Stefano Bartezzaghi dixit #2)

Devo scrivere un articolo, sono preoccupato. E’ un libro di Francis Ponge, mi piace, ma mi piace in quel modo che non mi renderà agevole scriverne. Ho già capito, infatti, che ci sono libri che voglio solo leggere e magari sono i miei preferiti: a distanza di decenni potrò dire di non averne mai scritto o parlato, se non pochissimo. (…) Ogni articolo commissionato è una vasta incognita, anzi, una somma di incognite. Troverò anche questa volta un incipit? Una chiusa? Commetterò un errore che mi tradirà? Reggerà, il mio bluff, una volta di più? Mi aggiro per la città all’ombra di una minaccia di ignominia, che mi agita e protegge e di cui sono l’unico, ancorché infaticabile, alimentatore.

Stefano Bartezzaghi, M – Una metronovela (Einaudi, 2015, collana Frontiere, pag.105-106)

bartezzaghi-1280x628E’ vero che di certi libri la cui lettura risulta particolarmente significativa e colpente sarebbe meglio non scriverne, per chi invece lo deve fare a volte inevitabilmente. E’ un po’ come offendere quell’importanza particolare, come svilirla attraverso parole che gioco forza mai potranno del tutto riportare il valore di essa – il che genera le paturnie rimarcate da Bartezzaghi, poi. Paturnie peraltro importanti delle quali chi scrive dovrebbe comunque almeno un poco soffrire, per garantire ai lettori l’offerta di testi che siano interessanti ovvero, per quanto possibile, mai insignificanti. Cosa mai semplice, appunto – e si vede, leggendo in giro.

P.S.: chi è quel Francis Ponge? Qui.

L’Italia è un paese culturalmente alla deriva? No. S’è già schiantato, e da un bel po’.

a4ff67f1-5851-4e27-b8f1-45328d596d9d_large_pVi riassumo io in due parole ciò che c’è scritto qui sopra: quasi il 40 per cento dei dirigenti e dei professionisti italiani non ha letto un solo libro in tutto l’anno che è appena passato.
Nemmeno un libro.
Niente, ok? Niente.

Guardate bene l’infografica lì sopra, appunto, e considerate il raffronto con Spagna e Francia, i due paesi europei culturalmente più affini all’Italia.
Bene – si fa per dire. Considerato il raffronto, ora, quando sentite parlare di crisi industriale, di stagnazione economica e di recessione, di made in Italy che non funziona più, di perdita della cultura del lavoro, di ristrettezze di vedute strategiche del management nostrano e di mancanza di innovazione, di futuro incerto se non fosco, di cervelli lasciati fuggire all’estero o di cervelli che si rifiutano di restare in Italia e di tutto il resto di affine nonché, in generale, se vi chiedete il perché la società civile italiana sia tanto arretrata, degradata, ignorante, imbarbarita, incapace di risolvere i (gravissimi) problemi che la ammorbano e di non farsi comandare da una classe politica a dir poco ignobile, non guardatevi troppo in giro con fare stupito a pensare e supporre chissà che. La verità è in pochi e certi dati, come quelli lì sopra. Dati che attestano “il capolinea culturale dell’Italia”, come denuncia LINKIESTA dal cui sito ho tratto l’infografica (cliccandoci sopra potrete leggere l’articolo relativo) ovvero, come penso io ormai da tempo e in modo sempre meno dubbio, la sostanziale morte culturale di questo povero paese. Purtroppo per noi tutti.

Una recensione della “recensione”, ovvero: ma la critica letteraria ha ancora un senso, oggi?

4a6ed5776c2b4Vi propongo qualche articolata riflessione sulla critica letteraria, per allietarvi le afose giornate agostane e non concedervi un eccesivo relax intellettuale… Scherzi a parte, un recente articolo sulla rivista culturale Studio, dal titolo Vita e morte della recensione e a firma di Francesco Guglieri, è tornato su un argomento a me “caro”, tanto da averne disquisito più volte in passato ritenendolo parecchio emblematico circa lo stato del panorama editoriale e letterario contemporaneo – non solo nostrano.
Guglieri, scrivendo dell’ultimo lavoro cinematografico di Martin Scorsese The 50 Years Argument – docufilm dedicato alla storia della New York Review of Books, forse la più famosa e autorevole fonte di recensioni letterarie che vi sia mai stata, si è posto alcune domande sul senso e sul valore della recensione di libri oggi, e su che ancora possano avere una qualche utilità ovvero se non siano ormai qualcosa in via di estinzione per “asfissia critica”…
Questi alcuni passi interessanti dell’articolo:

L’esperienza della NYRB resta un modello. Tanto più in un momento come questo in cui la recensione come luogo di formazione di un giudizio (cosa diversa da un’opinione: quella ce l’abbiamo tutti) e articolazione della discussione pubblica non se la passa tanto bene.

È la disintermediazione, bellezza. Quando Fortini, in Verifica dei poteri, parlava «dell’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione» era il 1960, e descriveva l’imporsi dell’industria culturale in Italia paragonandola alla «motorizzazione dei centri urbani». Certo, vista da qui la temuta «industria culturale», soprattutto se paragonata a quella di altri Paesi, più che dell’industria aveva le dimensioni di una fabbrichetta di famiglia, ma fu comunque un cambiamento delle strutture e dei soggetti coinvolti nel processo di produzione del valore (letterario). Poca cosa rispetto a oggi quando, per dire, il 45% degli acquisti librari su Amazon è generato dagli algoritmi di accoppiamento del tipo “Chi ha acquistato questo articolo ha acquistato anche”.

Il fatto è che una recensione non serve a comprare un libro, non è un «consiglio per l’acquisto», neanche «il consiglio di un amico di cui ti fidi». Non serve a far leggere un libro, tanto meno a «far leggere in generale» (cosa vuole dire poi? Questa valorizzazione della lettura in sé andrebbe studiata a parte). Ho sempre pensato che una buona recensione non preceda la lettura del libro, ma la segua: la posta in gioco non è se devo o non devo leggere questo o quel libro, ma cosa fare di ciò che ho letto, come metterlo in relazione con i libri che lo precedono e con il mondo che lo seguirà.

Altrimenti è il trionfo del Mi piace/non mi piace. Il perché lasciamolo spiegare a Martin Amis: «Credo che Gore Vidal sia stato il primo a dirlo, non proprio sarcasticamente, ma senz’altro con vivace scetticismo. Secondo lui, ormai, non esistono più modi di sentire più autentici, e quindi più importanti, di altri. Questo è il nuovo credo, il nuovo privilegio. È un privilegio largamente esercitato al giorno d’oggi nel campo delle recensioni, sul web come nelle rubriche letterarie dei giornali. Il recensore accoglie con degnazione l’arrivo del nuovo romanzo o volumetto che sia, vi si addentra rimanendo sulla difensiva, si concentra su cosa prova nel corso della lettura, se cose belle o cose brutte. L’esito di questo incontro fornirà i dati su cui si baserà la sua recensione, senza alcun riferimento a quanto vi è dietro. E quanto vi è dietro, ahimè, è il talento, il canone e quel corpo di conoscenze che va sotto il nome di letteratura» (è la prefazione a “La guerra contro i clichè”, traduzione di Federica Aceto: sì, una raccolta di recensioni).

Sono sostanzialmente le stesse argomentazioni sviluppate dal sottoscritto in un articolo di più di due anni fa, significativamente intitolato Se la critica letteraria è ormai in condizioni critiche, quando partendo dallo pseudo-fenomeno editoriale del famigerato Cinquanta sfumature di grigio – allora all’apice della sua notorietà – riflettevo su come sempre più la grande editoria si stesse e si stia trasformando in una fabbrica di merce venduta in base a mere strategie consumistiche a discapito totale della bontà letteraria, e dunque dell’elemento che dovrebbe garantire tale valore: la critica, appunto.
Citavo – e cito di nuovo qui, ora, un altro bell’articolo sulla questione pubblicato sul numero 77 di Exibart.onpaper (cioè il magazine di Exibart, media tra i più noti tra quelli che in Italia si occupano di arte, contemporanea in particolare), a pagina 31, intitolato Quel che resta del giudizio, il quale contiene parecchie interessanti riflessioni su cosa sia la critica in ambito artistico visuale, che a mio parere risultano ugualmente interessanti se trasportate nell’ambito letterario.
Così recitano le parti salienti dell’articolo:

Di fronte all’esercizio della nostra facoltà di giudicare, due forze sembrano contendersi il campo del contraddittorio individualismo di massa di cui siamo parte: da un lato ci teniamo a distinguerci e a essere originali, e, specie nell’ambito di ciò che appare (moda, arte, stili di vita), non esitiamo a trinciare giudizi epidermici, come se lì si preservasse l’ultimo straccio d’individualità o si decidesse la nostra appartenenza tribale. Al contempo guardiamo al giudizio come a un peccato imperdonabile, non tanto per una malintesa obbedienza evangelica (“non giudicate e non sarete giudicati”), quanto per una sorta di “political correctness” che ci ingiunge di finire ogni affermazione con una sfumatura interrogativa, come per lasciarci aperta una via di fuga. (…)In un suo fortunato pamphlet, intitolato What happened to Art Criticism (2003), James Elkins scriveva: “Negli ultimi tre o quattro decenni, i critici hanno cominciato a evitare ogni giudizio, preferendo descrivere o evocare l’arte invece di dire che cosa ne pensano. Nel 2002, un’inchiesta ha accertato che giudicare l’arte è l’obiettivo meno ambito tra i critici d’arte americani, mentre il più ambito è, semplicemente, quello di descriverla: è uno strano capovolgimento, altrettanto sorprendente di un’ipotetica rinuncia dei fisici a comprendere l’universo, per limitarsi a valutarlo”. La rinuncia al lavoro del giudizio si accompagna di solito all’immediatezza di giudizi epidemici (“mi piace/non mi piace”), magari pronunciati solo nel proprio gruppetto di appartenenza.

Come noterete, anche in ambito artistico le conclusioni sono le stesse – non casualmente, ovvio, per come il sistema che governa l’espressività artistica in genere, sia essa visiva, letteraria, cinematografica eccetera, è comunque quello, dotato di proprie regole ben determinate, imposte e virtualmente inappellabili, se non si vuole passare per degli eretici da mettere al bando (del sistema stesso, intendo).
Infatti, considerando il tutto da un punto di vista letterario, appunto, mi pare che un paio di evidenze risaltino in maniera importante. La prima, è che probabilmente anche in letteratura è successo ciò che l’articolo denuncia nel panorama artistico, ovvero l’avvento di una ampia generazione di “critici” (o presunti tali) che hanno in buona sostanza rinunciato al loro compito istituzionale di rilevatori e segnalatori (si spera adeguatamente preparati) della bontà di un’opera letteraria, cercando quindi di divenire il più possibile funzionali – ovvero graditi – ai soggetti che dominano il mercato editoriale nostrano. Un amico gallerista chiama queste figure – con espressione assai felice e azzeccata – “critici a ritenuta d’acconto”, ovvero: tu pagami, e io farò in modo di parlar bene del tuo libro, anche se è una emerita schifezza. Ciò, ovviamente, per mirare a favori di scambio svariati e assortiti in perfetto stile italico contemporaneo: meglio disfarsi della spina dorsale ma con ciò guadagnandosi una rendita tranquilla – sociale ed economica, e magari pure una certa notorietà, finendo a scrivere per questo o quel celebre e rinomato quotidiano – piuttosto che fare il critico barricadero, obiettivo e sincero ma, per ciò, inevitabilmente stroncante (in merito al valore letterario) buona parte dei titoli più in voga al giorno d’oggi e dunque inviso e boicottato da quegli stessi dominatori del mercato editoriale! (Magrissima consolazione: questo non è certo un fenomeno circoscritto soltanto a certi ambiti, dacché una tale categoria di “critici” è sempre più diffusa in ogni settore artistico: musica, cinema, arte visuale, letteratura…)
La seconda evidenza, sotto molti aspetti conseguenza della prima e similare a quanto rilevato dall’articolo di Guglieri su Studio, è che oggi la critica conta sempre di meno, nella valutazione della letteratura edita. Paradossalmente, nell’era dell’informazione libera e “totale”, grazie alla quale la pluralità di voci e opinioni si può diffondere senza alcun ostacolo a tutto vantaggio del pubblico e della sua capacità cognitiva (mentre un tempo certi critici fin troppo “imponenti”, se decidevano per chissà quali motivi validi o meno di stroncare un libro, per quel libro il destino era inesorabilmente segnato!), la critica letteraria è sempre più messa al margine del panorama editoriale da quelle già citate strategie di mercato turboconsumistiche sulle quali oggi i grandi editori – branche di ancor più grandi gruppi industriali il cui solo scopo è la potenza economica e finanziaria, non certo la diffusione di cultura – basano la propria azione: così succede che (giusto per citare nuovamente ad esempio quel libro a cui mi riferivo in principio e che ha così furoreggiato, la scorsa estate) testi totalmente e indubitabilmente stroncati dalla critica, che per tale motivo un tempo non sarebbero nemmeno usciti dalla tipografia e spediti alle librerie, oggi vendano migliaia se non milioni di copie, in barba (e baffi e capelli e ogni altra cosa) a qualsiasi bontà, valore, qualità letteraria e culturale, che magari qualche critico che non alzi ancora bandiera bianca abbia citato come dimenticate se non sfregiate da testi di siffatta specie e natura, restando però totalmente inascoltato.
La domanda, dunque, già in quel mio articolo di quasi tre anni fa sorgeva spontanea, e tutt’ora ugualmente sorge: ha ancora un senso la critica letteraria, se poi basta qualche bella paginona sui quotidiani nazionali e/o una sviolinata televisiva nel talk show del momento per vendere pure la peggior nefandezza in forma di libro?
E’ una bella domanda, che segnala tutta la drammaticità di quel circolo vizioso innescato, appunto, dalla progressiva messa al bando della cultura, quella autentica e dunque fruttuosa, a favore dell’economia di mercato, il voltaspalle alla letteratura “importante” a favore di quella da hard discount, imposta con tecniche promozionali tipiche di tale industria. Da par mio, a quella domanda non posso che dare una risposta secca e fermissima: certo che serve la critica, a patto che sia vera critica, che sia libera, indipendente, obiettiva, illuminante, didattica, istruttiva. Capace, insomma, di riaffermare la propria fondamentale importanza nel processo letterario-editoriale con prestigio e carisma, e senza alcuna leccaculaggine, naturalmente! Perché è certamente vero che è il pubblico a sancire il successo di un’opera – che sia letteraria, artistica o che altro – ma è anche vero che oggi buona parte del pubblico è stato messo nella condizione di non possedere più adeguati mezzi cognitivi e valutativi, dunque di essere facilmente manipolabile – è quanto ha richiesto la società consumistica nella quale è drammaticamente decaduto il capitalismo originario, ormai la cosa è chiara a tutti, spero. Deve saper ritrovare, la buona critica, la forza che è andata svanendo con gli anni, imponendo nuovamente un’idea di letteratura (edita) che non sia mai disgiunta dal concetto di cultura. Incominciando, magari, a svincolarsi dai diktat calati dall’alto (ovvero, lo ribadisco, da chi domina oligipolisticamente o vorrebbe dominare sempre più il mercato) e finalmente a dire, sui media nazional-popolari e con valide argomentazioni a sostegno (senza atteggiamenti puerilmente manichei, dunque, come anche segnala l’articolo di Exibart.onpaper), che un libro è veramente brutto, quando è effettivamente tale, ovvero che è degno di grande attenzione, viceversa – e, sia chiaro, quand’anche venga dal più sconosciuto degli autori e sia pubblicato dalla più microscopica casa editrice.
Non ci vuole molto, bassa essere fondamentalmente onesti, con sé stessi, con il pubblico e con la società verso la quale le proprie parole vanno, nonché verso la cultura della quale si è (o si pretende di essere) paladini. Perché, alla fine, ognuno è libero di comprare e leggere qualsiasi libro voglia, anche il più orribile, ma nessuno ha il diritto di ingannare il lettore, di qualsivoglia natura sia.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

INTERVALLO – Vittorio Veneto (TV), Piccola Biblioteca di Porta Cadore

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Un’altra piccola biblioteca di strada, un altro ottimo esempio di come si possano compiere ovunque azioni culturali tanto piccole quanto preziose, per di più recuperando manufatti ormai inutili e pure conservandone il suggestivo ricordo essenziale.
Così, a Vittorio Veneto, una ex cabina Telecom nell’area di Porta Cadore – di quelle ormai in totale via di estinzione – è stata trasformata in biblioteca di strada. “Il progetto si deve al comitato “Tutti in strada in via Caprera” che da tempo cerca di rivitalizzare con manifestazioni la storica via del quartiere nord della città.” si può leggere in questo articolo de La Tribuna di Treviso. “All’inizio solo qualche libro, ma giorno dopo giorno si è arricchita. Ora conta oltre un centinaio di titoli. Tra poco sarà dotata di timbri per i volumi e di un block notes per suggerimenti. «La biblioteca non è solo una proposta culturale», fanno sapere dal quartiere, «ma è intimamente connessa con i suoi abitanti»“.

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