AntifascETTismo militante

Basta-fascetteVolete fare del gran bene alla letteratura con un pur piccolo e semplice gesto?
Bene: non comprate libri dotati di fascette promozionali – sì, le fascette che avvolgono i tomi e riportano spesso affermazioni tanto roboanti e megalomani quanto sovente millantatrici e francamente idiote, nel senso e nella sostanza – manco avessero da imporre un nuovo prodotto dimagrante o altra facezia simile!
O se proprio un libro dotato di fascetta promozionale lo volete comprare, fatelo pure, ma quando andata alla cassa a pagare, consegnatela nelle mani del libraio e dite che non vi interessa quella cosa e cosa ci sia scritto sopra. Fategli capire, insomma (ma se poi è un buon libraio, lo sa bene pure lui!) che un libro ha valore nel suo contenuto, nella sua qualità letteraria, nell’offrire buon cibo culturale per la mente e per l’animo, mica nelle frasi fatte (per nulla comperata, poi, come no!) di chissà chi su quanto sia “una lettura sensazionale” o su quante migliaia di copie abbia venduto negli USA o su Saturno!
Le fascette promozionali sono uno degli esempi più lampanti della corruzione commercial-consumistica che la grande editoria ha imposto e cagionato alla produzione letteraria, con strategie da ipermercato che ignorano ovvero spregiano la valenza culturale dei libri in quanto tali. Non è un caso, d’altronde, che più il libro pubblicato sia un prodotto di scarsissimo livello – un non libro, mi viene da definirlo – e più sarà ben fornito di roboante fascetta promozionale. Insomma, per vendere l’oro non c’è bisogno di metterci una scritta sopra facendo notare quanto brilla, per il fango (e dico fango, non voglio essere scurrile!) inevitabilmente sì, invece.
Ecco, siate antifascettisti militanti. La buona letteratura ve ne sarà grata.

P.S.: la foto in testa all’articolo (da me rielaborata) è tratta dal sito web della Libreria la Casa sull’Albero, che come lo scrivente condivide una simile opinione sul tema disquisito – si veda l’articolo relativo dal quale l’ho tratta. Preciso peraltro che questo post l’ho pensato e scritto prima di leggere il suddetto articolo; d’altro canto so perfettamente di non essere stato il primo né l’unico a rimarcare tali osservazioni, anzi, spero assolutamente di essere uno tra i tanti e giammai l’ultimo a darne pubblica manifestazione.

“La menta e il fiume”, di Miriam Terruzzi: un consiglio di lettura

cop_La-menta-e-il-fiume330Lo ribadisco sempre, in situazioni come questa, che non è mia abitudine disquisire di libri che non ho ancora letto, o non del tutto, ovvero che non ho ancora conosciuto bene al punto da averne assimilato senso e valore letterari, se così posso dire. Però, nel caso de La menta e il fiume, conosco chi l’ha scritto, conosco cosa ha scritto prima, e ancor più conosco le sue notevoli (e rare) doti narrative – che per me significa pure artistiche: Miriam Terruzzi. Che una formula tanto abusata quanto a mio parere stolta definirebbe un’autrice emergente: ma “emergere” da che? Dal mercato – è la risposta più immediata e ovvia… Io invece ritengo ben più importante emergere in primis dall’ordinarietà pseudo-letteraria, dal conformismo narrativo così imperante, ahinoi, nelle classifiche di vendita infarcite di non libri, e credo che Miriam Terruzzi lo abbia già fatto: palesando capacità di scrittura notevoli, appunto, e, per dire, una capacità di tessitura del dialogo letterario che pochi altri sanno conseguire senza cadere inesorabilmente nel noioso/banalotto. Tutto il resto riguardo l’emersione suddetta (nel senso classico della definizione) poi verrà da sé – e indubbiamente verrà, essendoci la qualità necessaria a che ciò avvenga.
Per questo vi consiglio di provare direttamente da voi quanto ho appena affermato, leggendo l’ultimo romanzo di Miriam, La menta e il fiume. Il destino delle cose semplici. Per farvi constatare che non sono nulla di meramente “parziale”, queste mie opinioni, e per leggerci cose così, ad esempio:

«Perché proprio la menta?»
«Perché fa bene per tante cose.»
L’acqua scorreva tranquilla, immersa nel suo solito silenzio.
«Mentha era una ninfa» disse lei, «partorita in uno dei cinque fiumi infernali. Plutone era innamorato di lei. Sua moglie Proserpina la trasformò in una pianta per gelosia, scegliendo per lei una forma insignificante, senza bellezza, rendendola sterile e senza frutti. Ma Plutone le regalò il profumo, come ultimo segno del suo immenso amore.»
«Che storia.»
«Ovidio, Le Metamorfosi» sorrise lei.
«Ed è proprio il profumo a salvarla in mezzo alle altre erbacce» noto lui. «Succede così anche con le persone. Ci sono fiori bellissimi che non hanno odore. Ci sono piante che si nascondono tra il sottobosco e restano lì per anni, nascoste dalle altre, prigioniere delle loro foglie comuni. Ma basta toccarle per capire che non sono così, per sentire il profumo sulle mani e non dimenticarselo più.
«E’ il destino delle cose semplici. Tutti le cercano ma nessuno le vede.»
«Non bastano gli occhi.»
«No, non bastano.»

Cliccate sull’immagine della copertina del romanzo per avere ulteriori informazioni, leggerne un estratto e per acquistarlo in ebook. Eppoi, seguite il blog, anzi, seguite Radio Thule, il mio programma radiofonico, dacché con esso presto potrete conoscere il romanzo direttamente dalla voce della sua autrice.

«Che si levi la Levi dai piedi!» Nuovamente sotto attacco la legge sul prezzo del libro (com’era prevedibile!)

Close up portrait of a great white shark, Carcharodon carcharias.E’ sempre brutto sentir dire da qualcuno «te l’avevo detto!», cosa spesso proferita con tono presuntuoso e autoreferenziale. Ancor più quando essa si riferisca a qualcosa di fin troppo facilmente prevedibile, anzi, di geneticamente lapalissiano – un po’ come dire «te l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci!»
Tuttavia, asserire che nel mare ci siano i pesci equivale nella sostanza a rimarcare come sarebbe ancora successo, e pure in tempi brevi (anche più dell’immaginabile, in effetti): cioè che la legge sul prezzo del libro, meglio nota come Legge Levi – che ormai conoscerete tutti e la quale risulta fondamentale per la sopravvivenza della filiera editoriale indipendente –, fosse messa ovvero sia nuovamente sotto attacco da parte dell’oligopolio dei grandi editori nostrani.
E’ infatti di qualche giorno fa una proposta di modifica al DDL n.2085 – il cosiddetto “DDL Concorrenza” – che mira proprio ad eliminare i tetti di scontistica sui prezzi di vendita dei libri, esattamente come si è cercato di fare lo scorso anno, per fortuna senza successo.
Di seguito il testo della suddetta proposta di modifica – n.20.0.6 – al DDL n. 2085, a firma dei senatori Susta, Ichino e Di Biagio:

20.0.6

SUSTAICHINODI BIAGIO

Dopo l’articolo, inserire il seguente:

Art. 20-bis.

(Liberalizzazione del prezzo dei libri)

  1. Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali, all’articolo 2 della legge 27 luglio 2011, n. 128, sono apportate le seguenti modificazioni:
  2. a)al comma 1, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  3. b) al comma 2, le parole: ”, con uno sconto fino ad una percentuale massima del 15 per cento sul prezzo fissato ai sensi del comma 1” sono soppresse;
  4. c)i commi 3 e 4 sono abrogati;
  5. d)al comma 5, le parole: ”I commi 1 e 2 non si applicano” sono sostituite dalle seguenti: ”Il comma 1 non si applica”;
  6. e)al comma 6, la parola: ”fissato” è sostituita dalla seguente: ”indicato”;
  7. f)al comma 7, la parola: ”non” è soppressa».

Si noti il solito tentativo in bella forma linguistica tipicamente politicante di stravolgere la realtà dei fatti e imporre una verità che tale non potrà mai essere: “Al fine di eliminare restrizioni ingiustificate alla libera iniziativa economica delle imprese dell’editoria e garantire una maggiore libertà di concorrenza dei rivenditori finali.” Eh già, la stessa libertà che ci può essere in una competizione tra biciclette e bulldozer, con in più questi secondi che si arrogano pure il diritto di dettare le regole della gara!
Una delle prime reazioni a questo ennesimo attacco oligopolista ad una legge che, sia chiaro, non è affatto la migliore possibile ma è quanto meno meglio che nulla (siamo messi così in Italia, ahinoi!), è stata quella della Presidente del SIL – Sindacato Italiano Librai Cristina Giussani, che in una lettera indirizzata ai componenti della X Commissione del Senato (ove il testo suddetto è in discussione) rimarca come «L’abrogazione della Legge Levi, che regolamenta sconti e promozioni sui libri, metterebbe in ginocchio l’intero comparto delle librerie indipendenti e di catena, che non avrebbero la forza economica di controbattere alla concorrenza dei gruppi della grande distribuzione del commercio elettronico, e che sarebbero destinate a chiudere. Senza la Levi grandi gruppi commerciali e potenti attori dell’e-commerce, come Amazon, avrebbero campo libero. La perdita sul territorio delle librerie indipendenti impoverirebbe, poi, in maniera drammatica l’offerta culturale, con conseguente riduzione del numero dei lettori, per difficoltà di reperimento dei testi. A non essere più garantita, inoltre, sarebbe la pluralità di voci: i librai indipendenti danno spazio ad autori ed editori che, per motivi vari, non ne hanno nei centri di grande distribuzione. La chiusura delle librerie indipendenti avrebbe anche gravi effetti sul lavoro, producendo diverse migliaia di disoccupati.»
Parole ovviamente condivisibili, che tuttavia rischiano nuovamente di echeggiare come affermazioni rivolte ad un uditorio rumorosamente vociante e dunque incapace di ascoltare non solo tali osservazioni ma, più in generale, di comprendere l’essenza della situazione in corso e della questione generale. Proprio a questo proposito, ora qui tocca ancora una volta rimarcare che sì, l’avevo detto che nel mare ci sono i pesci! – anzi, no, avevo detto, lo scorso anno in occasione del precedente tentativo di abrogazione della Legge Levi, che ci avrebbero provato ancora, e ci proveranno fino a che non otterranno ciò che ormai si sono prefissati di conseguire: una tabula rasa dell’editoria indipendente funzionale al dominio assoluto – di mercato, politico e finanziario – dell’oligopolio dei grandi gruppi editoriali, peraltro inesorabilmente destinato a divenire nel giro di breve tempo un monopolio, o quasi. Un risultato tanto più semplice da ottenere quanto più il comparti editoriale indipendente nazionale continuerà a restare disunito, agente in ordine sparso, privo di una strategia comune nonostante comuni siano i suoi obiettivi fondamentali.
Insomma, non posso far altro che riportare quanto scritto l’anno scorso in questo articolo pubblicato su Cultora e qui nel blog (e prima ancora, sempre sullo stesso tema, qui): perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
Ecco. Quante volte ancora dovranno essere rimarcate queste evidenze? Quanti attacchi ancora, alla Legge Levi ovvero al comparto in generale, l’editoria indipendente dovrà subire? E, soprattutto, fino a quando potrà resistervi?
In chiusura dell’articolo sopra citato, affermavo che, in fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provavano – e provano ciò. Sarà finalmente il caso, per l’editoria indipendente, di non essere più sabbia ma finalmente muro di mattoni, di pietre, di solidi massi, ben incastrati tra loro. Sarà veramente il caso, se vorremo che nel prossimo futuro esista ancora un mercato editoriale e una cultura del libro e della lettura veri, e non il loro monumento funebre.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

INTERVALLO – Varsavia, Biblioteka Uniwersytecka w Warszawie

warsaw-wniwersity-library-outsideUna biblioteca post-moderna. Viene da definire così la Biblioteca dell’Università di Varsavia, situata nel quartiere Powiśle, in prossimità del centro storico, e inaugurata nel 1999 su una superficie complessiva di 60.000 metri quadri.
Capacità di 3.000.000 di volumi, struttura in cemento armato, vetro e acciaio immersa (nel vero senso della parola) nella vegetazione, arredamenti minimalisti negli stessi materiali, colori dominanti nei toni del grigio per fare che la vitalità cromatica all’interno sia conferita direttamente dai libri e dai visitatori, un giardino pensile sul tetto e, all’ingresso dell’edificio, 8 grandi pannelli di rame (di 7×4 metri) che rappresentano “il regno della conoscenza, della memoria e della scrittura”, con estratti dai testi del poeta polacco rinascimentale Jan Kochanowski, da Platone, da antiche leggende slave, da testi arabi, classici indiani e dalla Bibbia.
Un edificio alquanto particolare che ha vinto numerosi premi d’architettura per le sue caratteristiche, e che è oggi una meta parecchio frequentata anche dai turisti in visita alla città.

warsaw-wniwersity-library-insideWUlibrary12warsaw-wniwersity-library-outside-gardenCliccate sulle immagini per visitare il sito web della Biblioteca (in inglese).

Il nuovo Calvino? C’è, forse, ma tanto non si vede…

conformismo-143853Tempo fa avevo scritto un articolo intitolato “Il problema è che non ci sono più grandi scrittori” (lo trovate da diverse parti, ad esempio qui) nel quale disquisivo su come il panorama letterario nazionale non fosse più così ricco di grandi scrittori, appunto, come solo qualche decennio fa: su come non vi fossero più in circolazione dei Calvino, dei Buzzati, dei Gadda e così via, e come fosse un’inesorabile e quasi antropologica conseguenza dello stato generale della società contemporanea e delle sue storture (di varia natura, non solo editoriali e/o culturali in genere), dalla cui realtà non potesse e non possa che scaturire una certa letteratura, ad essa consona nel bene e, soprattutto, nel male.
Una nuova chiacchierata con alcuni amici sul tema mi ha fatto riflettere e, per così dire, ribaltare la questione e i fattori che la caratterizzano, ponendoli sotto una diversa luce: e se dei nuovi Calvino, Buzzati, Gadda eccetera ci fossero e fossero pure più bravi degli originali, ma non sapessimo scorgerli e riconoscerli? Ovvero: se la nostra società contemporanea, così ricca di tutto e del suo contrario, così ribollente di informazioni al punto da non darci nemmeno il tempo e la possibilità ci coglierle – o se noi, sempre più afflitti da analfabetismo funzionale di gravità crescente, non ne fossimo più capaci – e così caotica, omologante, massificante, appiattente, ci impedisse appunto di intercettarli e di riconoscerne le qualità?
Sia chiaro: è come se stessi chiedendo dell’esistenza dell’acqua calda. Non sto scoprendo nulla, insomma, tuttavia l’evidenza che il mondo odierno agisca sempre più di frequente da agente conformante ovvero livellante (verso il basso, molto in basso spesso!) qualsiasi sua peculiarità pubblica e condivisa è ormai talmente ordinaria e palese da rischiare d’essere totalmente ignorata, anche da chi invece dovrebbe nei suoi confronti rappresentare un elemento opposto e agire di conseguenza – ad esempio proprio l’editoria, se volesse realmente essere di qualità come sovente proclama e si decidesse a tornare a fare talent scouting piuttosto di rincorrere il più facile (e insulso) guadagno per la gioia dei soli azionisti di riferimento (e alla faccia della cultura). Se a tale situazione si unisce pure il totalitarismo consumistico verso il quale il mercato è stato ormai da tempo dirottato – purtroppo anche in ambito culturale – con una dominanza quasi assoluta della quantità a discapito di qualsivoglia qualità, lo stato di fatto forse vi risulterà ancora più chiaro. E drammatico.
Non sono i mezzi coi quali un bravo autore può farsi notare che mancano, anzi: quelli grazie alle nuove tecnologie e al web sono anche aumentati. Il problema è che si può anche suonare meravigliosamente un preziosissimo Stradivari, ma se tutt’intorno il caos, il rumore, lo sberciare di massa, le stonature di innumerevoli musicanti da strapazzo coprirà tutto quanto, in aggiunta all’incapacità dei più di capire le doti di chi sappia suonare così bene, anche il talento più cristallino finirà per confondersi nella massa generale, per esserne coperto, nascosto – e probabilmente per essere ignorato da chi dovrebbe invece sostenerlo, a sua volta assordato dal frastuono generale.
E’ una situazione paradossale, converrete, che in fondo rispecchia quel principio che recita “tanta scelta, nessuna scelta”: cioè, troppe cose a disposizione, troppo caos, poca capacità (propria o indotta) di discernimento, pochi (o nessun) aiuto esterno in tal senso. Così, oggi si potrebbe come mai prima d’ora avere gli strumenti per effettuare la miglior cernita tra alta e bassa qualità, tra ciò che soddisfa la mente e ciò che sazia soltanto la pancia, tra quanto può elevarci intellettualmente e quanto invece ci degrada, e invece non lo sappiamo più fare. Danneggiando in tal modo non solo la produzione culturale di valore, ma pure noi stessi e le nostre possibilità di evoluzione intellettuale e sociale.
Cosa fare per risolvere questa così inquietante situazione? Beh, io credo che dovremmo innanzi tutto ricominciare a pensare con la nostra testa e smetterla assoggettarci a scelte e imposizioni altrui. Cosa che, me ne rendo conto, è più facile a dirsi che a farsi, ahinoi. Non pensare è quanto di più comodo ci sia, e ormai da decenni la nostra società ci offre uno stile di vita che risponde al motto “divertiti, che al resto pensiamo noi!” – coi bei risultati che ci ritroviamo a subire, ora.
Poi è chiaro che, a fronte di qualsiasi massificazione, la prima cosa da mettere in atto sarebbe un moto contrario, di “de-massificazione” ovvero di razionalizzazione e di diversificazione dell’offerta culturale – o di ciò che viene spacciato per essa e invece non lo è affatto, e non serve citare in tal senso molti libri che intasano scaffali di librerie e primi posti di classifiche di vendita dei quali, sia quel che sia, ma non sono opere culturali come invece la letteratura è e sempre deve (dovrebbe essere).
Azione altrettanto ostica ma certamente più pratica, sarebbe invece quella di svincolare la produzione culturale da qualsiasi meccanismo tipicamente capitalistico/consumistico, ovvero dalle regole tipiche – e oggi tipicamente distorte – dell’industria a mero scopo di massimo lucro. Pensare a un editore che agisca imprenditorialmente come un produttore di meri beni di consumo è forse comprensibile dal punto di vista del mercato contemporaneo ma assurdo e ipocrita da quello del senso stesso della sua impresa. E ciò non perché l’editore non possa mirare ad un proprio lucro, ci mancherebbe: semmai perché il lucro per un produttore di cultura non può essere lo scopo fondamentale del proprio lavoro! Lo so, sono concetti idealistici e alquanto utopistici, oggi, fatto sta che, di contro, l’evidenza che siano talmente ignorati dal mercato culturale provoca danni sempre peggiori: e la stessa costante se non quasi cronica contrazione della lettura di libri e del numero di lettori io credo sia (anche) un’ennesima conseguenza di quanto sopra.
In fondo, una delle meravigliose peculiarità che offrono i libri è proprio la totale diversificazione della scelta a disposizione e delle emozioni che sanno far scaturire. Il concetto stesso di “massa uniforme” non può essere nemmeno lontanamente assimilabile al mondo del libro. Cerchiamo, per quanto ci è possibile, di non essere complici d’un tale drammatico attentato alla cultura e, inevitabilmente, alla nostra stessa identità intellettuale.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

P.S.#2: un grazie particolare a Tersite, che ha indirettamente ispirato questo articolo.