Una funivia sulla vetta di tutte le montagne!

La Presidente di ANEF – l’Associazione Nazionale degli Esercenti Funiviari – ormai non ha più remore, più vergogne, più scrupoli. Evidentemente perché non ha parimenti più nessuna relazione autentica, culturale, umana con le montagne e la loro realtà, che la Presidente vede solo come spazi vuoti da riempire, cementificare, infrastrutturare, consumare e (s)vendere a tutti, pensando di far passare tutto ciò come la montagna “inclusiva”, dove tutti hanno il “diritto” di salire, dove sia «normale» arrivare in vetta in funivia (magari in abiti e tailleur griffati oppure vestiti come se si fosse in spiaggia a Riccione), e dove quelli che la pensano diversamente desiderano solo le montagne «abbandonate» in preda a «disastri».

La montagna viene svilita, vilipesa, cancellata: e solo perché la Presidente “vende” funivie pretendendo che chiunque si inchini al suo volere? Ma sul serio si può cadere così in basso, palesare un pensiero tanto banale e dimostrarsi a tal punto cinici nei riguardi delle nostre montagne? Oppure tale comportamento in realtà dimostra le sempre maggiori difficoltà – per ragioni climatiche, ambientali, economiche, eccetera – e il conseguente nervosismo crescente del settore che rappresenta?

Be’, anche al netto di queste inevitabili considerazioni, le dichiarazioni della Presidente di ANEF appaiono tanto goffe quanto inquietanti. E formalmente pericolose: per il futuro delle montagne, della loro cultura, della loro anima. Montagne che – ribadiamolo ancora – sono di “tutti”, sì, di tutti quelli che vi portano rispetto. Dote che evidentemente la Presidente non sa, non riesce, non vuole più manifestare pur di fare spazio agli interessi propri e dei suoi sodali ben oltre quanto sia legittimo e ammissibile. Davvero possiamo accettare un comportamento del genere?

Per chi non lo capisca: non è affatto una mera questione ambientalista ma morale, politica, civica. Di logico, umanissimo buon senso, insomma.

La politica del «piuttosto che niente meglio piuttosto» che condanna la montagna lombarda a un eterno vivacchiare

[Panorama dell’alta Val San Martino con sullo sfondo le montagne del Lario Orientale sovrastanti Lecco.]
Leggo sulla stampa che Regione Lombardia ha stanziato 14.375.000 Euro per «fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale delle aree interne tra il Lario orientale, la Valle San Martino e la Valle Imagna» (province di Lecco e Bergamo), un territorio in gran parte di media e bassa montagna.

«Wow! Finalmente una buona notizia per le montagne lombarde» verrebbe da esclamare. E lo è, una buona notizia. Diciamo che lo è come lo sarebbe stata l’annuncio di un bel pranzo a base di carni pregiate per un montanaro che abitualmente si cibava di polenta, castagne e poco altro, ecco.

O, per dirla in altro modo, è un’altra manifestazione della strategia del (in idioma milanese) «Piutost che nient, l’è mei piutost», piuttosto che niente è meglio piuttosto: quella ideata per far credere alla montagna di essere aiutata, sostenuta, supportata nella propria quotidianità ma che in concreto la mantiene nel proprio limbo di perenne incertezza, non del tutto abbandonata ma per nulla sviluppata come dovrebbe e meriterebbe. Poi, ovviamente, si dichiara che i soldi servono «per fermare lo spopolamento e aiutare l’economia locale» e formalmente è così: ma dalle parole enunciate ai fatti concreti la strada resta sempre infintamente lunga e, dunque, quasi sempre priva della meta.

[Panorama della media e bassa Valle Imagna, con lo sfondo della dorsale dell’Albenza che la separa dalla Val San Martino.]
In ogni caso di seguito analizzo la notizia – lo faccio analiticamente per maggior chiarezza – con qualche dettaglio in più:

  1. Sono stati stanziati 14.375.000 Euro che è una bella cifra, senza dubbio. Ma è destinata a 41 comuni dell’area indicata: fanno circa 350.000 Euro a comune. Cioè, il costo di due o tre chilometri al massimo di asfalto nuovo o di una rotonda di media grandezza. Insomma, non esattamente una cifra capace di svoltare il destino ai comuni montani coinvolti.
  2. Peraltro si tenga conto che, a fronte dei 14.375.000 Euro stanziati, ad esempio all’Aprica per rinnovare una sola seggiovia si spenderanno 10,5 milioni, e a Madesimo per la nuova funivia verso la Val di Lei la stessa Regione Lombardia ne spenderà quasi 20, molti di più di quelli destinati ai 41 (quarantuno) comuni di cui sopra. Viene difficile pensare a come si possa efficacemente finanziare «lo spopolamento e sostenere sviluppo dell’economia locale, il rafforzamento dei servizi socio-sanitari e assistenziali e il miglioramento complessivo della qualità della vita» a fronte di tali dimensioni economiche effettive dell’intervento.
  3. Uno dei referenti politici (perché ovviamente il tutto viene utilizzato come propaganda politica di parte – ma lo farebbe qualsiasi schieramento politico, in Italia) dell’iniziativa dichiara che «L’obiettivo è accelerare l’attuazione degli interventi, trasformando le risorse in progetti concreti e risultati tangibili». Quindi di progetti “concreti” non ce ne sono ancora ma solo vaghe indicazioni di intervento nei vari (soliti) ambiti ove i territori montani risultano carenti nei servizi di base e in altre specificità a supporto delle comunità locali? Dunque si tratterebbe del consueto modus operandi istituzionale del finanziamento ad mentula canis, per il quale vengono formalmente messe a disposizione un tot di risorse che tuttavia non si sa se andranno a buon fine, cioè se serviranno veramente a finanziare interventi concreti a favore dei territori beneficiari.
  4. Ma attenzione: «Per sostenere e orientare questo insieme di interventi si punta alla costruzione di una governance territoriale integrata e multilivello, fondata sulla collaborazione con gli stakeholder locali, per superare la frammentazione e assicurare coerenza, efficacia e impatto alle politiche attuate.» Al netto del linguaggio utilizzato, molto di propaganda e poco di sostanza, in verità questa operazione si deve fare prima, non dopo. Ovvero: si studia scientificamente e tecnicamente il territorio, le sue specificità, i suoi bisogni; si elabora con gli enti pubblici un piano di sviluppo territoriale organico; si crea la rete di «stakeholder» e si mettono in atto gli strumenti di interlocuzione permanente con le comunità locali; si tirano le somme e si determina l’ammontare delle risorse necessarie; gli enti locali superiori stanziano le risorse necessarie, che in questo modo vanno direttamente e subitamente a sostenere gli interventi elaborati nel progetto di sviluppo territoriale sotto il controllo della rete di portatori d’interesse e comunità locali già costituita. Ecco, fate caso a quanti di questi passaggi fondamentali mancano nell’intervento di Regione Lombardia, e poi provate a pensare perché siano assenti.
  5. «Vogliamo rendere questi territori più attrattivi, moderni e capaci di offrire opportunità concrete a cittadini, imprese e giovani.» Ai territori montani servono sicuramente queste cose, che tuttavia si devono innestare su una dinamica di rigenerazione del senso di comunità, elemento fondamentale per vivere in montagna sentendosi parte consapevole del suo paesaggio: perché la montagna non ha bisogno di semplici residenti o di lavoratori periodici e stagionali, di chi ci compra una casa perché l’aria è salubre e il panorama e è bello e poi vive e produce altrove. Ha bisogno innanzi tutto di fare comunità, ha bisogno di abitanti consapevoli, ha bisogno di elaborare il senso di comunità, ha bisogno di socialità attiva a vantaggio non solo della comunità stessa ma anche, e soprattutto, del territorio, per il quale ogni abitante autentico si fa pure custode. Cosa c’è di tutto questo negli interventi della politica come quello lombardo che sto qui analizzando?
  6. La montagna, per dirla in modo più concreto, ha bisogno di interventi di ben altra consistenza, sia economica e finanziaria che politica, amministrativa, culturale, sociale, civica. I comuni montani non hanno bisogno di stanziamenti di propaganda privi di visione e senza un’autentica contestualizzazione territoriale, perché viceversa le risorse (pubbliche, non dimentichiamolo) stanziate, pur importanti, rischiano fortemente di essere sprecate, generando oltre al danno la beffa per i territori coinvolti. Le montagne rappresentano fondamentali laboratori di innovazione abitativa e sociale, tanto più ora che la crisi climatica rende i propri effetti sempre più tangibili: sono un ambito complesso alle cui domande non si possono più dare risposte troppo semplici e superficiali, che a qualcuno fanno credere che si stia facendo qualcosa per il loro futuro quando invece finiscono per celarne e accelerarne la decadenza.

[Altre due vedute panoramiche della Val San Martino, sopra, e dell’alta Valle Imagna sotto.]
Infine, forse la migliore risposta al perché la montagna, in Lombardia e altrove, venga funzionalmente (o forse no ma, come si dice, a pensare male si fa peccato ma si indovina) mantenuta in quel limbo di sopravvivenza permanente, che ne rallenta solo in parte la decadenza senza fermarla veramente e di contro non ne sostiene lo sviluppo concreto e realmente proficuo per le sue comunità, la danno ancora i numeri: sebbene in Lombardia la montagna occupi il 41% del territorio regionale, ci vive solo il 12% circa dei cittadini lombardi. Ovvero, un bacino elettorale troppo esiguo per risultare veramente interessante alla politica e, dunque, per dedicarci ben più attenzioni concrete di quanto succede ora (ribadisco: a pensar male… eccetera). A meno che non ci sia da finanziare qualche mega impianto funiviario o di innevamento artificiale di una società per azioni che gestisce il comprensorio turistico locale ma avendo la sede legale ben lontana dai monti coinvolti e, chissà come mai, in casi del genere di soldi pubblici se ne trovano sempre e molti di più che per altri interventi e differenti territori. D’altro canto «senza lo sci la montagna muore», dicono. Già.

Perché si pratica la caccia oggi?

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Io, lo dico, da subito, di principio non sono contrario alla caccia. Non la praticherei mai e poi mai e certamente preferirei che non venisse praticata, ma questo è il mio pensiero, nel quale posso contemplare (senza assentirvi) alcuni argomenti a favore insieme a molti altri che la contrastano.

Detto ciò, a una domanda – quella fondamentale, in effetti, ma che qui non vuole essere né retorica né polemica o provocatoria – non riesco a dare una risposta: perché si pratica ancora la caccia, oggi?

Non certo per procacciarsi un sostentamento alimentare altrimenti carente, come accadeva un tempo.

Dunque per cosa? Per preservarne la tradizione secolare? Per l’inimitabile bontà delle pietanze che se ne possono ricavare? Per passione verso la pratica, le armi o i cani da riporto? Perché si è ammiratori di Aldo Leopold [1]? Per puro divertimento?

Insomma, c’è qualche motivazione ammissibile e sostenibile, quantunque vi si possa essere d’accordo o meno, oppure tutto rimanda alla sfera del mero appagamento istintuale personale, libero e legittimo (dacché giuridicamente consentito) ma parimenti più o meno contestabile?

Mi piacerebbe capirlo, senza vantare verità già scritte o puntare dita accusatorie contro chicchessia (anzi, la gran parte dei cacciatori che conosco dalle mie parti sono tra le persone più gradevoli e tranquille) ma chiedendo almeno un minimo di pensiero sensato e articolato al riguardo.

[1] Per chi non lo sapesse, Aldo Leopold, padre dell’ecologia conservativa e tra i massimi difensori dell’ambiente dell’epoca moderna, specie nella prima parte della sua vita fu un appassionato cacciatore, anche se più avanti criticò aspramente l’evoluzione contemporanea dell’attività venatoria e ne ripensò radicalmente la pratica. Al proposito si veda qui.

«Senza lo sci la montagna muore!»

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Non è vero che «senza lo sci la montagna muore», ma è vero che la montagna muore senza alternative allo sci.

La prima cosa la sostiene l’Anef, l’associazione degli impiantisti italiani, e lo fa per tentare di difendere (legittimamente, per carità, ma sempre meno sensatamente) i propri interessi nonostante la realtà delle cose li renda sempre più spesso indifendibili; la seconda è la più ovvia manifestazione di buon senso e di sensibilità verso il futuro delle montagne. Un futuro verso il quale quell’affermazione di Anef non guarda affatto, essendo rivolta al passato e alla difesa di un modello ormai inesorabilmente obsoleto che produce sì un gran giro d’affari, del quale però nulla resta al di fuori della filiera turistica nei territori coinvolti, come dimostrano indubitabilmente i relativi dati demografici e economici. Se lo sci genera tanta ricchezza, perché la gran parte delle località sciistiche perde abitanti come e più di quelle dove non si scia?

Ovviamente nessuno può pensare di far sparire lo sci dai monti dall’oggi al domani – che poi a ciò in molte località ci stanno già pensando la crisi climatica e la congiuntura economica, purtroppo. Di contro, chiunque dotato di buon senso e in primis chi governa i territori montani (toc toc! C’è qualcuno? Ci siete? O ci fate?) deve pensare di emancipare le montagne dalla monocultura esclusiva dello sci e del turismo massificato e rendere la sua economia ben più organica a ogni altra presente e potenziale nelle località coinvolte (turistica, artigianale/industriale, rurale, dei servizi, culturale, scientifica, eccetera). Nella realtà che stiamo vivendo, e vivremo sempre più nel prossimo futuro, solo uno sviluppo organico, articolato e di lungo termine delle tante potenzialità socio-economiche che la montagna sa offrire (la montagna che viene spesso ritenuta, a parole, un “laboratorio di innovazione resiliente”: già, ma i fatti concreti dopo tali belle parole, dove sono?) può assicurare un futuro proficuo e sostenibile alle comunità di montagna, mettendole al riparo dai rischi e dalle tante criticità che la realtà contemporanea presenta e valorizzandone – nel senso più nobile e compiuto del termine, non nell’accezione ipocrita spesso utilizzata – le specificità che fanno di ogni territorio montano un luogo unico e speciale che abbisogna di un percorso di sviluppo altrettanto speciale e dedicato. Come invece possono essere “speciali” dei territori deve si riproduce sempre lo stesso modello socioeconomico monoculturale come quello dello sci?

Ecco. appunto. Questione di semplice, naturale, fondamentale, umanissimo buon senso.

Il futuro dei piccoli comuni montani tra fusione e disgregazione

[Il nucleo abitato di Starleggia e, nel fondovalle, il centro di Campodolcino, in Val San Giacomo.]
Mi è capitato di ascoltare di recente un servizio giornalistico che riferiva della carenza di personale amministrativo nei piccoli comuni, soprattutto di montagna ma non solo in quelli, che senza addetti faticano a garantire i servizi essenziali alle proprie comunità già soggette ad altre mancanze nei servizi di base e a fenomeni di spopolamento diffusi. È da tempo che ne sento, di notizie del genere, il che ne denuncia la cronicità (dovuta a vari fattori tra i quali alcune scelte politiche miopi, come il blocco del turnover) e, evidentemente, l’assenza di soluzioni efficaci. Paradossalmente, tali piccoli comuni che cercano in tutti i modi di non perdere abitanti, sono messi nella condizione di contribuire essi stessi al proprio spopolamento.

Mi sembra che sia una questione che attiene a un tema più generale e complesso a sua volta in discussione da tempo per le montagne italiane: quello della fusione dei piccoli comuni per crearne di più grandi sia territorialmente e demograficamente sia per il peso politico e amministrativo oltre che in grado di razionalizzare i propri servizi alle comunità senza con ciò sminuirne l’efficienza e contenendone i costi, in senso generale e pro-capite.

Dalle discussioni politiche sul tema a volte sono effettivamente nate delle fusioni e, dunque dei soggetti comunali più grandi magari riferiti a specifiche unità geografiche (ad esempio i piccoli comuni di una singola valle che si uniscono in un unico soggetto identificato anche dal proprio territorio), altre volte delle entità intermedie come le “unioni di comuni” dall’efficienza altalenante, mentre in molti casi numerose e variegate resistenze permangono e bloccano sul nascere qualsiasi tentativo di fusione: dalla difesa dei propri campanili e dai timori circa la perdita di identità locale (motivazione frequente e forte tanto quanto immotivata) alla convenienze pratiche sovente più legittime (l’aumento della distanza dal proprio centro comunale, ad esempio).

[Uno scorcio del paese di Scanno, in Abruzzo.]
D’altro canto una veloce analisi dei dati demografici dei comuni montani italiani rende la situazione piuttosto chiara: oltre il 65% dei comuni montani ha una popolazione inferiore ai 2.000 abitanti, ma se si analizza solo la categoria dei comuni definiti “piccoli”, cioè quelli sotto i 5.000 abitanti, che costituiscono la stragrande maggioranza della realtà montana, la media scende drasticamente a circa 1.400-1.500 residenti per comune, che scende ancora, a 500-800 residenti in media, più si sale altimetricamente[1]. Considerando che la gran parte di questi comuni, salvo rare eccezioni, perde abitanti anno dopo anno, a volte anche decine per volta, si comprende bene che per molti di essi la sorte demografica e sociale pare segnata.

Un caso piuttosto esemplare, che cito perché lo conosco bene, è quello della Val San Giacomo, o Valle Spluga, il territorio lombardo (in provincia di Sondrio) che da Chiavenna sale all’omonimo passo al confine con la Svizzera: un ambito relativamente grande, lungo circa 30 km e ampio poco meno di 200 km2. Su tale ampia superficie, geomorfologicamente e culturalmente ben definita (fino al 1815 la valle formava un unico comune, che gli Austriaci decisero di spezzare in tre in modo da indebolire le spinte secessioniste e irredentiste svizzere locali), abitano meno di 1.800 residenti fissi (al 30 novembre 2025) suddivisi in tre comuni. Una situazione amministrativa senza molto senso, insomma, la cui frammentazione sta indebolendo continuamente il territorio privandolo dei servizi essenziali – e il noto comprensorio sciistico di Madesimo non sta affatto contrastando lo spopolamento e aiutando la vitalità socioeconomica locale. Eppure, nonostante tale realtà e il fatto che da tempo si discuta in zona sulla possibilità di fusione dei tre comuni, al momento non se ne sta facendo nulla, esponendosi così a conseguenze di crescente gravità.

[San Bernardo, frazione del comune di San Giacomo Filippo in Valle Spluga. Foto di Fera, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come detto, il caso della Val San Giacomo è significativo e peculiare nelle sue specificità; non è detto che la fusione tra comuni montani possa rappresentare l’assoluta panacea di tutti i mali della montagna italiana, ovviamente, anche perché un processo di fusione diffuso dovrebbe comportare prima, e a suo sostegno, una ben oculata gestione strategica politico-amministrativa e l’implementazione (innanzi tutto tecnologica) a livello locale dei servizi alla popolazione residente così che anche all’abitante della frazione più elevata o isolata non sia difficile ottenere un certificato anagrafico o interfacciarsi con un funzionale comunale – non sia resa più difficoltosa la vita quotidiana, insomma. Le normative in vigore, inclusa la recente Legge 12 settembre 2025, n.131 (la “Legge sulla Montagna” rilasciata dal Governo in carica), sembrano incentivare la fusione tra piccoli comuni in certi casi anche con sostegni e agevolazioni concrete, ma credo che non basti. Spesso, anche nei territori dove la fusione appaia come la soluzione migliore, gli ostacoli permangono: da un lato alimentati dall’incertezza sulle garanzie di un sostegno realmente efficace e concreto da parte degli enti amministrativi superiori e dalla politica, dall’altro motivati dalla frequente arretratezza infrastrutturale di cui soffrono i territori montani italiani nonché dalla crescente carenza dei servizi di base. Oltre alle permanenti motivazioni campanilistiche, che in Italia sono più solide delle montagne stesse, come sappiamo bene.

Fatto sta che il bivio è lì, obiettivamente inevitabile, molti territori montani vi sono ormai giunti e devono decidere che strada prendere: se quella della conservazione dello status amministrativo attuale, salvaguardando certezze storicizzate e presunte ma viepiù labili, oppure se mettere da parte remore e campanili e affrontare la novità di una fusione con i comuni confinanti, nella speranza – dacché siamo e restiamo in Italia, nel bene e nel male – che non sia, gattopardescamente, che tutto cambi affinché nulla cambi. Una decisione dalla quale dipendente il futuro di molta parte delle nostre montagne, da ben ponderare ma da non più scansare.

[1] Dati aggiornati riferiti al periodo 2024-2026 forniti dall’ISTAT e dall’UNCEM, elaborati grazie a Google Gemini AI.