Il Re del bosco

E poi, d’improvviso, ti ritrovi al suo cospetto.
Ove il sentiero attraversa la parte più silvestre e selvatica del Monte Brughetto, quella in cui più che altrove pare che la Natura si sia presa la sua rivincita sull’uomo e pure con gran gusto, ove il bosco si fa possente e indiscutibile al punto che i faggi si fanno più grossi, più alti, più sicuri – non a caso – della loro dominanza territoriale, protetto da una piccola ma pugnace corte di agrifogli tra i quali il tracciato penetra con minor baldanza che in altre parti, c’è lui, il Re del bosco.
Si dice che ogni foresta, ogni selva, ogni bosco ovvero ogni comunità arborea abbia un proprio regnante: l’albero più grande, più alto e possente dunque, facilmente, il più anziano; quello che domina su ogni altro e sul paesaggio d’intorno, svettante nel cuore del suo regno silvestre e che, in qualche modo, ne rappresenta l’essenza vitale, in qualità di creatura più forte e imponente nonché di raffigurazione emblematica dello stato del bosco. D’altro canto non è certamente una forzatura antropomorfica il considerare le piante, gli alberi e le creature vegetali come essere viventi né più né meno che tutti gli altri, dotati d’una propria vitalità materiale e immateriale e, perché no, d’una particolare “intelligenza” – cosa, questa, proprio di recente rilevata dalla scienza e peraltro considerata imprescindibile dall’ecosofia. Posto ciò, e questa volta senza smodati voli della fantasia, nulla vieta di considerare un bosco come questo, la meravigliosa faggeta che è in tale zona, una vera e propria comunità interattiva di creature viventi dotata di proprie “leggi” ovvero ordini e assetti biologici ai quali tutti gli esemplari della zona sono soggetti: in fondo, con ben altro prestigio dello scrivente, sostiene un analogo concetto il grande Mario Rigoni Stern:

“Il bosco è vivo, noi consideriamo gli alberi come oggetti che non sentono, invece sono sensibili, gli alberi. Addirittura si è scoperto recentemente che si consociano tra di loro per aiutarsi a vicenda e si scambiano alimenti attraverso le radici.”

Una vera e propria società silvestre, dunque, che come qualsiasi altra comunità consociata che si rispetti e che sia degna di tal nome, è dotata d’un dominante, un “capo” o signore o re che dir si voglia – qui la questione diventa sì puramente creativa ma non inficiante il senso e la sostanza di essa.

In ogni caso, che lui sia senza alcun dubbio il Re della faggeta del Brughetto te ne rendi conto subito, appena te lo ritrovi davanti – il sentiero passa proprio accanto alla sua possente base: è l’esemplare di gran lunga più grosso e imponente, dalla circonferenza del tronco di almeno tre metri buoni, dalla vasta ramificazione che sale verso il cielo e poi si espande come la cupola realmente regale d’un tempio virente e vivente, incombente e al contempo tutelare, dalla sensazione di saggezza, se così posso dire, che traspare dalla sua massiccia corteccia rugosa, segnata dai segni del tempo – quello atmosferico e, ancor più, quello cronologico, oltre che da qualche incisione umana  – che narra su di sé una storia lunga certamente qualche centinaio di anni.

È l’essere vivente più vecchio del monte, senza alcun dubbio, quello che più di ogni altro potrebbe raccontare le vicende storiche del territorio, che come nessun altro ha “visto” transitare ai suoi piedi chissà quanti uomini, animali domestici e selvatici, merci, che ha resistito a innumerevoli tempeste, bufere, nevicate, ad estati roventi e inverni gelidi. (…)

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale sto scrivendo di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro… di alberi “regali”… di vita, insomma, nel senso più pieno e alto del termine.)

Le parole sono azioni*

(*: Ludwig Wittgenstein)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete) già bell’e pronta per la pubblicazione, che prima o poi – credo non tanto prima ma spero non troppo poi – avverrà. Ah, ed è un racconto che dedico ai miei numerosi amici/conoscenti traduttori!
Buona lettura!

Per i corridoi luminosi dell’immenso palazzo di vetro i potenti incedevano con passo degno della loro autorità alla guida dei propri piccoli cortei di rappresentanza – segretari, aiutanti, portaborse – verso uffici, aule, auditori, parlamenti, intrecciando parole che potevano ad ogni istante, se non cambiare il mondo, mutare la vita di milioni di individui sparsi per il pianeta, ovvero per quelle terre emerse delle quali essi palesemente divenivano i primi simboli proprio attraverso la lingua parlata. Ma fortunatamente le vetrate iridescenti del grande palazzo cancellavano le distanze proprie di una potenziale Babele attraverso le seconde voci di quel parlottio corale così fondamentale: dunque ogni alto diplomatico condivideva la testa del proprio piccolo corteo di rappresentanza con l’inseparabile traduttore di fiducia, la preziosa “connessione” con il resto del mondo, e con quanto lo controllava politicamente. Così, mille lingue divenivano in un certo senso una, non tanto nei lemmi quanto nel senso, e nella portata concreta di esso; grazie a tali poliglotti, sempre un passo indietro e a fianco del “proprio” potente, le parole di questi si potevano trasformare in azioni – quelle azioni, come detto, che potevano anche cambiare il mondo. Erano come di quel grande palazzo i plinti delle fondamenta: sovrastati, nascosti dalla meravigliosa architettura, che però senza di essi non sarebbe mai potuta stare in piedi e declamare tutta la propria possanza.

Ma le parole sono come i dadi da gioco, avendo più sensi e più valori e bastando un nulla per capovolgerli l’uno dopo l’altro, l’uno al posto dell’altro… Riunioni di portata storica non avevano buon fine dacché non ci si accordava sulle “promulgazioni” finali; altre avevano successo perché, delle parole spese in esse, alcune venivano collimate ad arte – ma a volte altri incontri saltavano perché un traduttore mancava. Su una parola, una frase, o una banale assenza, si poggiava sovente la sorte di un’intera regione e dei suoi abitanti: questa evidenza non sfuggì a molti degli interpreti accreditati, individui abituati a lavorare velocemente di mente e di raziocinio. Chi, in effetti, pronunciava le parole più importanti nel grande palazzo? – ovvero quelle che letteralmente e in ultima istanza “componevano” le sorti del mondo – le decisioni, i dettami, le imposizioni di pace, accordo, prosperità, o di scontro, di guerra?

Fu così, proprio in questo modo ovvero con la constatazione di una mera realtà da parte di chi ne era soggetto, che prese corpo il più grande, totale e imprevedibile colpo di “stati” che mai la storia dell’uomo poté registrare.

“Osservare” nel profondo, non “vedere” in superficie

119234-1“(..) Troppo spesso noi esseri umani, che abbiamo avuto la fortuna – rispetto alle altre razze viventi sul pianeta – di sviluppare in modo approfondito una consapevole concezione quadridimensionale del mondo, in senso generale e non solo visuale, commettiamo il grave errore di limitarci a un’osservazione del mondo stesso sostanzialmente “bidimensionale”, per così dire. Un riferimento orizzontale, uno verticale e nulla più, quasi che, ormai assuefatti alla tele-visione della realtà attraverso uno schermo televisivo o similmente tale, nella quale la “distanza” che l’etimo greca del termine identifica è priva di profondità e ancor più della dimensione temporale, si porti e utilizzi quel modo di vedere le cose anche nel mondo reale, restando sulla superficie della visione proprio come se vi fosse uno schermo oltre il quale è impossibile andare e dal quale, gioco forza, dobbiamo ricavare qualsiasi dimensionalità. Guardiamo il paesaggio come se l’immagine scorresse in TV ovvero sul web, come se non vi fosse la possibilità di penetrarlo, di andarci dentro e dunque aggiungere una terza dimensione e poi, una volta in esso, avere cognizione pure della quarta dimensione, quella del tempo. Non solo: in fondo, pure restando in un mero ambito percettivo di tipo bidimensionale – orizzontale/verticale – si possono ricavare innumerevoli altri riferimenti dimensionali, i quali nell’insieme danno corpo alla nostra osservazione, la arricchiscono di molti particolari, dettagli, intuizioni, cognizioni. (…)”

(Appunti tratti da un nuovo testo in lavorazione, nel quale si parla di genti, di paesi, di natura, di storia, di futuro. Di vita, in pratica, nel senso più pieno e alto del termine.)

Un sogno?

Quello che potete apprestarvi a leggere è un  racconto che scrissi qualche anno fa per un lavoro ispirato al carsismo della Grigna Settentrionale, montagna delle Prealpi bergamasche sovrastante la Valsassina tra le più ricche di cavità sotterranee d’Europa (più di 900 grotte in una manciata di km quadri: praticamente un groviera montano!). “Scena” sostanziale del racconto è uno dei luoghi più particolari e misteriosi della zona: la Rocca di Baiedo, grosso panettone calcareo che restringe di colpo il solco della Valsassina – formando la cosiddetta “Chiusa di Introbio” – sulla cui sommità si trovano i resti di fortificazioni dalle origini che si perdono ben lontano nel tempo.
Buona lettura!

roccabaiedoUn sogno?

Forse ancora qualche vecchio nonno, in valle, narra ai suoi piccoli nipoti la storia leggendaria della Rocca di Baiedo, quel formidabile masso di verrucano rosso su cui sorgeva il poderoso forte di Simone Arrigoni, potente valligiano medievale, dal quale pare che anche Leonardo trasse spunti importanti per i suoi progetti militari; forse qualcuno di questi nonni conserva il vecchio volume dell’Orlandi, che all’inizio del secolo scorso narrò della Rocca le vicende più segrete e gli sconosciuti misteri; e certamente qualche bambino non troppo distratto dai supertecnologici divertimenti contemporanei, resta incredulo e affascinato da quelle antichissime leggende, e dalle immagini che una vispa fantasia può generare da esse nella mente.
Marco non aveva troppa voglia di tornare a casa, quel pomeriggio, tanto buona era la compagnia nella baita su al Pialeral, e tanto bella era quell’ora dolce e tranquilla del giorno, quando tra la declinante luminosità diurna e la sera prossima e già fresca il mondo sembrava sospendersi in una pacata riflessione sull’armonia naturale. Il Sole era già sceso oltre il Grignone, ma ancora la magica luce dell’Autunno pennellava i boschi di colori incredibili, e stagliava nel cielo le creste di tutte le vette in vista, del Foppabona, dei Campelli, del Due Mani e della Grignetta e di ogni altra… Solo verso Nord qualche nuvolone grigio ombrava il paesaggio, forse segno del solito breve fortunale stagionale. Egli amava stare tra quelle “sue” montagne, amava camminare tra quei boschi stupendi, che ad ogni svolta d’ogni sentiero regalavano vedute stupende; fin da piccolo aveva scorrazzato su di essi, soprattutto con il nonno, che se lo portava dietro quando saliva a far legna o a comprare qualche formaggella da amici pastori, e nel cammino aveva sempre da raccontare storie e leggende sui luoghi attraversati, sembrava che la sua conoscenza non avesse mai fine. Forse anche della Rocca di Baiedo aveva raccontato al piccolo Marco, ma certamente oggi, a così tanti anni di distanza e purtroppo senza più presente quel libro di memorie vivente, egli non rimembrava più nulla di quelle bizzarre leggende.
Ora era veramente giunto il momento di scendere. La compagnia buona fa trascorrere veloce il tempo, e l’oscurità, pur in quei boschi conosciuti, è sempre un elemento di timore; inoltre, quelle nuvolaglie grigie a settentrione cominciavano a illuminarsi di lampi minacciosi, e già lontani rombi temporaleschi si potevano sentire. Marco decise di tagliare per i prati dietro la Rocca, e così scendere più velocemente verso Introbio: vecchi e dimenticati sentieri scendevano da quella parte, scivolosi ma veloci nel guadagnare il fondovalle, gli avrebbero fatto guadagnare una bella manciata di minuti, per essere a casa prima di cena in tutta tranquillità. Nei lontani bagliori temporaleschi, la vetta arrotondata della Rocca assumeva contorni quasi sinistri, accresciuti dall’inquietante fischio dei gufi: questi maledetti fortunali di stagione sono tanto rapidi nel giungere quanto nello scatenarsi in un gran baccano ma con ben poca sostanza, tuttavia è prudente starsene sotto un tetto al loro arrivo – egli pensava, giusto passando accanto ad un tronco contorto sul quale evidenti erano le tracce inferte da una folgore lì abbattutasi. Forza, forza! – passo lesto e sicuro!
Passarono solo pochi minuti, e parve scatenarsi il finimondo: il vento ululava paurosamente e contorceva le fronde degli alberi, strappando e gettando foglie ovunque, mentre abbaglianti fulmini precipitavano dal cielo qua e là, comunque troppo vicino a qualsiasi distensione. Marco era proprio dietro la Rocca, vicino ai resti dell’antica fortezza: scendendo di corsa, in un quarto d’ora o poco più sarebbe giunto a casa, ma sembrava che prima, di lì a pochi attimi, il cielo si dovesse aprire e scaricarsi di tutta la pioggia d’un intera stagione. Che fare? Rischiare, peraltro su un sentiero che certamente la pioggia avrebbe reso parecchio scivoloso, o attendere in qualche anfratto o sotto il tetto di qualche baita, visto appunto che quei temporali non erano mai di lunga durata?
Poi, improvviso, un lampo accecante, un boato tremendo, un esplosione, schegge legnose che schizzavano ovunque… Marco barcollò, dallo spostamento d’aria e dall’inopinato terrore, i piedi si misero in fallo, sentì la schiena sbattere contro un muro possente e poi cadde – anzi, precipitò, perché nulla più sembrava essere sotto di lui…

roccabaiedo-1Quando si riprese e riaprì gli occhi, riconobbe subito il volto di Alex, l’amico del Soccorso Alpino; intorno c’era dell’altra gente; la testa doleva ma la mente era lucida.
«Ehi, Alex, che ci fai qui? Uff, devo essere caduto! Scusa, ma devo essere a casa per cena, e…» – ma l’amico lo bloccò subito, ridendo dacché constatava le buone condizioni e l’altrettanto buona cera. Quando il soccorritore gli dimostrò che era quasi l’alba, che lo cercavano perché a casa non era rientrato e che si trovava alla base della Rocca ma dal lato opposto rispetto al punto in cui doveva giungere quel sentiero intrapreso, Marco trasalì. Lo avevano trovato lì, asciutto nonostante il violento temporale, come se fosse rimasto al riparo e da questo uscito solo a pioggia finita; cosa ci facesse in quel luogo lo avrebbe dovuto spiegare egli stesso, ma – per assurda evidenza – Marco non si ricordava nulla delle ore addietro, nulla dopo un forte boato che sembrava ancora echeggiare nella sua testa; ricordava d’essere dietro la Rocca, del temporale imminente, del vento e dei lampi, ma dopo ciò, più nulla.
Stava bene, comunque; venne accompagnato a casa, dove decise di tentare di eliminare quel fastidioso mal di testa con una bella dormita: era giorno di festa, quello, e aveva tutto il tempo di restare coricato in tranquillità; inoltre la giornata era brutta, nuovi nembi temporaleschi stavano addensandosi sopra la Val Biandino, dunque a starsene a casa non avrebbe perso nulla. Certo, che avventura strana! Mai una cosa del genera gli era successa; a volte, anni fa, nelle lunghe escursioni col nonno, era capitato che venissero sorpresi da un violento nubifragio, ma trovavano sempre qualche riparo, e l’occasione era propizia affinché il nonno, nell’attesa forzata del ritorno del sereno, raccontasse con ancor più dovizia di particolari le sue storie. Ora, chissà perché, sembrava che parte di quelle storie riemergessero dai ricordi più sbiaditi – ma era sicuramente un effetto della testa pesante e della confusione in essa. Nonostante le apparenze e le buone sensazioni fisiche, una volta steso si addormentò velocemente, tant’è che nemmeno chiuse le imposte di casa; peraltro, l’ombra delle nubi scuriva abbastanza il cielo e ne tarpava la luminosità solita dei giorni sereni.
E un nuovo temporale giunse, effettivamente; un violento bagliore illuminò a giorno l’intera vallata, e il susseguente tuono la scosse dalle creste più elevate fino al fondo di tutte le forre. Marco si svegliò di soprassalto, sudato, ansimante, gli occhi aperti sui muri della stanza ma in realtà vedenti qualcos’altro, come se un sogno continuasse a richiedere l’attenzione della mente pur dopo l’attimo del risveglio. Era un sogno poi? – era un ricordo vivido come un sogno tale non è mai, svanente con rapidità in pochi attimi negli occhi e poco dopo nella mente… Eppoi, se fosse stato un sogno ovvero un incubo, perché era così sudato, quasi stravolto e turbato? Mai gli era successa una cosa del genere, egli riteneva di non essere un gran sognatore nei suoi sonni abituali. Eppure la mente era come accesa su immagini strane, che secondo dopo secondo sembravano ricomporsi e ordinarsi in una qualche logica, il cui senso – egli credeva di sapere – non gli era del tutto sconosciuto; e queste immagini, dapprima sbiadite e scure, diventavano via via sempre più nitide e intense, chiare e comprensibili ma, di contro, sempre più incredibili.
Ecco, ricordava una sorta di grotta, un anfratto profondo – forse dove si era rifugiato per ripararsi dal temporale – ma questa grotta non sembrava naturale, le sue pareti erano troppo levigate, e il suo fondo uniforme come un grezzo e pur buon pavimento… Inoltre – come era possibile? – non era buia, ma una qualche leggera luce la illuminava abbastanza da camminarci senza tentennamenti. Poi ricordava varie diramazioni, corridoi più foschi di cui non si distingueva che qualche metro, forse alcuni con inferriate o qualcosa del genere… La mente sembrava ricuperare dall’inconscio quelle visioni quasi con fatica, e con una strana sensazione, non di timore quanto più di incredulità, di sbigottimento; ora Marco era giunto in una sorta di grande e spoglia sala, dal cui lato opposto una grande scala intagliata direttamente nella roccia saliva maestosa e inquietante verso l’alto, senza che egli potesse vedere dove finisse. Ecco, egli aveva pensato che quello scalone pareva salire tanto da arrivare fino in vetta al Grignone, e aveva collegato la natura di quella lunga e bizzarra galleria ascendente con la nota presenza di innumerevoli cavità nel corpo carsico della Grigna Settentrionale – certo, ma queste erano e sono naturali, quella scala invece come lo poteva essere?
Il mal di testa non era passato – e ci mancherebbe, con quelle immagini nella mente! Eppure quasi egli voleva mantenerlo, quel fastidio, sperando che la memoria rimuginante e arzigogolante prima o poi riuscisse a capire qualcosa, di quei ricordi; e pensando a ciò, l’immagine del nonno gli tornò vivida, come sovrapposta alle bizzarre visioni: perché? Forse che il nonno, tra le sue mille e mille storie, aveva raccontato qualcosa che in qualche maniera si collegasse alla sua avventura? Intanto, ancora, il sogno o incubo o quant’altro fosse forniva nuovi imprevedibili ricordi: altri corridoi, altre gallerie, una specie di labirinto sotterraneo, quasi che la montagna fosse completamente traforata da tali condotti evidentemente artificiali. E poi, e poi… – alla successiva visione mnemonica, che si fece istantaneamente vivida e fulgida di suggestione, Marco ebbe un fremito possente, e una scarica di brividi gli scosse la schiena: egli ricordava – come poteva essere possibile? – ricordava di intravedere una figura in fondo ad uno di quei cunicoli, una forma avvolta da un velo lungo e bianco che parve subito sfuggire alla sua vista, e che egli sapeva essere una figura di donna, ne era inopinatamente certo! Nel sussulto continuo generato da quelle bizzarrie che la memoria gli offriva alla comprensione, come scosso da schiaffi ripetuti che lo percuotevano nel profondo, ora nitidissima ricordava la voce narrante del nonno, e una di quelle sue leggendarie storie sui misteri della valle – sulla Rocca di Baiedo…
“Si dice vi siano sotterranei laggiù, dove sparirono tante persone, e abissi segreti che vennero chiusi con possenti inferriate per non fare che qualche curioso ugualmente scomparisse; si dice vi sia una porta, da dove una dolce e bella ragazza venne rapita, e che quando si oda il lamentoso ululato dei gufi, gli spiriti della Rocca aleggino intorno e tramino vendetta…”
Ma sono soltanto leggende! – quasi Marco urlò, come per svegliarsi a tutti i costi da quello che sembrava un lungo e continuo sogno, una allucinazione impossibile. Sicuramente – si disse – era scivolato e aveva battuto il capo, probabilmente era svenuto, forse se ne era generato uno stato confusionale che ora provocava quegli assurdi ricordi… Certo, era un mistero come era finito alla base dell’altro versante della Rocca, e come era stato ritrovato asciutto quando quel furioso temporale aveva scaricato una gran quantità d’acqua… Ma sì! – nuovamente cercò di scuotersi – era certamente in confusione, e dunque aveva probabilmente sbagliato sentiero; il nonno ne sapeva tantissime di quelle storie, ma la maggior parte erano frutto della fantasia popolare, delle superstizioni d’un tempo, o se vi era un qualche fondo di verità, il passaparola di tante generazioni lo aveva reso mille volte più “abbondante” della effettiva realtà, lo sanno tutti come si generano certe leggende che oggi si definiscono “metropolitane”!
Il mal di testa persisteva ancora, tuttavia Marco decise di alzarsi; doveva anche cambiarsi d’abito, era ancora vestito come durante la bislacca giornata precedente. Si tolse scarpe e maglione, infilò le mani nelle tasche dei pantaloni per cercarvi un fazzoletto; insieme ad esso, le dita estrassero qualcosa che non si ricordava d’avere: una specie di piccolo sasso piatto, rugoso e sporco di terriccio, ma con una parte del bordo ben definita e liscia. Cercò di capire cosa fosse, ripulendola con le dita e il fazzoletto: sembrava un medaglione, cinque o sei centimetri di diametro ma smangiato su buona parte delle facce, e dal bordo eroso – a parte quella parte più netta. Lo osservò per bene, intuì da quel poco che restava cosa rappresentasse, e una ennesima folgore, questa volta tutta interiore, gli piegò le gambe e lo fece cadere disteso sul letto, quasi svenuto dallo sbigottimento: su quella sorta di medaglia vi era impressa una faccia ritratta di profilo, alcune lettere e una data in caratteri romani: “RIGON, MDVI”! RIGON, Arrigoni… Simone Arrigoni, il signore della Rocca di Baiedo, che venne catturato e ucciso dai Francesi nel 1506! – MDVI, millecinquecentosei in caratteri romani – come lo stesso Leonardo aveva raccontato, e come c’era scritto su quel vecchio libro del nonno del 1900 o giù di lì!
Per un tempo indefinito Marco restò così, steso sul letto, in uno stato quasi catatonico, lo strano medaglione stretto nel pugno; certamente si addormentò, sfinito da un’emozione tanto forte quanto irrazionale, illogica come il senso di certe storie che il tempo sovente conserva più della mente umana, la quale invece, di fronte al mistero, si ferma attonita e impotente ancora oggi, quando l’imperante tecnologia domina su ogni cosa e di ogni cosa spesso pretende di possedere il segreto; ma, altrettanto spesso, tale pretesa è solo una mera illusione, buona per chi non possiede la sensibilità di comprendere come quella presunzione è un segno di debolezza, di chi vuole a tutti i costi dominare per non essere dominato, incapace invece di convivere con i potenziali segreti di una terra antica e meravigliosa come la Valsassina, e percepire di essi tutto l’impulso di fascino e misteriosa bellezza profferto all’animo umano.

392_001Marco non tornò mai sulla Rocca a ricercare quel presumibile cunicolo dove cadde nel labirinto sotterraneo, e non rifiuta la possibilità che tutta quell’avventura fu effettivamente frutto di una allucinazione; più semplicemente, egli ha deciso di mantenere nella sua plurisecolare tranquillità il potenziale mistero, senza intaccarne il fascino e l’influsso su chi ne venisse a conoscenza. Anzi, da quella bizzarra avventura ha saputo ancor più aumentare il suo amore per la valle, per questa terra non solo bella esteriormente, nei suoi meravigliosi paesaggi, nei suoi colori, nelle sue armonie naturali, ma anche interiormente, nei suoi segreti sconosciuti, nelle sue leggende e in chissà quanti altri racconti di cui si popola la storia valsassinese, alcuni noti ed altri dei quali nessuno più ricorda nulla… Lo strano medaglione, invece, lo ha voluto incastonare sulla piccola e semplice lapide che segnala il luogo di sepoltura del nonno, giù al cimitero, quale segno di gratitudine per quel vecchio che, con i suoi continui racconti, lo fece innamorare della sua terra e delle sue storie. Ora che da poco è divenuto padre, Marco si è ripromesso di fare lo stesso con il figlio, di affascinarlo con tutte quelle antiche leggende, quei misteri, quegli enigmi, discepolo di quella tradizione orale tramandata di generazione in generazione la cui salvaguardia rappresenta la vera memoria di un luogo, della sue gente e della sua storia; ma l’avventura della Rocca di Baiedo no, non gliela racconterà: è un segreto tutto suo, quello, e nella sua incredibile, inspiegabile natura forse sopravviverà per sempre.

Routine (Un racconto inedito – per ora)

P.S. (Pre Scriptum!): il seguente è un racconto al momento ancora inedito che tuttavia farà parte di una raccolta mooooolto particolare (a cominciare dalla brevità dei testi contenuti, come noterete), di prossima pubblicazione editoriale. Seguite il blog e/o il sito e presto potrete saperne di più…

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Per motivi che qui, ora, verrebbe troppo lungo spiegare, il cinquantaduenne Gregor B., sposato con due figli, entro ventiquattrore sarebbe morto. E la cosa era certa, niente di probabile o ipotetico: no, inevitabile e ineluttabile, al punto che, a parte l’ovvio sconcerto, a Gregor non venne nemmeno di disperarsi. In fondo non sarebbe servito a nulla, stante l’inesorabile realtà dei fatti.
Avrebbe dovuto avvisare la moglie e i due figli – erano entrambi già grandi, il trauma non sarebbe stato così tremendo, forse. Però aveva pure quell’importantissima riunione in ufficio – per questo si era alzato molto prima del solito e ancora dormivano tutti, a casa – e i suoi capi erano settimane che raccomandavano, a lui e ai colleghi, la buona riuscita di essa. In tutta sincerità, sentirsi responsabile di un eventuale fallimento solo perché avrebbe dovuto arrivare lì e dire a tutti, “ehi, ragazzi, sospendete tutto, tanto entro domani sarò morto!” gli chiudeva lo stomaco. Beh, poco male per un imminente defunto! – penserete voi; d’altro canto la diligenza sul lavoro era da sempre un suo vanto e sempre lo sarebbe stato, se lo ripeteva di continuo. Semmai avrebbe parlato a casa al ritorno, di tutto quanto. Prese l’auto e s’infilò nel caotico traffico mattutino.
Lungo la strada si ricordò della partita a tennis di giovedì sera con Fred. Beh, avrebbe dovuto disdire la prenotazione del campo. Però telefonare a Fred in quel momento significava dovergli spiegare tutta la situazione, e chissà quante domande gli avrebbe fatto, l’amico. Sarebbe di sicuro arrivato tardi in ufficio. Quindi… Oh, la spia della riserva! Doveva far benzina, altrimenti… Gli venne da sorridere, seppur amaramente: a cosa serviva fare rifornimento, ormai? Vide in fondo al viale l’insegna di una stazione di servizio. Beh, forse alla moglie l’auto sarebbe servita, si disse. E per causa sua, probabilmente. Svoltò a destra e si fermò alla pompa.
La riunione in ufficio andò benissimo, vennero firmati i contratti per due nuove grosse commesse. I suoi capi furono così contenti del risultato che prospettarono a Gregor qualche giorno-premio di ferie, magari già la prossima settimana. Avrebbe dovuto dir loro del suo destino incipiente? Forse sì… Ma accidenti, era la prima volta che sul lavoro si meritava un tale premio! Sarebbe stato come schiaffeggiare la fortuna, rovinando quel piccolo momento di gloria. Ringraziò, concluse la giornata lavorativa e tornò a casa, non prima però di essere passato dal lavasecco per ritirare le sue camicie. “Anche se non le indosserò mai più in una vacanza!” pensò.