Turisti e viaggiatori (#2)

«E quali altre differenze ci possono essere tra il “turista” e il “viaggiatore”?»
«Che il turista anche quando va a diecimila km di distanza da casa non viaggia realmente ma si sposta semplicemente, il viaggiatore invece viaggia sempre, anche quando si sposta su una collina distante poche centinaia di metri da casa, persino quando va dall’ortolano a comprare la verdura.»

(Altre conversazioni tra amici sul concetto e sul senso del viaggio.)

VolTaiReUMP

«Non sono d’accordo con le cose che dici e darò la vita affinché tu non le possa dire.» (D.T.)

P.S.: è sempre divertente osservare la realtà quotidiana attraverso gli spunti che offre la grande letteratura (di stampo filosofico o meno), anche rileggendone e ricontestualizzandone gli “insegnamenti”, già. Non so se, come alcuni sostengono, tutto del mondo e di ciò che vi succede sia già stato in qualche modo narrato, nei libri, ma è vero che certe cose non fanno altro che ritornare eternamente (giusto per continuare nelle citazioni di cui sopra!)

L’11 settembre

La data dell’11 settembre, ormai così tragicamente impressa nella storia del mondo, a me fa venire in mente un’altra cosa… che quel giorno, proprio in quel giorno, un amico (e pure parente, alla lontana) aveva deciso di sposarsi. Dopo quanto accadde, inevitabilmente (ovvero senza voler fare mera e squallida ironia, stante la tragedia immane) finimmo per dirgli: caspita, non hai certamente scelto la data più felice per sposarti, tuo malgrado!
«Ciò che conta è che abbiamo coronato il nostro amore!» ci ribatteva lui, più o meno, e aveva ragione.
Dopo nemmeno due anni si è separato, e poi ha definitivamente divorziato.

Insomma, per dire che certi giorni vengono proprio male un po’ per tutti, ecco.

Giganti buoni, giornalisti cattivi

A ben vedere, la vicenda dello squallido titolo d’un quotidiano italiano, nel quale un assassino femminicida è stato definito “gigante buono” in tal modo sminuendo deprecabilmente la sua figura criminale (ne potete sapere di più qui; invece qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo), produce un effetto collaterale certo meno pesante ma per molti aspetti altrettanto deprecabile: insozza la definizione di gigante buono propria soprattutto dell’immaginario fiabesco infantile. Ce ne sono a decine, infatti, di favole e leggende che presentano la figura di un “gigante buono”, a partire dalle più ancestrali narrazioni fino alle fiabe moderne – basti pensare a molti giganti buoni dei miti nordici oppure a quelli che incontra Gulliver (ma anche lo stesso Gulliver nei confronti degli abitanti di Lilliput), al “gigante egoista” ma buono di Oscar Wilde o ancora a Rübezahl, gigante del folclore germanico e al disneyano Willie the Giant, ma persino Bud Spencer, a suo modo “mitico” e amatissimo dai bambini, è stato definito “gigante buono”, eccetera.

Il quotidiano in questione ha invece voluto legare la definizione alla figura di un assassino autore di uno dei delitti più efferati, ne più ne meno. Come se lo avesse fatto con altre simili definizioni di quell’immaginario fiabesco e fanciullesco così prezioso e al contempo fragile: “bella addormentata”, “fata turchina”, “principe azzurro” e così via.

Anche questo, a suo modo, è un comportamento “delittuoso”: lo è nei confronti del rispetto verso la vittima di quell’assassino, lo è verso la necessaria bontà e obiettività delle notizie che un vero organo d’informazione dovrebbe sempre fornire e lo è, ribadisco, verso l’immaginario delle favole in cui vivono i “giganti buoni” – al momento infangati da quegli pseudo-giornalisti ma comunque sempre giganti, pur fantastici, rispetto a tali ahinoi reali, minuscoli nani dell’informazione pubblica.

Carl Spitteler, “Il Gottardo”

Un paio d’anni fa, in Nuova Zelanda, alcune popolazioni indigene di etnia Maori hanno ottenuto per una montagna ad essi sacra (il monte Taranaki o monte Egmont) lo status di “personalità giuridica” proprio in virtù dell’importanza storico-culturale rivestita dal monte per gli abitanti della regione, il quale ha così assunto il ruolo di whanau (famiglia estesa) e di “antenato” come fosse realmente un membro delle comunità in questione.

Ora, non vorrei apparire in nessun modo “blasfemo” per quelle popolazioni e nemmeno eccessivamente retorico per gli elvetici, ma senza dubbio per la Svizzera il Gottardo, come massiccio montuoso e, ovviamente ancor più, come valico, una sorta di propria “personalità istituzionale” l’ha assunta ad honorem, in base all’importanza fondamentale che ha avuto nelle vicende storiche della Confederazione – in fondo la Svizzera è nata proprio ai piedi del versante Nord del Gottardo, sul celeberrimo prato del Rütli e col patto omonimo qui siglato nel 1291 – ma pure nell’ottica dei collegamenti tra la parte settentrionale e mitteleuropea dell’Europa con quella meridionale e mediterranea. Una montagna dalla quale nascono quattro tra i maggiori fiumi europei (Reuss, Reno, Ticino, Rodano) che poi divallano le loro acque ciascuno verso uno dei quattro punti cardinali, che venne creduta a lungo la più alta del pianeta e che tutt’oggi rappresenta uno dei passaggi fondamentali attraverso le Alpi per viaggiatori e merci, fin da quando venne aperta la prima mulattiera medievale – opera di notevole ingegneria, per il tempo – e ancor più quando, nel 1882, venne aperto il traforo ferroviario, all’epoca il più lungo al mondo, una meravigliosa tecnologica assoluta. In tal modo, se già il Gottardo “antico”, riservato a viandanti e carovane, ha rappresentato per secoli un esempio perfetto di “montagna-cerniera” capace di unire i versanti opposti e non di dividerli (come per tante altre montagne ha imposto il modello geopolitico cartesiano, basato sul concetto dello “spartiacque” e dal Settecento in poi divenuto lo standard nella tracciatura dei confini nelle zone montuose), e se ciò assume ancor più valore riguardo la realtà geopolitica della Svizzera (Staat pass/Stato di passo per eccellenza, come il geografo bavarese Karl Haushöfer definì le entità territoriali statali occupanti entrambi i versanti della catena alpina), lo è divenuto ancor più, e su scala ben più vasta, con l’apertura della galleria ferroviaria – affiancata solo in tempi più recenti, nel 1980, dal traforo autostradale.

Una decina d’anni dopo, la Società Ferroviaria del Gottardo rimarca l’esigenza di far conoscere meglio il territorio attraversato dalla linea ferroviaria internazionale al sempre più crescente pubblico turistico che dall’Europa del Nord giungeva fino a Lucerna e poi, col treno, ripartiva agognando le bellezze e il clima dei laghi e delle riviere marine italiane ma, in questo modo, rischiando di perdersi la meraviglia paesaggistica di uno dei territori alpini più affascinanti in assoluto. La Società incaricò dunque un autore oggi poco ricordato anche dagli stessi svizzeri ma fondamentale nella storia letteraria elvetica – e non solo per aver conseguito il Premio Nobel nel 1919, Carl Spitteler, il quale per due anni viaggia innumerevoli volte sul treno attraverso il tunnel e poi a piedi per tutto il territorio compreso nella tratta alpina della linea, ricavando da tali vagabondaggi ferro-pedestri Il Gottardo (Armando Dadò Editore, 2017, a cura di Mattia Mantovani; orig. Der Gotthard, 1897).

Ecco, lo dico subito: se nel genere della “letteratura di viaggio” dobbiamo considerare l’era che (geograficamente parlando) dal romanticismo illuminista evolve verso la contemporaneità tecnologica, questo volume di Spitteler è a mio modo di vedere un piccolo/grande capolavoro []

(Leggete la recensione completa de Il Gottardo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)