“Cultura” è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.
(Karl Kraus, Pro domo et mundo, in Detti e contraddetti, a cura di Roberto Calasso, Adelphi, 1993. La fotografia è tratta da qui.)
“Cultura” è quella cosa che i più ricevono, molti trasmettono e pochi hanno.
(Karl Kraus, Pro domo et mundo, in Detti e contraddetti, a cura di Roberto Calasso, Adelphi, 1993. La fotografia è tratta da qui.)
Bene. Posto quanto ho scritto qui, ci andrò volentieri, a Biella.
Rimediare agli errori compiuti, riconoscendoli e imparando da essi affinché per quanto possibile non accadano più, è una delle cose più intelligenti e sagge che si possano fare.
Un plauso da parte mia – che, ribadisco, sono ben lontano da qualsiasi parteggiamento politico, e a prescindere da qualsiasi altra considerazione al riguardo – al Comune di Biella per la decisione.
(Cliccate sull’immagine per leggere la notizia dal sito dell’Agi.)
Questo è lo studiolo di Umberto Morra di Lavriano nella sua villa di Cortona, ove egli – antifascista convinto – si autoesiliò durante gli anni della dittatura mussoliniana e nel qual studiolo, un vero e proprio scrigno di cultura materiale e immateriale, a dir poco affascinante nella sua raccolta intimità protetta dagli scaffali ricolmi di libri, si ritrovava con personaggi del calibro di Bernard Berenson, Alberto Moravia, Guglielmo Alberti, Renato Guttuso, Aldo Capitini e molti altri giganti della cultura e del pensiero italiani.
Un personaggio poco noto ai più, Umberto Morra di Lavriano, che merita ben maggior considerazione e notorietà. Al suo riguardo si può leggere, su Wikipedia:
«Racconta Norberto Bobbio (Norberto Bobbio e Maurizio Viroli, Dialogo intorno alla repubblica, Laterza) che nel 1934, in occasione del plebiscito quinquennale, dato che si votava sì o no (le schede del sì erano tricolori e si vedeva dal di fuori che erano diverse), Morra chiese la scheda del “no” e la mise tranquillamente nell’urna, al che con molto imbarazzo gli dissero che forse si era sbagliato. “No” – rispose Morra – “siete voi che vi state sbagliando”. Segnalato dal Segretario federale di Arezzo, il 5 aprile 1934 l’incidente fu riferito al capo della Polizia dal segretario del PNF Achille Starace: “Al Segretario del Fascio locale che gli aveva fatto osservare l’errore il Morra replicava di non essersi affatto sbagliato” (Archivio Centrale dello Stato, Roma, fascicoli Umberto Morra di Lavriano, cit. in Alfonso Bellando, Umberto Morra di Lavriano, Firenze, Passigli, 1990, p. 133).»
P.S.: l’immagine e l’input per questo post li ricavo dalla pagina Twitter di Michele Dantini, che ringrazio (pur indirettamente) per tale evidenza.

E così M49, l’orso più ricercato d’Italia se non di tutte le Alpi, il feroce, pericoloso, aggressivo, terrificante M49 che quest’estate seminava il panico per tutto il Trentino e il Südtirol e per questo aveva (o pareva avere) alle calcagna le guardie ecologiche, i Carabinieri Forestali, la Protezione Civile, mezzo esercito con l’artiglieria campale, i Marines e i Samurai del periodo Edo oltre che, ovviamente, tutti i cacciatori dei territori tridentini, pronti a fargli fare la più brutta fine possibile, ha fatto «marameo!» a tutti quanti e rimanendo uccel di bosco (lo so, tale locuzione potrebbe apparire inadatta per un plantigrado) se n’è andato in letargo, chissà dove e chissà fino a quando, certamente almeno fino alla prossima primavera.
Be’, non si può non restare affascinanti tanto quanto divertiti e compiaciuti dalla fuga di tal bestione che si sta dimostrando ben più furbo e scaltro di chissà quanti suoi inseguitori umani e, ancor più, dei detrattori che lo volevano (e lo vorrebbero ancora, io temo) morto perché “pericoloso”.
Pericoloso, già.
«È prevista l’uccisione dell’animale in caso di pericolosità per l’uomo o avvicinamento alle case»: così, più o meno, recitava l’ordinanza emessa dalle autorità trentine. Cosa significa, secondo voi? Quali sono quei “casi di pericolosità”? Quanto si doveva (o non) avvicinare alle case per non essere abbattuto, o viceversa? E poi l’uomo, proprio l’uomo autoproclamatosi Sapiens, proprio lui, si arroga il diritto di stabilire se una creatura selvatica nel suo habitat naturale deteriorato dalla presenza antropica sia “pericolosa”, dopo secoli di distruzione della Natura e di massacri dei suoi abitanti animali?
«È prevista l’uccisione dell’uomo in caso di pericolosità per gli animali o avvicinamento alle loro tane». Ve lo immaginate, se un principio del genere dovesse venire applicato in ottemperanza alla realtà storica dei fatti? No, ovviamente, non ce lo immaginiamo. Sarebbe una malvagità assoluta.
Eh, lo sarebbe, sì. Per altre creature no. Per noi sì. Già.
Caro M49, buon letargo! Goditi una gran bella dormita, riprenditi, recupera le energie fisiche e mentali, così che per la prossima primavera tu possa tornare a beneficiare della tua naturale libertà, alla faccia di quegli umani che non capiscono proprio cosa significhi tanto il termine “libertà” quanto il vivere armonicamente con la Natura e i territori abitati. Ma non lo capiranno nemmeno in futuro, temo, dacché non avranno mai la tua intelligenza e la tua furbizia, sicché non impareranno nulla dalla “lezione di vita” sui monti che stai dando loro. E speriamo che con te le Alpi siano sempre protettive e accoglienti, come lo sono da sempre per chiunque sappia sintonizzarsi con la loro ancestrale essenza e la sublime bellezza vitale.
Buon riposo, M49, arrivederci alla prossima bella stagione!
(Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più su M49 e la sua storia.)
Ciao, Silvia.
Spero tu stia bene. E mi auguro che possa tornare a casa molto presto.
(L’immagine è tratta da open.online, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui proviene. Qui invece trovate un mio precedente post dedicato a Silvia Romano.)