Equivoci (divertissement à la Ferragnéz)

Scena: un ufficio pubblico qualsiasi.
Protagonisti: un ordinario funzionario pubblico, una nota influencer da poco maritata.

Funzionario: «Buongiorno, sig.ra…?»
Chiara: «Chiara. Mi chiamo Chiara.»
F.: «Ok, Chiara. È coniugata?»
C.: «Sì, da poco.»
F.: «Allora mi dia anche il cognome completo da coniugata.»
C.: «Ferragni Lucia.»
F.: «No, mi basta solo il cognome.»
C.: «Eh, gliel’ho detto.»
F.: «Ma lei non fa Chiara, di nome?»
C.: «Sì, certo, l’ho detto prima.»
F.: «Ah… ho capito. Lucia è il secondo nome.»
C.: «No no, io non ho un secondo nome.»
F.: «Ma come, se mi ha appena detto che si chiama Chiara Lucia?!»
C.: «Sì, da coniugata. Me l’ha chiesto lei!»
F.: «Ah… cioè, aveva un nome da nubile e ora ne ha uno da coniugata?»
C.: «Niente affatto, mi chiamo sempre Chiara!»
F.: «Insomma, signora Chiara, o Lucia, o tutt’e due… mi sta prendendo in giro?»
C.: «Assolutamente no. Io mi chiamo Ferragni Lucia Chiara.»
F.: «Ferragni Lu… ah, dunque è Lucia il suo primo nome, e Chiara il secondo!»
C.: «No! Le ripeto che io non ho un secondo nome!»
F.: «E allora chi diavolo è questa Lucia?»
C.: «Lucia è mio marito!»
F.: «Uuh?!? “Marito” una donn…?! Aaaaah, forse ho capito… eh, ‘ste unioni moderne a volte creano una bella confusione, sa? Niente al contrario, ci mancherebbe, ma…»
C.: «…»

(The end. O forse no.)

Se la “emergenza migranti” è creata da chi la vorrebbe risolvere – con un contributo di Claudio Vercelli

Claudio Vercelli, uno dei migliori e più stimati storici dell’età contemporanea italiani, ha pubblicato qualche giorno fa su Moked un articolo assolutamente necessario sulla “questione migrazioni”. In esso, Vercelli sostiene un aspetto fondamentale che nel mio piccolo vado pensando e sostenendo da tempo (si veda qui, ad esempio), ovvero che la questione migrazione e migranti deve essere affrontata innanzi tutto attraverso un approccio geostorico e antropologico, altrimenti non verrà mai né risolta né tanto meno gestita divenendo realmente ciò che ora non è per niente, ovvero una “emergenza”. Nessun politico – ribadisco, nessun politico – di nessun schieramento lo ha mai fatto e lo sta facendo, reiterando invece da anni stupidaggini ideologico-qualunquiste-elettorali sempre peggiori che rappresentano le (apparentemente) opposte facce della stessa medaglia, e che non porteranno ad alcuna buona soluzione della questione. Anzi, la stanno sempre più peggiorando, paradossalmente. Questione la quale, ribadisco, non è per nulla affrontata ma soltanto utilizzata per meri e biechi fini propagandistici. Di contro, solo analizzandone e comprendendone innanzi tutto gli aspetti antropologici – ovvero il cosa-come-perché, prima del dove e quando – si possono trarne efficaci soluzioni, d’ogni genere e sorta debbano essere. Altrimenti non se ne uscirà affatto e sul serio ne verremo travolti, dacché sono proprio quelli che dicono di voler risolvere in un modo o nell’altro l’emergenza a generarla, montarla e renderla sempre più grave.

Il testo del professor Vercelli (dal significativo titolo Camminare scalzi – e siamo noi quelli scalzi, sia chiaro, non i migranti o quelli come loro) è diviso in dieci punti – o dieci tesine – che lo rendono (mi auguro!) assolutamente semplice da capire e da meditare. Riporto di seguito i punti 8 e 9, invitandovi a leggere l’intero testo qui.

8) è illusoria l’idea, tanto più in un’età di globalizzazione, di potere fare fronte alla trasformazione sociale e alla transizione demografica (con il travaso di intere coorti generazionali da paesi più giovani a paesi anziani) attraverso politiche esclusivamente sovraniste, ossia basate sul ricorso ai soli strumenti che lo Stato nazionale ha al momento a disposizione. Gli organismi sovranazionali dovrebbero invece concorrere ad una tale gestione. Ma uno dei caratteri specifici del tempo che stiamo vivendo è l’evidente disarticolazione dei soggetti, dei meccanismi e delle iniziative che si basano su organizzazione internazionali, che hanno oggi un’incidenza sempre più contenuta nell’evoluzione delle dinamiche collettive;
9) la stragrande maggioranza dei migranti non è di per sé né buona né cattiva; non costituisce la falange di un’invasione così come non è il soggetto sociale di una trasformazione “rivoluzionaria”: le semplificazioni, al riguardo, sono speculari, che abbiano natura allarmistica o che siano informate ad una lettura ispirata a sentimentalismi che abdicano a qualsivoglia rapporto con il principio di realtà. Salvo poi consegnare ai segmenti più fragili della popolazione gli oneri che derivano dai mutamenti in corso. Ogni processo migratorio impatta inesorabilmente sia sulle società di partenza che su quelle di accoglienza: negare che da ciò derivino conflitti socioculturali è come volersi precludere i dati di fatto. Semmai, la differenza – che costituisce il vero campo di conflitto politico – sta nella natura delle interpretazioni di tali trasformazioni e nelle risposte che quindi si intende dare ad esse; []

Gli omofobi? Omofili!

Comunque mi pare del tutto palese che le frequenti manifestazioni di omofobia delle quali si legge sui media (e di chissà quante non si sa nulla) denotino in verità una omosessualità repressa in colui che se ne rende protagonista, la cui natura erompe inevitabilmente in tal paradossale modo. In pratica: l’omofobo vorrebbe manifestarsi per l’omosessuale che è ma non ne ha il coraggio, dunque odia quelli che invece il coraggio di manifestarsi per ciò che sono ce l’hanno e che, in tal modo, mettono in evidenza la sua pusillanimità. Un po’ come quello che – esempio casuale – non riesce a imparare a sciare e a vincere la relativa paura, così va in giro a dire che lo sci fa schifo e gli sciatori sono dei poveracci sfigati. Ecco.

Insomma, non ce l’hanno veramente con le persone LGBT e con le loro idee: ce l’hanno con loro stessi, con le loro inguaribili debolezze, poverini! E’ una specie di devianza maniacale di natura intimamente autolesionista ma con manifestazioni esteriori facinorose-aggressive. Una “psicosi”, in parole povere: una malattia che va curata, ecco. Magari a colpi di rossetto, cerone e canticchiando brani di Cristiano Malgioglio, eh!

Che estate è, senza i RADIO THULE Summer Reloads?

Lo so, lo so… a volte l’estate, pur con tutta la sua esplosione di luce, di colori e di calore, di gioia vacanziera e infradito a gogò, inopinatamente ti genera una sensazione un po’ così, di malinconia mista ad apatia… come quando vai a una di quelle feste nelle quali di primo acchito ti sembra ci sia parecchia gente bella e interessante e dunque, con piacevole curiosità, attacchi bottone qui e là cosicché, dopo nemmeno mezz’ora, sei lì stravaccato su una poltrona in un angolo che non vedi l’ora che l’inverno ritorni, col suo buio e il suo freddo e tutto il resto.

Ok, tranquilli, nessun problema e nessuna malinconia o apatia: dalla prossima domenica e per tutto agosto e settembre RCI Radio manderà in onda, ogni domenica alle ore 13, le repliche delle puntate della stagione 2017/2018 di RADIO THULE. Che di questi tempi è in ferie ma tornerà, con la sua 15a stagione, insieme al buio e al freddo – anzi, un po’ prima: perché son tutti bravi a fare i brillanti quando tutto è brillante, come in estate, ma che conta è farlo quando c’è buio per cercare di illuminare un po’ intorno, eh!

E se nemmeno le repliche in fm e in streaming vi bastano, c’è sempre il podcast: così potrete affermare che sì, non ci sono più le mezze stagioni radiofoniche, e meno male che sia così!

Buon ascolto e, di nuovo, buone vacanze! Ci risentiamo a ottobre!

Di necessari provvedimenti giuridici (ri)alfabetizzanti

Eppure, accidenti, si deve pur trovare un modo di formulare una definizione di “analfabetismo funzionale”che non sia solo di natura sociologica (e tecnicamente tale) ma anche filosofica e lo sia al punto da risultare pure giuridica, così da poterla sancire a chi dimostra di esserlo senza tema di smentita ed esponendo finalmente l’analfabeta funzionale conclamato ad “adeguate” conseguenze legali!
Adeguate, sì: nel senso che, per un analfabeta funzionale, ad esempio la lettura di buoni libri rappresenta una condanna terribile, oppure il divieto di guardare la TV o di accedere ai social… ma adeguata, qualsivoglia sanzione che si commini, anche perché l’analfabetismo funzionale è veramente una piaga terribile per la società contemporanea e una sorta di imbarbarente cancrena che, se non bloccata rapidamente, rischia sul serio di portare al trionfo definitivo della cretinaggine più assoluta. E in tal senso siamo già a buon punto, basta guardarsi intorno e giudicare la realtà delle cose.

Quindi forza, filosofi del diritto di tutto il mondo: unitevi, meditate, formulate e teorizzate indi determinate! Fate presto, ribadisco, prima che voi stessi diventiate vittime di quello stesso imbarbarimento pandemico e finiate per essere creduti quelli che perdono tempo a filosofeggiare intorno al principale colpo del gioco del tennis solo perché l’abbiano detto in tivù o scritto su facebook con relativi n-mila like!