Il “Premio” Strega

Ok, è uscita la cinquina dei finalisti del Premio Strega 2019, con il libro che sembrerebbe il favorito alla vittoria in quanto a consensi raccolti e disquisizioni pubbliche e va benissimo, sono certamente cinque ottime opere scritte da altrettanti meritevoli autori – non li ho letti ma posso ben dare loro fiducia letteraria – e comunque non serve certo questo o quell’altro premio a stabilire che in Italia di scrittori di valore ce ne siano (più di quanto a volte si sia portati a credere, meno di quanto solitamente si trovi nelle classifiche).
In ogni caso, posto quanto sopra, ribadisco di nuovo che a me, quando sento parlare dello Strega, quando leggo le notizie al riguardo (del premio, intendo, non dei libri coinvolti), quando penso al sistema del quale è manifestazione e “prodotto” – ne scrissi al riguardo già qui, più di tre anni fa – e quando considero gli effetti concreti che, in parte, ricadono sul mercato editoriale, confesso che la prima rappresentazione che mi viene in mente resta sempre questa:
…Sempre restando fermo il massimo rispetto e la considerazione per gli scrittori e i libri partecipanti, ribadisco anche qui. Ma veramente fatico a pensare diversamente e a non chiedermi quale possa essere il senso di concorsi del genere che non sia quello meramente “politico”. E non parlo tanto di politica commerciale, di per sé anche legittima, ma proprio di “politica” intesa come l’intrallazzo partitico-poltronaro tanto caro ai potenti italici d’ogni sorta. Riguardo il quale, sia chiaro, libri e autori, vincenti, finalisti o meno, sono meri strumenti e sovente povere vittime, più che protagonisti fortunati e virtuosi.

Libri che “puzzano”, ormai

Certi scrittori pur tanto celebrati mediaticamente e i loro libri “nuovi” – da anni sempre uguali eppure ogni volta presentati come “grandi novità”, appunto –  mi fanno pensare a qualcuno che, dopo aver tenuto addosso gli stessi abiti per giorni e giorni senza curarsi dell’igiene personale, si fa una bella doccia, si profuma per benino, poi la sera esce indossando ancora quegli abiti. Sarà pure lavato e deodorato ma, inesorabilmente, la puzza non tarderà a farsi sentire.

La Sardegna salverà la lettura (speriamo!)

Da tempo, nel mondo dei libri e della lettura italiano, la Sardegna si contraddistingue per la sua vitalità e per la resilienza, forzata ma qui sempre attiva e creativa, che la congiuntura del settore gioco forza impone. Basti pensare a Liberos, la sublime associazione culturale + circuito etico e solidale + comunità di lettori della quale ho più volte già scritto e che rappresenta un modello assolutamente virtuoso di promozione della lettura, di organizzazione di eventi correlati e di sostegno di qualsiasi soggetto che in un modo o nell’altro vi sia collegato.

Di recente un’altra realtà locale, l’AES – Associazione Editori Sardi, ha pubblicato un documento o manifesto sullo stato della lettura e dell’editoria in Sardegna che, nonostante la naturale “geolocalizzazione”, rappresenta un’analisi puntuale della situazione – inquietante, tanto per (non) cambiare – non solo in loco ma pure nel resto del paese, nel quale peraltro vengono presentate alcune proposte concrete per sostenere e rilanciare il settore che, di nuovo e al di là dei riferimenti alla realtà locale, appaiono interessanti per l’intero comprato nazionale. Le vedete elencate nell’estratto lì sopra, mentre il manifesto nella sua interezza è pubblicato qui sotto – non l’ho trovato in risoluzioni migliori, ma se ci cliccate sopra e lo ingrandite risulta comunque tranquillamente leggibile.

Ci si può e si deve ben riflettere sopra. Una volta ancora la Sardegna potrebbe indicare una via da seguire, se non risolutiva quanto meno efficacemente resilienzale. Anche perché, posto lo stato della realtà, non che ve ne siano molte altre, di strade da intraprendere per salvaguardare la lettura in Italia – o per “salvarla”, ormai.

“Fighe”?

La vera questione riguardo a ciò che ha scritto nel suo ultimo “libro” – ovvero l’ultimo con il suo nome e cognome in copertina – tal Fabrizio Corona (personaggio che sento nominare ma che in verità conosco poco e, per quel poco che conosco, mi pare affetto da gravi disturbi mentali), non è tanto ciò che ha scritto, non tanto il relativo senso e la sostanza (ammettendo che ve ne siano – vedi sopra, con buona pace del rispetto verso il gentil sesso, peraltro) e nemmeno che ci siano editori che le pubblichino – ormai la prostituzione editoriale nostrana la conosciamo benissimo. No, la questione reale è che Corona scrive le cose che molti vorrebbero scrivere ma non possono farlo e dunque che amano leggere per potersi immedesimare in esse in un’ideale congiunzione non di azioni ma di intenti. Già.

Un meccanismo peraltro ormai tipico, nell’italica società contemporanea, al punto da essere stato pienamente adottato pure nell’ambito politico, il quale “giustifica” l’operazione commerciale dell’editore che pubblica siffatta robaccia incidentalmente a forma di libro (ma non ne garantisce affatto il successo, sia chiaro), che “legittima” e stimola un “personaggio” altrimenti meritevole di un T.S.O. definitivo a scrivere cose del genere e a farsi vanaglorioso protagonista di esse (inventate o meno che siano, poi), e che infine documenta il degrado endemico e pandemico di certa parte della società civile – quantunque non credo affatto che il libro in questione stia vendendo migliaia di copie, come qualcuno rimarca.

Ma non è più una questione di quantità, a questo punto, ma di “qualità”, socioculturale in primis. Quindi, non prendetevela con la tanto miserrima figura dell’autore ma, prima, con chi fa della sua palese miseria umana un modus vivendi da ammirare e imitare. Al primo, ribadisco, riservate un drastico T.S.O.; i secondi metteteli a svolgere servizi civili per i prossimi 15 anni. Ecco.

P.S.: l’immagine in testa al post, che raffigura l’inizio di uno dei capitoli più “peculiari” del libro, è ricavata dalla pagina facebook di Saverio Tommasi.

Quelli che la lettura dei libri li annoia

Leggo l’ennesima indagine statistica sullo stato della lettura in Italia (qui ne trovate un ottimo report) e, una volta ancora, tra le note riguardanti l’ampia parte di popolazione che dei libri se ne frega beatamente (più di un terzo del totale: dato estremamente significativo, vista poi la situazione culturale e sociale del paese!) leggo dei tanti che non leggono perché i libri danno loro noia.

La lettura li annoia. Già.

Be’, per quanto mi riguarda, questo è un chiaro segno di infermità mentale. Sì, perché puoi dire che leggere non ti piace, che preferisci svagarti con altro, che oggi non ti va di farlo perché hai la mente impegnata in altri pensieri ma tra un po’ ti andrà, che non hai tempo di farlo (ma, questa, è una scusa totalmente falsa nella gran parte dei casi per cui viene citata)… Ma se mi dici che la lettura ti annoia, dunque che non ti suscita nessuna emozione, nessuna immagine mentale, nessuna suggestione, mi stai dicendo che il tuo cervello non funziona, che è fermo, scollegato, inerte se non per controllare le funzioni vitali basilari. Punto.

D’altro canto – leggo più avanti nell’articolo linkato lì sopra – in base all’opinione degli stessi editori nostrani, tra i principali fattori che determinano la modesta propensione alla lettura nel nostro Paese c’è «il basso livello culturale della popolazione.» Cosa apparentemente paradossale, viste le infinite possibilità di accrescere il proprio bagaglio culturale grazie alle nuove tecnologie e al web – a meno che non si sia in presenza di menomati mentali in sembianze di “persone normali”.

Ecco, appunto, cerchio chiuso.