Indovinello postale

Da tempo aspettavo un libro che mi era stato spedito dall’editore che lo ha pubblicato, per la relativa lettura.
Ieri, 18 novembre, il pacchetto è arrivato, con la consueta formula di spedizione postale del “piego di libri”.
La data di partenza, come da etichetta apposta sul pacco, è stata il 23 ottobre scorso.
L’editore in questione ha sede a Milano; come destinazione ho indicato la sede del mio ufficio. Sono 54,6 km – calcolati da Google Maps – che il pacchetto ha dunque percorso in 26 giorni.

In pratica, il pacchetto ha viaggiato all’incredibile velocità di 0,0875 km/h.

Zero-virgola-zero-otto-sette-cinque chilometri all’ora. 87 metri e mezzo in sessanta minuti, insomma. Un terzo della velocità di un bradipo, per la cronaca.

E ora, l’indovinello: quale servizio postale ha utilizzato il suddetto editore per spedire il pacco, ottenendone una tale “efficienza”?

  1. Poste Italiane
  2. Deutsche Post
  3. Vanuatu Post

(È facile, ve lo assicuro!)

Ecco.

Chi indovina, vince una fornitura illimitata di commiserazione. Di altri premi correlati, invece, non si può dire, qui.

(Immagine tratta da qui e rielaborata all’uopo.)

Acqua alta

Della Libreria Acqua Alta di Venezia avevo detto pure io tempo fa qui, nella rubrica del blog INTERVALLO, in quanto così suggestiva e particolare da essere considerata da molti tra le più belle al mondo. Vederla sommersa dall’acqua, e vedere rovinati migliaia di libri, pone ancora più in evidenza il dramma di Venezia e la sua impotenza nei confronti di un fenomeno con quale ha sempre convissuto e al quale fino ad oggi ha saputo più o meno sopravvivere, ma che nel futuro andrà peggiorando, lasciando la città e i suoi abitanti privi di autentiche difese – dato che il MOSE, faraonico nel progetto quanto nei soliti scandali all’italiana, come evidenziato da molti esperti (vedi qui e qui, ad esempio) sarà probabilmente inefficace per la difesa di Venezia e dei suoi inestimabili tesori in caso di fenomeni eccezionali di alta marea, sempre più frequenti.

Cliccate sull’immagine per vedere il servizio al riguardo dell’AGI.

Vajont, 56 anni

Photo credit: pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1628524)

Vajont, 9 ottobre 1963, ore 22.39.

Un luogo, una data e un’ora in cui morirono quasi 2.000 persone e con esse una parte della dignità nazionale, assai ampia, forse mai più recuperata.

Un momento terribile ed emblematico, oggi più che mai, che deve e dovrà rimanere sempre impresso nella storia d’Italia e nella memoria degli italiani.

(Cliccando qui potrete visitare Dentro il Vajont, il sito web che Focus ha dedicato alla tragedia nel 2013, in occasione del 50° anniversario.)

La (IN)civiltà umana

Numerosi media internazionali (questo, ad esempio) qualche giorno fa hanno pubblicato le immagini di una inopinata invasione di orsi polari di un villaggio sull’isola artica russa di Novaja Zemlja. Gli animali, gioco forza attirati sull’isola per la sempre maggiore sparizione del ghiaccio polare nonostante la (teoricamente) stagione fredda, loro habitat naturale, e per lo stesso motivo visibilmente affamati, si aggirano tra discariche di immondizia, sperando di trovare qualcosa da mangiare.

Mai gli orsi polari, notoriamente diffidenti e solitari, si sono così avvicinati a degli insediamenti umani, denotando con tale comportamento la loro disperazione. Le foto, in particolare quelle degli orsi che s’aggirano per ignobili cumuli di spazzatura, sono particolarmente toccanti. E “incazzanti”, già: dunque la “mirabile” evoluzione della civiltà umana, quella che si è autoproclamata la più “intelligente” e “avanzata” sul pianeta, comporta tali conseguenze? Provoca questi danni, e la drammatica messa in pericolo di altre creature viventi, costrette a tentare di sopravvivere in mezzo alla merda degli umani? Questo significa essere Sapiens?

Sono domande retoriche, lo so. Basti pensare che si calcola che l’estinzione di almeno il 75% (ma altri dati citano un 90%) delle specie animali dal 1600 ad oggi è causa dell’uomo e dell’attività antropica sul pianeta.

No, mi spiace – e spiace dirlo soprattutto per quegli umani che una coscienza civica, politica, ambientale, etica ce l’hanno (quanti saranno, in tutto?) e sanno comprendere la tragicità di tali situazioni – ma bisogna ammettere che a volte l’unica soluzione per evitare una catastrofe ambientale planetaria non sia che la “civiltà umana” si dia da fare per risolverla, ma che la “civiltà umana” proprio sparisca dal pianeta.

Sparisca, già.

I governi italiani

(Michael Wolgemut, “Dance of Death”, 1493.)
Pensavate voi, cari itaGliani, che i precedenti governi del vostro bellissimo tanto quanto miserrimo paese fosse i peggiori possibile, eh?!?
E invece no: quello in carica li sta ampiamente battendo!
Ma state tranquilli, che non è mica finita: di questo passo il prossimo, di governo, sarà ancora peggio. Già.

Perché il problema non sono i nomi, i simboli, i programmi, gli slogan, le post-ideologie o che altro.
Il problema non è tanto il contenuto, quanto il contenitore.
E il contenitore è in putrefazione, dunque mai (più) da esso potrà scaturire qualcosa di sano, di salubre, di benefico. Checché lo si colori di rosso, azzurro, giallo, verde o nero ovvero di qualsivoglia altra sfumatura cromatica.

Poi, ovvio, ci si può pure convincere che siano colori “bellissimi”, beandosene nell’ignara attesa della sempre più prossima fine.

And so, we will dancing on this grave